Katrina

La tragedia era annunciata. Fin dal 1927, dalla grande alluvione del Mississippi

Considerata la più gigantesca catastrofe naturale della storia degli Usa, non ha insegnato nulla nella prevenzione del disastro e nella gestione dell'emergenza

Narrano infatti le cronache di quegli eventi - molto puntualmente rievocate da "Rising Tide" - come la "New Orleans che conta" fosse giunta in quei giorni di paura alla conclusione che, per continuare a vivere, dovesse sacrificare una parte di sé. O meglio: dovesse offrire in pasto al mostro dell'alluvione, bombardando gli argini in punti strategici, due dei suoi quartieri: St. Bernard e Plaquemines, miserabili enclavi ai margini delle paludi, dedite prevalentemente (siamo in pieno proibizionismo) al contrabbando di bevande alcoliche. Di questo, spiega con dovizia di dettagli il libro, s'erano convinti (erroneamente, avrebbero più tardi spiegato geologi ed ingegneri idraulici) i veri padroni della città. Vale a dire: i membri di quell'elite finanziaria cittadina che Barry chiama "The Club". Tre in tutto: James Pierce Butler, della Canal Bank, a quei tempi la più potente dell'intero Sud; Rudolph Hecht, della Hibernia Bank, nonché presidente della American Bankers Association; e J. Blanc Monroe, brillante avvocato, vero dominatore del Consiglio d'Amministrazione della Whitney Bank.

Furono gli uomini del Club che, il 19 aprile, convocarono a City Hall (il municipio), una riunione d'emergenza comunicando i loro piani ad un selezionato consesso che, allora, ben rifletteva la vera mappa del potere cittadino: nessun rappresentante delle due contee "sacrificate", non più di due dei 21 consiglieri eletti, il sindaco Arthur O'Keefe (appena succeduto al defunto Martin Behrman, che, come un monarca, aveva dominato la città per 24 anni), il governatore della Louisiana (l'unico che, in effetti, avesse la facoltà legale d'ordinare la distruzione degli argini), il capo della Camera di Commercio, quello dello Stock Exchange ed i direttori dei giornali. Nessun voto (e, in pratica, nessuna discussione). Solo la richiesta, da parte del governatore (richiesta formalmente accolta) di "adeguate assicurazioni" in merito alla compensazione ed al successivo ritorno a casa degli abitanti delle zone allagate. Quando la voce delle conclusioni di quella riunione giunse a St. Bernard e Plaquemines, gli abitanti si sollevarono in difesa della propria esistenza. Ma a dissuaderli da ogni azione furono i due personaggi - entrambi preventivamente contattati da "The Club" - che di quella sperduta parte di mondo erano, a loro volta, i veri dominatori: il contrabbandiere Manuel Molero, e L. A. Mereaux, meglio noto come "Doc", punto di riferimento di tutto il traffico di alcolici (non di rado, si dice, riceveva visite di Al Capone) nonché, nel contempo, sceriffo della contea. La notte del 24 aprile gli argini che proteggevano St. Bernard e Plaquemines vennero fatti saltare con la dinamite nei pressi di Peydras. L'acqua invase le due contee. Nessuna delle 25.000 persone che vivevano da quelle parti venne mai compensata. Nessuna tornò mai a casa…

E più a nord di New Orleans, in quella parte del Delta che fu il cuore della "cultura della piantagione" - leggi: dello schiavismo - la tragedia conobbe un'ancor più drastica conclusione. Qui le autorità, coordinate dal governatore del Mississippi, James K. Vardaman - conosciuto come "The Great White Chief", il grande capo bianco - usarono due ben distinti sistemi di evacuazione: una per i "caucasici" (i bianchi, per l'appunto), condotti in normali (e relativamente confortevoli) campi profughi. Ed una per i neri, racchiusi in campi di lavoro forzato nella prossimità degli argini da ricostruire. I primi destinati a tornare a casa. I secondi destinati all'abbandono dopo la "consumazione". O, non di rado, al linciaggio, pratica che Vardeman pubblicamente incoraggiava sull'onda di falsi resoconti di stampa che descrivevano saccheggi e profanazioni di cadaveri da parte di gente di colore. "Se necessario - dichiarò in quei giorni il governatore - linceremo ogni etiope (sic) di questo Stato. Lo faremo se questo servirà a preservare la supremazia bianca…".

La grande alluvione del 1927, spiega "The Rising Tide", cambiò il volto dell'America. La cultura della piantagione - già messa in discussione dalla meccanizzazione dei raccolti di cotone - definitivamente annegò nelle acque del fiume in piena, paradossalmente trascinando con sé (in un lungo processo) anche i mostri (Vardeman) che aveva prodotto. L'emigrazione dei neri del Delta verso Nord, destinata a rigonfiare città come Chicago e Detroit (ed a creare la cultura del ghetto), s'accelerò prepotentemente nei postumi di quella tragedia. Che cosa cambierà ora il "grande uragano del 2005"? Quale nuova America uscirà dall'inferno d'acqua e di fuoco che riempie in queste ore gli schermi televisivi? Difficile dirlo. Di certo c'è, per ora, solo questo: le immagini che raccontano di ciò che, in quest'America in tutto diversa dal 1927, non è, in realtà, cambiato affatto. Dell'ingiustizia, dell'intrinseca, inalterata violenza, della povertà e del razzismo che sopravvivono - diversissimi eppur sempre eguali - alla forza bruta della natura ed alla logica della storia. O meglio: che la forza bruta della natura (ed in qualche misura anche la logica della storia) si limitano a riportare a galla come i cadaveri che oggi, a New Orleans, nessuno sembra in grado di contare. Perché sono - oggi da morti e, ieri, da vivi - ferocemente visibili e, tuttavia, al pari dell'uomo del celebre romanzo di Ralph Ellison (1952), del tutto invisibili. Come invisibili, 78 anni fa, erano gli abitanti di St. Bernard e Plaquemines, o gli schiavi che ricostruivano gli argini a Greenville, nel Mississippi. E che i vaporetti carichi di profughi bianchi beffardamente salutavano, salpando, al canto d'una vecchia canzone: "Bye bye, Blackbird".

Nessuno, in America, canta più quella canzone. Eppure a qualcuno è parso di riascoltarne le note rivedendo, dagli elicotteri delle tv, le sequenze della disperazione d'una città la cui agonia ha, una volta ancora, immancabilmente, la pelle nera…

Massimo Cavallini
Roma, 3 settembre 2005
da "Liberazione"