Perché Giuliano Ferrara organizza fiaccolate?

Le vere ragioni della fiaccolata

L'affare-Iran è un affare di politica italiana, ha poco a che fare con le questioni di principio e con il diritto sacrosanto di Israele ad esistere.

Se stasera Giuliano Ferrara, e gli altri organizzatori della fiaccolata davanti all'ambasciata iraniana, dichiareranno di volere una netta condanna delle demenziali maledizioni di Ahmadinejad contro Israele, e poi chiederanno a Sharon di lasciare i territori occupati dal suo esercito, dando così il via libera al sorgere di uno Stato palestinese, se tutto questo avverrà, domani stesso, su questo giornale, troverete un articolo nel quale Liberazione riconoscerà di avere sbagliato a non appoggiare l'iniziativa del "Foglio". Non è una trovata polemica, è la verità. Anzi, è una promessa. Liberazione, insieme al manifesto, è l'unico giornale italiano a non avere aderito alla fiaccolata di Giuliano Ferrara. Tutti gli altri organi di stampa, in modo esplicito o indiretto, hanno sostenuto l'iniziativa. Con grande clamore, con grandi mezzi, con una forte passione. Quasi nessun'altra manifestazione politica, o corteo, o sit-in, o fiaccolata, nella storia recente d'Italia, è stata annunciata con tanto rumore e in modo così unanime, e per così tanti giorni di seguito. E' inutile negarlo, noi e il manifesto ci siamo trovati molto isolati. Il rapporto di forze tra noi e gli altri giornali è più o meno di cento o duecento a 1, e se poi contiamo anche le televisioni allora è di mille a 1 o forse ancora più squilibrato.

Perché siamo così isolati? C'è una ragione chiara e un po' banale e una ragione più complicata. La ragione evidente è che il popolo palestinese, oggi, è isolato. Non gode di grandi sostegni nel mondo. Anzi, non gode di nessunissimo sostegno e deve affrontare una enorme ostilità. Dopo l'11 settembre si sono chiusi tutti gli spiragli con Washington e i palestinesi stanno pagando carissima la spirale guerra-terrorismo. In termini materiali e anche in termini di distacco dall'opinione pubblica occidentale.

La ragione più complessa è invece legata alla ardua e delicata questione politica che si è aperta, sul piano internazionale, in previsione di un cambio di governo in Italia. Se le previsioni di tutti gli osservatori si avvereranno, e il centrosinistra vincerà le elezioni, quale sarà la sua politica estera? Cioè, quale posizione assumerà nei confronti degli Stati Uniti, e, soprattutto, quale posizione nei confronti del conflitto arabo- israeliano? E' un passaggio decisivo, questo, e dentro questo passaggio si è scatenata una campagna politica, un massiccio esercizio di pressioni, promesse, ricatti, che vengono da forze diverse e che investono come un ciclone le varie componenti del centrosinistra. In fondo, anche dietro la divertente vicenda della gaffe di Berlusconi a Washington (ha detto che Bush era preoccupato di un cambio di governo in Italia, e poi ha dovuto goffamente smentire) c'è esattamente la sostanza di quello che stiamo dicendo. Certo che Bush è preoccupato - Berlusconi ha detto la verità; ha detto: "il re è nudo... " - ma non è preoccupato di chi sarà il premier: Bush vuole garanzie su una leadership di centrosinistra che non modifichi gli equilibri tra Europa e Usa (sebbene su questo piano l'Italia non conti così tanto da poter preoccupare Washington) e non modifichi il quadro internazionale e gli equilibri del Medioriente e del Mediterraneo.

L'affare-Iran entra dentro questo quadro. E' un affare di politica italiana, ha poco a che fare con le questioni di principio e con il diritto sacrosanto di Israele ad esistere. Del resto, se non siete convinti di questo, date un'occhiata ai giornali americani o inglesi, scorrete tutte le prime pagine, e poi diteci dove avete trovato un titolo sulle minacce dell'Iran contro Israele. In nessuno di questi giornali avete trovato quel titolo. Il caso è montato solo in Italia proprio perché è un caso di politica italiana. Finora ha prodotto un grosso risultato: la stragrande maggioranza dei leader dei partiti riformisti del centrosinistra hanno accettato il diktat e si sono schierati con la destra di Ferrara. Lo ha fatto - sembrerebbe - persino Massimo D'Alema, che pure ha alle spalle una storia lunga e seria di amico dei palestinesi. Ma D'Alema, nella sua precedente esperienza di governo (1998-1999) imparò una grande verità: i poteri forti sono forti davvero.

E tuttavia - nonostante l'adesione di giornali, tv, partiti, sindacati, gruppi di pressione, leader, intellettuali ed altro - l'operazione-fiaccolata non ha avuto un pieno successo. Perché? Non solo perché la sinistra radicale ha tenuto ferma la sua posizione: no al premier iraniano, no all'occupazione della Palestina, no alla guerra. Ma perché tra i tantissimi che hanno aderito, manca un nome. E' un nome importante: Prodi.

Piero Sansonetti
Roma, 3 novembre 2005
da "Liberazione"