Genocidio sotto nome di embargo. i costi umani del quarantennale blocco economico che ora Bush vuole inasprire

Assassinio a Cuba

Embargo a Cuba.

Mantenerlo. Aumentarlo. Parola di George W. Bush, Miami, maggio 2002. Vediamo allora da vicino di che si tratta.

«Vittima di una delle politiche di Stato più inumane che nessun popolo abbia mai subito: Cuba è stato oggetto, dal trionfo della Rivoluzione nel 1959, di una crudele e spietata guerra economica. Questa guerra la conduce il Paese più potente della terra, gli Stati Uniti».

Così testualmente inizia il Rapporto che il governo cubano ha presentato al segretario generale dell'Onu, non più tardi di qualche mese fa.

Ricordato, opportunamente, il fine specifico dell'embargo così come appare, nero su bianco, in un documento ufficiale del Dipartimento di Stato - un embargo che doveva produrre «la fame, la disperazione, l'abbattimento del governo» nell'isola caraibica - il Rapporto mette in rilievo che «nessuna delle amministrazioni succedutesi al potere negli Stati Uniti negli ultimi quarant'anni, ha ceduto di un millimetro nei suoi obiettivi». Da Kennedy a Bush padre e figlio, passando per Nixon, Reagan, Clinton. E niente è cambiato nemmeno quando, il 24 novembre 1992, l'Onu ha adottato la risoluzione 47/19 sulla necessità di porre fine al Blocco. Anzi, gli Stati Uniti hanno continuato «ad ignorare il voto della comunità internazionale», persino aumentando «gli strumenti della loro politica ostile».

Strumenti forsennatamente efficaci: ad esempio la legge Torricelli (dal nome del suo promotore), una vera infamità. Essa «rafforzava la dimensione della extraterritorialità in tutta la trama delle legislazioni e misure che formano il blocco contro Cuba»; e veniva vigliaccamente approvata dagli Stati Uniti in un momento particolarmente delicato per l'isola caraibica, cioé «quando il nostro Paese - continua il Rapporto - cominciava ad orientare con esito positivo il suo commercio estero verso l'Europa occidentale, il Canadà, l'America Latina, i Caraibi, dopo che il crollo della comunità socialista europea e dell'Urss aveva provocato un contraccolpo fortissimo sulla nostra economia». Una legge in sostanza adottata al solo scopo di impedire a tutti i costi «il recupero dell'economia cubana».

Ci sono stati errori, intoppi, imprevidenze nella politica del governo di Castro? Chi lo nega; ma tutto appare insignificante e "piccolo", davanti alla madornalità e spietatezza dell'embargo. Dopo il crollo dell'Urss, da cui Cuba, lo abbiamo già scritto, dipendeva sotto il profilo economico e commerciale almeno per l'80 per cento - quei primi anni del "periodo speciale", «quando noi abbiamo sofferto un colpo terribile», parole di Castro - il David ribelle è in ginocchio.

Con gioia feroce gli Usa assistono alle sue pene, sperando nel tracollo definitivo: che però - delusione più cocente della Baia dei Porci - non avviene. Sia pure a prezzo di sacrifici e sofferenze, la Rivoluzione infatti resta in piedi; anzi riesce persino ad aprirsi un varco.

A quel punto, Washington capisce che la "Torricelli" non basta. Ecco allora, nel ‘96, un'altra infamità: quella che va sotto il nome di legge Helms-Burton. Più che una legge, è un atto di pirateria internazionale.

Spietatezza

Tra le altre porcherie, essa pretende di imporre «un embargo internazionale obbligatorio»; e - oltre che l'appoggio, codificato per norma, ai gruppi di sovversione interna mediante i fondi istituiti per le cosiddette "operazioni straniere" - prevede sanzioni civili di 50 mila dollari per i cittadini statunitensi che in qualsiasi modo entrino in relazioni commerciali con Cuba (vietati anche i viaggi); e impone il ricatto verso tutti quei Paesi che a qualsiasi titolo instaurino rapporti economici con Castro, minacciando ritorsioni contro privati e soprattutto contro imprese (canadesi, inglersi, spagnole, italiane, messicane, eccetera) che osino violare le norme di quella legge. Che in sostanza è una specie di embargo esteso al mondo, diffidato a "trafficare" con l'Isola.

Qualche esempio? Grazie alla Helms-Burton, «negli Stati Uniti non è possibile importare alcun prodotto da qualsiasi Paese del mondo che contenga, anche in minima percentuale, materia prima proveniente da Cuba (nichel, zucchero o altro)». Oppure «una nave che attracca in un porto cubano non può per sei mesi fare scalo nei porti statunitensi». Oppure «ai dirigenti di una impresa (e ai loro familiari) che abbia relazioni economiche con Cuba è negato il visto di ingresso negli Usa.» E ancora: «Gli Stati Uniti proibiscono a imprese di Paesi terzi di ri-esportare a Cuba prodotti di origine nordamericana».

Ancora più brutalmente, ogni prestito in sonanti dollari alla ex Urss viene vincolato alla sottomissione al ricatto statunitense.

