Elezioni legislative francesi 2002

Francia, lezioni dal voto

La Sicilia è senz'acqua, ha la mafia, e una maggioranza assoluta di destra, berlusconiana. La Francia ha l'acqua, non ha la mafia, ma ha una maggioranza altrettanto assoluta di destra, chirachiana.

I due ultimi qualificativi non hanno parentele strette fra loro, le situazioni geografiche e socio-economiche sono molto diverse, ma una causa comune c'è: una analoga configurazione politica odierna. La spiegano gli eventi politici francesi degli ultimi due mesi, le elezioni presidenziali di aprile, e le politiche del 9-16 giugno. Il dato costante è l'assenteismo degli elettori che non si mantiene soltanto, ma progredisce ogni volta, fino al record per la Francia del 38.5% del secondo turno alle elezioni della Camera. Su 10 aventi diritto, 6 votano e 4 no.

In Francia, il nostro vicino dagli umori mutevoli, spesso imprevedibili, l'assenteismo è una delle cause del risultato politico finale, un'altra delle "camere introvabili" che dal 1815, fino a quella gollista post-Maggio '68, segnano la storia francese. In genere, dopo una esperienza di sinistra, il pendolo dei "cugini" si rovescia, dando luogo ad Assemblee "introvabili" perché la maggioranza è tale che il potere diventa di fatto inquestionabile.

A questo primo perché, sul disinteresse elettorale, la Francia ne aggiunge subito un secondo, specifico e proprio. Dalla dispersione del primo turno delle presidenziali, in aprile, si passa, in giugno, alla estrema polarizzazione. Ci sono ormai due soli partiti in Assemblea: la destra dell'Ump, Unione per la maggioranza presidenziale, attenzione, la sigla è nuova e nuove sono le connotazioni, con 402 deputati su 577; e la sinistra del P. S., vecchia sigla dello storico socialismo, con 175. Rimangono, insignificanti, a destra gli ex-giscardiani dell'Udf, 27, e a sinistra i comunisti che riescono, con 21 deputati, a mantenere il gruppo parlamentare, e i verdi ridotti a 3. Alle presidenziali, l'eccesso di sicurezza de due candidati papabili per l'Eliseo, Chirac e Jospin, fra i quali tutti i sondaggi e le previsioni degli esperti prognosticavano con sicurezza il ballottaggio, avevano provocato l'estrema frammentazione dei candidati soprattutto della sinistra, solo i trotzkisti ne avevano 3, e la scesa in campo di J. P. Chevènement, il vero affossatore di Jospin.

Chevènement merita una parentesi a sé: leader della sinistra socialista che consente a Mitterand di impossessarsi del Ps al Congresso di Epinay, molte volte ministro, dimissionario dalla Difesa perché contro la guerra del Golfo e dagli Interni perché contro l'autonomia della Corsica, leader di un piccolo gruppo di fedelissimi, è stato folgorato dalla globalizzazione e dalla conseguente spinta al particolarismo, già spiccatissimo in lui. I sondaggisti, ridicolizzati dalle elezioni, gli davano il 14% dei voti. Ne ha raccolto un misero 4%, sufficienti per raggiungere tre rilevanti risultati: privare uno dei migliori premier francesi del dopoguerra, il protestante restauratore della moralità nella politica, il severo, forse troppo, Lionel Jospin, del ballottaggio con Chirac e di una probabile vittoria; offrire all'integralista fascista Le Pen la piattaforma elettorale (Chirac e Jospin, due facce della stessa politica); far dono a Chirac dello slogan centrale per il secondo turno, quando il "Polo repubblicano" ha fermato la minaccia Le Pen, eleggendo Chirac con un quasi moscovita 82% dei voti. Uno Chirac che aveva sulle spalle la minaccia giudiziaria per la disinvolta gestione della Mairie di Parigi, quando era sindaco, e il peso dell'errore commesso nel '97 quando disciolse la Camera alla ricerca di una conferma popolare, e consegnò invece Matignon a Jospin e ai socialisti.


La Francia, sempre pronta a distribuire lezioni, se ha perduto l'immagine che aveva, di possedere un modello politico invidiato e imitato anche da noi (annovera oggi 5 milioni di elettori, quelli di Le Pen, privi di rappresentanza parlamentare), ha il merito, indubbiamente non voluto, di indicarci qualche altra utile lezione. Nell'ecatombe dei maggiorenti della sinistra, il segretario del Pcf Hue - che riesce a perdere, dopo la Mairie, anche il seggio di Argenteuil, comunista da 66 anni, avendo raggiunto, alle presidenziali il livello più basso mai conosciuto dal Pcf, persino al di sotto della trotzkista Laguiller - ci conferma inequivocabilmente che un partito comunista non può più avere corso, almeno fino a che nell'opinione pubblica quell'aggettivo non sarà del tutto dissociato da altri due che impropriamente lo accompagnano: stalinismo e soviettismo.

L'altra clamorosa caduta, quella di Martine Aubry, figlia di Delors e inventrice delle 35 ore settimanali, ci rammenta che non c'è più posto, semmai vi è mai stato, per un riformismo octroyé, concesso o caduto dall'alto, senza compartecipazione e volontà popolare. Gran parte della classe operaia è stata messa in difficoltà da quella iniziativa, che ha profittato agli impiegati ed è stata accettata dagli imprenditori, quando, nelle intenzioni, avrebbe dovute essere una riedizione del 1936. Ma qui si entra nel significato più profondo e più generale del risultato francese: il funzionamento e gli strumenti della democrazia, i partiti e la rappresentanza parlamentare.

I partiti politici, nati con il grande sommovimento dell'industrializzazione, hanno di fronte oggi un nuovo, formidabile sconvolgimento, che siamo soliti riassumere nel termine generico di globalizzazione, ma comprende ben più, a cominciare dalla rivoluzione tecnoscientifica. Devono dunque adattarsi, come i movimenti spontanei, no-global o girotondi vari, li sollecitano ovunque a fare. Il partito gollista è divenuto un Movimento che deve «strutturarsi, dice il premier Raffarin, senza riferirsi alle cappelle del passato». E' forse un indizio da prendere in conto.

Quanto alla rappresentanza, ci si dimentica che nessun paese ha ancora messo in opera il più radicale dei principi della People's Charter del 1838, la Carta del popolo dei Cartisti, che mise le basi del suffragio universale e della democrazia. Il principio è la possibile revocabilità del mandato parlamentare, ad ogni verifica annuale dell'assemblea degli elettori. Perché la politica riconquisti un collegamento stabile con la società civile e la sinistra ritrovi il collegamento perduto, non solo in Francia, con le classi popolari, c'è bisogno di reinventare i modi della partecipazione. L'ex ministro socialista Jack Lang ha detto a Le Monde: «Finiamola con la sinistra piccolo borghese, riscopriamo il senso del sogno, dell'utopia». Né l'uno né l'altra hanno più corso, in Francia e meno ancora in Sicilia.

Giorgio Fanti
Roma, 28 giugno 2002
da "Liberazione"