Stato di Polizia Internazionale

Quel crimine contro Maher Arar, esule siriano in Canada

Accusato ingiustamente, viene caricato sul volo che, con scalo a Roma, lo trasferisce in Giordania

Maher Arar

Quel 26 settembre 2002, alle due del pomeriggio, Maher Arar, esule siriano in Canada dal 1987 e cittadino canadese dal 1991, un master in telecomunicazioni e titolare di una società di consulenza, atterrava a New York con un volo proveniente da Zurigo, sulla via del ritorno a casa via Montreal, dopo aver lasciato - per un lavoro urgente - una vacanza con moglie, Monia Mazigh, e figli in Tunisia. Al posto di controllo passaporti, il suo nome non sembra gradito. Viene messo da parte e fatto aspettare per due ore sino a quando qualcuno arriva a fotografarlo e a prendergli le impronte digitali. Nessuno risponde alle sue richieste di spiegazione e gli impediscono di telefonare ad un avvocato «perche' non è un cittadino americano». Nè gli dicono che cosa ha determinato quel trattamento. Arriva l'Fbi, gli chiedono dei suoi rapporti con un certo Abdullah Almalki, che Arar conosceva occasionalmente in quanto fratello di un collega nella ditta high-tech in cui lavorarava ad Ottawa. Arar spiega nei dettagli la sua vicenda e i rapporti del tutto casuali con Almalki, ma non capisce perchè vi sia tanto interesse su questi particolari. Il 27 lo portano al Centro di Detenzione Metropolitano di New York. Lo tengono in cella per giorni e vorrebbero fargli firmare un documento in cui egli accetta volontariamente di essere deportato in Siria. Il 2 ottobre, finalmente gli permettono di fare una telefonata di 2 minuti alla madre di sua moglie (Monia Mazigh) a Ottawa. Arar chiede disperatamente aiuto. (Nella foto: Maher Arar e sua moglie Monia Mazigh)

La deportazione in Siria

In successivi interrogatori lo accusano di essere un membro di Al Qa'ida. Il 4 ottobre riceve la visita del console canadese che lo rassicura sull'esito della sua minacciata deportazione in Siria. Gli agenti, però vogliono fargli firmare delle carte senza mostragliene il contenuto. Arar rifiuta. Il 5 arriva finalmente un avvocato. Il 6 gli dicono di uscire dalla cella, perchè il suo avvocato vuole parlargli ancora. In realtà lo portano in una stanza e lo interrogano di nuovo per ore. L'8, alle tre del mattino, gli dicono che l'Immigrazione, sulla base di informazioni segrete che non gli vengono rivelate, ha deciso di deportarlo in Siria. Viene incatenato, portato dentro un'auto e spedito in un aeroporto del New Jersey. Il Patriot Act, firmato da una marea di parlamentari Repubblicani e Democratici è in atto.

Arar viene caricato su un jet privato e portato a Washington. La Siria rifiuti di ricevere il prigioniero direttamente, ma la Giordania accetta. Il jet riparte, diretto in Giordania. L'aereo atterra ad Amman il 9 ottobre alle 3 del mattino, dopo aver fatto scalo a Roma. Bendato e incatenato, viene caricato su un Van, picchiato, e poi trasferito in uno stabile - probabilmente un luogo gestito congiuntamente da Cia e servizi giordani, secondo il giornale israeliano Haaretz, dove gli vengono fatte altre domande ed è di nuovo picchiato. Più tardi, un altro Van lo porta via, gli dicono che lo riporteranno in Canada. Il Van però si ferma poco dopo e Arar viene trasferito su un'auto e portato al confine con la Siria. Lì viene consegnato ad un gruppo di agenti, che Arar scoprirà poi trattarsi del "Far Falestin", una sezione dei servizi segreti siriani. Picchiato di nuovo, interrogato, e poi sepolto in una cella in condizioni disumane.

Torture e sevizie

Viene ripetutamente torturato e si cerca di fargli confessare cose che Arar non ha mai fatto, tra cui essere stato militarmente addestrato in Afghanistan. In prigione, Arar si accorge che anche Abdullah Almakli è lì, gli parla, viene a sapere che è stato anch'egli torturato per mesi. La prigione è un inferno dove sono accatastati in minuscole celle altri prigionieri, ripetutamente torturati anch'essi. Il 23 ottobre 2002 riceve la prima di una serie di visite del console canadese, in presenza degli agenti. Per altri 10 mesi Arar verrà sottoposto ad ogni sorta di sevizia, fisica e psicologica e non vedrà più un minuto di sole sino all'agosto 2003, quando verrà trasferito alla prigione di Sednaya, a nord di Damasco, non prima che un colonnello dei servizi lo abbia di nuovo picchiato e l'abbia costretto a mettere la sua impronta digitale su un documento in cui "confessa" di essere stato in Afghanistan. Il 5 ottobre 2003, dopo che il suo caso - incessantemente sostenuto dalla moglie - era arrivato all'attenzione internazionale, un'auto consolare canadese misteriosamente lo preleva dalla prigione. Arar è ricevuto a casa del console, "ripulito" e riportato in Canada.

Le colpe del Canada

In Canada, il suo caso diventa uno scandalo nazionale. Un comitato di solidarietà con personalità politiche di primo piano e con l'appoggio di Amnesty International, chiede un'inchiesta pubblica. Il Parlamento istituisce una commissione speciale il 5 febbraio 2004, tuttora in corso, sulle gravi responsabilità delle autorità canadesi nella vicenda. L'incubo di un cittadino innocente deportato dalle squadre "speciali" statunitensi sembra finire ma, il 5 luglio del 2004, la Siria fa sapere di rifiutare qualsiasi collaborazione con l'inchiesta canadese e il 21 settembre il dipartimento di Stato statunitense fa altrettanto. Il 26 novembre, il capo della commissione di inchiesta, il giudice Dennis O'Connor dell'Ontario, rende pubblico un documento di più di mille pagine sul caso Arar. Più della metà di tali pagine sono rese illeggibili "per ragioni di sicurezza nazionale". Nei documenti leggibili, emerge che la polizia canadese che aveva collaborato con le autorità statunitensi sul caso non aveva mai considerato Arar coinvolto in attività terroristiche, ma che semplicemente pensava potesse dare informazioni utili su elementi sospetti. La polizia, sfuggitogli il caso di mano e rendendosi conto dei problemi che avrebbe suscitato la liberazione di Arar, aveva tentato più volte di opporrsi alla sua scarcerazione. Meglio sepolto vivo che in giro a raccontare cosa era successo a lui e a centinaia di altri, finiti in una rete da cui solo pochi riusciranno a uscire vivi.

Sergio Finardi
Roma, 14 dicembre 2004
da "Liberazione"