La grave situazione in Palestina

ARAFAT STRETTO NELLA MORSA TRA L'AGGRESSORE ISRAELIANO E L'OPINIONE PUBBLICA PALESTINESE

Di ritorno dalla trattative di Camp David, Yasser Arafat è stato accolto come un eroe; era riuscito a resistere bene alle pressioni combinate di Ehud Barak e di Bill Clinton.
Tutti coloro che, sulla scena politica palestinese ma soprattutto in certa sinistra per il mondo, avevano pronosticato che il "Vecchio" avrebbe accettato di capitolare ai diktat americani e ingoiato i Banthustan che Barak voleva imporgli, sono stati smentiti.
Non foss'altro che per il fatto di dovere tenere conto dell'opinione pubblica palestinese e non del libretto d'assegni israeliano o americano, Yasser Arafat non potrà essere l'Anton Lahad dei palestinesi [A. Lahad: era il capo delle forze di supplemento di Israele nel Libano del Sud].
È quanto non erano riusciti a capire ne' Clinton ne' Barak, acciecati dalla loro mentalità imperialista e coloniale: di qui la loro sorpresa e la loro collera contro chi ha osato rispondere "No".

Quando, qualche mese dopo, sono ripresi gli incontri, il presidente e l' Autorità Palestinese (AP) godevano dell'appoggio dell'intera società palestinese, nonchè di tutte le frazioni politiche. Anche chi non aveva risparmiato critiche sia al modo in cui il presidente dell'OLP aveva condotto le trattative, sia ai sistemi di gestione dell'AP, era disposto a concedere un'altra occasione ad Arafat.
Mentre i capi locali e nazionali delle varie organizzazioni politiche palestinesi emergevano in primo piano ai danni di quel che resta della vecchia guardia, dei ministri e dei quadri dell'AP, il presidente si trovava di nuovo all'apice del proprio prestigio. A un anno di distanza, la situazione sta cambiando.

L'Autorità Palestinese destabilizzata

Per oltre un anno, il governo israeliano ha fatto di tutto pur di destabilizzare Yasser Arafat: il blocco economico e la quasi completa interruzione di qualsiasi collaborazione amministrativa con l'AP (indispensabile per i vari permessi imposti alla popolazione palestinese dall'esercito d'occupazione) miravano sicuramente a spingere la popolazione civile a vacillare e ad accettare i diktat politici israeliani, ma anche a svuotare di qualsiasi contenuto l'AP, rendendola incapace di gestire la vita quotidiana sotto la propria responsabilità. Analogamente, i bombardamenti e gli assassini extragiudiziali sono prevalentemente rivolti a bersagli vicini al presidente dell'AP, per spingerlo allo scontro o delegittimarlo agli occhi della sua stessa opinione pubblica.

Questo significa forse che il governo israeliano ha deciso di porre fine al potere di Arafat? Il peggio e' che non si può neppure rispondere affermativamente a questa domanda. Certo, vi sono ministri che non nascondono che, per loro, Arafat va liquidato e che vedrebbero di buon occhio la sua sostituzione con...Hammas. Così - pensano stupidamente - le cose sarebbero chiare e la comunità internazionale si collocherebbe di nuovo completamente al fianco di Israele, soprattutto dopo l'11 settembre. Lo Stato maggiore dell'esercito sembra condividere una concezione del genere, o perlomeno si comporta come se la caduta di Arafat fosse uno dei suoi obiettivi strategici, per farlo sostituire da una "direzione più pragmatica", cioe' più recettiva rispetto alle pressioni israeliane. Quanto ad Arie Sharon, dichiara ogni due giorni che Arafat non e' un interlocutore e che, di fatto, e' un altro Ben Laden, il che starebbe ad indicare che egli adotta le posizioni dell'estrema destra e dei vertici militari. Eppure, Sharon non può permettersi di prendersela direttamente con il capo dell'AP, visto che sembra che gli americani abbiano posto un veto chiaro e netto all'assassinio di Yasser Arafat o a misure che conducessero direttamente alla sua caduta.

Simon Peres e soprattutto i Servizi di Sicurezza si oppongono quindi categoricamente a tutto ciò che potrebbe contribuire alla caduta di Arafat. Per loro, egli resto il solo ed unico garante di un minimo di stabilità e del controllo delle iniziative di resistenza all'occupazione israeliana; se, come riporta Haaretz, "la situazione e' brutta, dopo Arafat sarà catastrofica" (15 novembre 2001). Indipendentemente dall'atteggiamento verso Arafat, la politica portata avanti da un anno a questa parte dai governi israeliani destabilizza sempre più l'AP.

