Europa, dietro i molti trucchi sul "Patto di stabilità"

Il baraccone liberista non regge più

I costi dell'allargamento dell'UE

Dopo aver pugnacemente difeso il Patto di Stabilità dall'assalto dei governi di Germania, Francia e Italia, il presidente della Commissione europea Romano Prodi ha detto di trovarlo "stupido". Lunedì sera, al Parlamento europeo, gli interventi dei socialisti, e di una parte dei popolari e dei liberali, a partire dai Ds e dalla Margherita (sino a qualche giorno fa feroci critici da destra di Tremonti in nome del "rigore") ricalcavano, con sdegno, le nostre critiche e le nostre proposte alternative di sempre.
Non si riusciva credere alle nostre povere orecchie.
Martedì sera Chirac, che è il più serio di tutti, ha allargato il fronte dell'attacco all'insieme degli orientamenti che informano le politiche di bilancio nell'Unione Europea. Meglio tardi che mai, naturalmente; il nostro più caldo benvenuto a questa folgoreazione che improvvisamente ha travolto, Paoli novelli sulla via di Damasco, Prodi & C.

Oltre i trattati

A causa della recessione che ha caratterizzato l'economia europea, quest'anno i bilanci dei Paesi Ue hanno dovuto registrare deficit superiori a quelli indicati dal Patto di Stabilità, dunque si sono collocati assai oltre la soglia del punto e mezzo per cento previsto, cioè attorno al tre.

Il caso Polonia

In un recente incontro a Varsavia, svoltosi tra il gruppo parlamentare europeo del Prc Europeo e la sinistra politica e sociale dei paesi dell'Europa centrale candidati all'entrata nell'Ue entro l'inizio del 2004, i rappresentanti polacchi ci hanno spiegato le condizioni previste per l'entrata del loro paese. Intanto, che le rimesse ai bilanci delle loro famiglie contadine - il venti per cento della popolazione polacca - da parte dell'Ue, nel quadro della Politica Agricola Comune, ammonteranno a circa metà di quanto queste famiglie perderanno per effetto dell'entrata nell'Unione; poi che il complesso delle rimesse alla Polonia da parte dell'Ue sarà inferiore a ciò che la Polonia dovrà versare all'UE a seguito della sua entrata (ogni paese membro è tenuto a versare poco più, attualmente, dell'un per cento del suo Pil, salvo la Gran Bretagna che ne versa la metà, concessione fatta a suo tempo al governo Thatcher).
E' noto che i contadini polacchi non nuotano nell'oro: quindi trattarli così significherà produrre - sempre secondo le dichiarazioni della sinistra polacca - qualcosa come quattrocentomila nuovi disoccupati, i quali inoltre tenteranno di emigrare in Germania, dove i disoccupati sono attualmente più di quattro milioni.
Ed è pure chiaro che quello stanziamento di milleottocento miliardi andrà assai aumentato, altrimenti l'allargamento dell'Ue potrebbe saltare per aria. Ma già adesso si tratta di uno stanziamento che comporta costi sociali significativi per parecchi paesi membri, e di conseguenza guai politici significativi per i loro governi. Infatti le capacità di spesa dell'Ue dipendono pressoché totalmente dalle rimesse degli stati membri: l'Ue infatti non può ricorrere al risparmio privato o a istituzioni finanziarie attraverso l'emissione di titoli, per la contrarietà della Commissione, della maggior parte dei governi dei paesi membri e della stessa maggioranza del Parlamento Europeo.
E non può nemmeno attingere alle "riserve superflue", cioè alle riserve presso le varie banche centrali eccedenti rispetto a quanto servirebbe per combattere eventuali attacchi speculativi all'euro, perché a ciò si oppone l'ineffabile governatore della Banca Centrale Europea, Duisenberg, convinto che la causa principale della modesta inflazione in atto sia essenzialmente le "mani bucate" dei governi dei paesi membri e non le tensioni in fatto di prezzo del petrolio in vista della guerra degli Stati Uniti all'Iraq.
Così dunque stando - in un modo del tutto "stupido" - le cose, ciò che si darà ai paesi attualmente candidati andrà appunto tolto da ciò che si dà ai paesi attualmente membri.