La filosofia è una sola: togliere tutto l'ossigeno e aspettare di vederli morire. Il Rapporto cubano all'Onu del resto chiama il Blocco per quello che realmente è: genocidio.

E continua: «La politica aggressiva contro il nostro Paese si è inasprita dal 20 gennaio 2001, quando il potere negli Stati Uniti è passato nelle mani di un nuovo governo, che ha fatto della retorica anticubana e degli impegni assunti con i circoli controrivoluzionari di Miami la base delle sue azioni contro Cuba». Sono i giorni attuali, quelli di George W. Bush (così ben illustrati a Miami).

E' un Blocco che ha funzionato (e funziona) magnificamente.

Sono sempre parole del Rapporto. «L'intenzione degli Usa di provocare difficoltà nell' alimentazione e nella salute della popolazione cubana si è esacerbata con la adozione delle due leggi». Come conseguenza di questa politica, infatti, «il Paese si è visto obbligato a realizzare straordinarie erogazioni in divisa. Solo nell'anno 2000 dovette pagare 38 milioni di dollari in più per comprare alimenti; ciò a causa delle differenze di prezzi dovute al fatto che Cuba è stata costretta a mercati alternativi con maggiorazione dei costi».

Si intacca la vita, la pura sopravvivenza. «Se in quello stesso anno avessimo disposto di questa cifra per aumentare gli acquisti di alimenti, ciò avrebbe significato la possibilità di comprare 100.000 tonnellate in più di grano, 20.000 tonnellate in più di farina di frumento, 40.000 tonnellate in più di riso, 5.000 tonnellate in più di latte in polvere e 1.000 tonnellate in più di carne di pollo».

E non è soltanto questione, pur vitale, di latte e farina. Identiche limitazioni si fanno sentire, e pesantemente, anche nel campo «degli elementi necessari per la produzione agronomica, che influiscono sulla capacità di questo settore di approvvigionare, nella quantità e nella qualità necessarie, il consumo della popolazione».

Conseguenze pesanti. «I danni economici cagionati dal Blocco hanno influito negativamente sull'allevamento del bestiame e dell'avicoltura (meno 78% solo in quest'ultimo settore)»: in sostanza, meno sviluppo e tanti soldi spesi in più per l'importazione necessaria a garantire «un livello minimo di consumo alle fasce più vulnerabili della popolazione, tra cui bambini anziani e malati».

Prove tecniche di affamamento.

Dopo il cibo, le medicine. L'attacco al sistema sanitario è parte integrale del Blocco, fin dall'inizio. Per esempio impone la proibizione di «ogni possibile trasferimento tecnologico scientifico nel settore, ostacolando l'entrata della letteratura medica, lo scambio di esperienze e persino la partecipazione a convegni e congressi».

Succede così che oggi medici, infermieri e tutto il personale sanitario «sono costretti a lavorare in condizioni estremamente difficili». Qualcuno paga, naturalmente (e non a caso il governo cubano imputa all'embargo non soltanto i danni economici, ma anche gli immensi "danni umani"). Per esempio, «i genitori del piccolo Johnatan Guerra Blanco, di appena 8 mesi sono due fra i tanti cittadini cubani che possono testimoniare le loro sofferenze, che sarebbero state minori se si avesse avuto l'opportunità di acquistare un dispositivo
chiamato "Stent", negato dalla azienda Johnson & Johnson».

Vero Stato-canaglia, gli Usa vietano infatti, ancor più con le ultime due leggi, anche la vendita delle apparecchiature mediche, delle specialità farmaceutiche, dei prodotti biotecnologici. «Tutte le specializzazioni del sistema sanitario hanno sofferto severi danni in tema di disponibilità di medicine, materiale monouso, utensili e pezzi di ricambio»: e questo nel momento stesso - dopo il crollo dell'Urss - in cui è diventato acuto «il problema della obsoleta tecnologia». Tra gli impatti più negativi, quelli sulle «prove diagnostiche come raggi X, analisi di laboratorio clinici e microbiologici, biopsia ed endoscopia».

Far morire, lasciar morire.

Medicine negate

Per esempio, «l'azienda Murex International Technologies, per evitare le rappresaglie nordamericane, ha proibito la vendita a Cuba di apparecchiature di diagnosi, che fino a quel momento era stata realizzata da una delle sue filiali nel Regno Unito». Per esempio, le imprese cubane «non possono acquistare apparecchiature di laboratorio di note aziende come Baxter, Healthcare, Drake Willock, Vitalmex Interamericana, ecc»; né accedere nemmeno a certi farmaci speciali per la leucemia come l'Oncaspar; o, a suo tempo, come l'Azt contro il virus Hiv.

Il pane, le medicine. Ma anche l'acqua. «La situazione dell'acqua potabile e del risanamento idrico è peggiorata negli ultimi anni. L'accesso delle famiglie cubane all'acqua potabile è stato limitato dalla mancanza di cloro, nonché dal deficit di pezzi di ricambio e di componenti per mantenere o riparare gli impianti di somministrazione e purificazione».

Il Blocco e il suo carattere assassino.

Maria R. Calderoni
Cuba, 24 maggio 2002
da "Liberazione"