Ascesa di una "nuova guardia"

In un articolo di prossima pubblicazione in The Foreign Affairs, ampiamente ripreso da Akiva Eldar in Haaretz (15 novembre 2001), il sociologo Khalil Shkaki, direttore del Centro Sondaggi Palestinese, mette in guardia gli israeliani che - come ad esempio gli "esperti" del Secondo Ufficio - pensano di far sostituire Arafat da quella che egli chiama la "vecchia guardia"., Abu Mazen, Abu Ala e Nabil Shaath, noti per le loro posizioni moderate, i loro eccellenti rapporti con i paesi occidentali e il loro ruolo essenziale nelle trattative con Israele. "Non sono loro che sostituiranno Arafat, ma una nuova coalizione tra làgiovane guardì nazionalista ('the new gard') e gli estremisti islamici. Sono loro che, nell'anno passato, si sono conquistati il rispetto del popolo, identificandosi con gli scontri militari con l'occupante. Il fatto che Israele li abbia spesso presi personalmente di mira come bersagli della sua politica di assassinii deliberati non fa che rafforzarne la popolarità: il segretario generale di Al Fatah, Marwan Al Barghuti, evidentemente, ma anche Sami Abu-Samahadana di Rafah, Hussam Khader di Naplus e Atef Abayat di Betlemme" assassinato di recente dagli israeliani. A queste figure politiche si aggiungeranno - sempre secondo Shkaki - i capi dei servizi di informazione palestinesi, Muhammad Dahlan e Jibril Rajub; "la stessa esistenza della vecchia guardia dipende completamente dalla legittimità che Arafat le prodiga. La nuova guardia, invece, pur riconoscendo l'autorità di Arafat, non dipende da questa [...]" .

La maggioranza dei palestinesi Ť per l'insurrezione armata

I sondaggi resi pubblici dal Centro Sondaggi Palestinese sono eloquenti: soltanto l'11% dei palestinesi dichiara di credere ancora nel processo negoziale, e l'86% (contro il 56% di un anno fa) sostiene l'idea di una insurrezione armata; la popolarità di Arafat e' calata del 30% a partire da Camp David; per la prima volta il numero dei palestinesi che dichiarano di identificarsi con il blocco islamiste e - leggermente - superiore a quello dei sostenitori del Fatah di Yasser Arafat. La conclusione che Shkaki ricava da questi sondaggi e' priva di qualsiasi ambiguità: "Arafat e la vecchia guardia non possono in alcun caso promettere un 'cessate il fuocò completo; non hanno i mezzi per imporlo. L' AP ha perso il monopolio militare, la strada ne rimette in discussione la legittimità e si oppone a qualsiasi tentativo di forzare la mano alla giovane guardia e alle correnti islamiste". Se si vuole una conferma per questa analisi, bastava guardare in televisione le migliaia di palestinesi di Genina che esprimevano la propria collera dopo l'arresto, ad opera della polizia palestinese e su richiesta degli americani, del dirigente della jihad islamica, Mahmud Tualba. Questa volta, i manifestanti non hanno esitato ad aggredire i poliziotti palestinesi e a gridare ingiurie contro il presidente dell'AP. Come spiega Ghassan el Khatib, direttore di Jerusalem Media and Communication Center: "Arafat e' troppo indebolito dalle pressioni esercitate a Israele, dagli USA e dall' Europa , per fermare i militanti dell'Intifada, mentre parallelamente Israele continua la propria politica di assassinii mirati e di punizione collettiva dell'insieme della popolazione palestinese". Arafat, dunque, manovra tra le pressioni popolari e quelle israelo-americane. Ma si sbagliano i dirigenti israeliani se credono che il fondatore di Al Fatah sia disposto ad assumersi il rischio di apparire come l'Anton Lahad dei palestinesi o di provocare una guerra civile. Sembra che Sharon lo capisca, e non ne sia scontento: soltanto "il blocco totale" della violenza consentirebbe per lui il ritorno al tavolo delle trattative; ma tutti sanno che il primo ministro israeliano non vuole assolutamente che le trattative riprendano. Risultato: Sharon non vuole il cessate il fuoco, Arafat non lo può imporre, e quindi gli scontri sono destinati a protrarsi, finchè la comunità internazionale non decida alla fine di imporre a Israele di interrompere la violenza e di riprendere i negoziati.

di Michel Warschawski
Giornalista israeliano, collaboratore del Centro di informazione alternativa (AIC), ha pubblicato di recente in francese: IsraŽl-Palestine, le défi binational (Israele-Palestina, la sfida binazionale), coll. La Discorde, Parigi, 2001
Parigi, 1 dicembre 2001
da "Inprecor, n. 465, dicembre 2001" trad "Bandiera Rossa News"