Riassumendo: o l'allargamento non ci sarà, o se ci sarà verrà drammaticamente pagato dalle popolazioni dei paesi candidati o da una parte di quelle dei paesi membri o magari, perché no, da tutt'e due, equanimemente facendo a mezzo del "rigore".

Sulla pelle dei contadini

E chi, esattamente, pagherebbe nei paesi membri? Principalmente, intanto, una notevole parte dei contadini. L'attuale spesa dell'Ue va a coprire, per oltre il quaranta per cento, rimesse alle agricolture, e da tempo ci si impegna, da più lati, a inventare tagli di qui e di là, il più delle volte "stupidi" e cioè incapaci di porre termine ad ogni sorta di irrazionalità e a tutta una tipologia di insulti ambientali connessi al fatto che la Politica agricol comunitaria tende fondamentalmente a premiare l'agricoltura intensiva e ad alta intensità di capitale. Poi, pagherebbero le regioni a più basso reddito medio delle loro popolazioni o ampiamente colpite da dismissioni industriali, sul fronte dei dei vari "fondi strutturali" di cui attualmente beneficiano.

Chirac allora ha cominciato a minacciare un gioco assai duro. Già la Francia è tra i paesi che più faticano a contenere il deficit di bilancio. Essa inoltre, in quanto beneficiaria più di ogni altro paese membro delle rimesse dell'Ue all' agricoltura, dovrebbe unire allo sforzo di contenimento del deficit, cioè a tagli alla spesa sociale e ad investimenti infrastrutturali, anche la compensazione da parte del proprio bilancio di quanto verrebbe meno da parte dell'Ue alla propria agricoltura. Oppure assisre al suo disastro sociale ed economico. Chirac quindi, mentre da un lato incoraggia il governo francese a proporre la necessità di un ripensamento ampio delle politiche di bilancio dell'Ue, tira fuori per parte sua due notevoli assi di bastoni dalla manica, dichiara cioè la necessità di una distribuzione meno a carico delle agricolture dei costi dell'allargamento, quindi di un prelievo massimo possibile di risorse sul versante dei fondi strutturali, ciò che significa più a carico di Germania, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, e inoltre dichiara l'inaccettabilità del prosieguo del contributo dimezzato al bilancio dell'Ue da parte della Gran Bretagna.

Il baraccone neoliberista europeo - in conclusione - ha cominciato a vacillare e proprio su quel suo fondamentale punto d'appoggio che è dato da politiche di bilancio restrittive. Hanno concorso la recessione mondiale, la crisi delle condizioni sosciali di gran parte delle popolazioni, l'inconsistenza e l'arroganza dei ceti di governo e delle autorità monetarie, la ferocia antisociale delle condizioni poste ai paesi candidati per l'entrata nell'Ue. E dunque prossimamente potremmo assistere a un aserie di fallimenti annunciati: dell'allargamento alla Convenzione per la "costituzionalizzazione" dell'Ue, fino alla rissa tra i principali governi sulla distribuzione degli oneri dell'allargamento. E al tempo stesso l'ampiezza di questa crisi rappresenta l'apertura, finalmente, di condizioni più favorevoli nelle sedi istituzionali dell'UE, a partire dal suo parlamento, per una correzione di rotta rispetto alle politiche di bilancio restrittive. Naturalmente sarebbero condizioni insufficienti, anche se non irrilevanti: queste politiche di bilancio sono state funzionali in questi anni ad un violento sistematico attacco alle conquiste del lavoro dipendente e ai sistemi di Welfare. Perché la correzione di rotta si realizzi davvero, occorre perciò un'ulteriore crescita quantitativa e qualitativa, su scala anche immediatamente continentale, di protagonismo sociale antiliberista. Forse, si comincia a vederla.

Luigi Vinci
Roma, 25 ottobre 2002
da "Liberazione"