Il movimento antiglobalizzazione ed il ruolo dei giovani comunisti
Giovani comunisti in movimento

A piu' di un anno dalle manifestazioni di Seattle, dopo Praga, Nizza, Porto Alegre, e poi Napoli e Quebec City, il movimento antiglobalizzazione e' ormai una realta', e rappresenta l'avvenimento politico e sociale piu' importante di questa fase, l'ambito in cui lavorare in maniera prioritaria.
Per la prima volta dopo 10 anni di assenza quasi totale di forti movimenti giovanili, dall'ormai lontano - almeno per i giovani che animano le lotte di oggi - movimento contro la guerra del Golfo nel '91, o dalla Pantera del ' 90, assistiamo alla mobilitazione e all'impegno di una fascia significativa delle nuove generazioni.
Anche il movimento degli scorsi mesi all'Universita ' di Roma, pure nella sua specificita' locale, dimostra questo dato.
Solo due o tre anni fa quella lotta, sviluppatasi nel solo Ateneo romano, sarebbe stata interpretata, e percepita dagli stessi protagonisti, come "isolata", almeno in parte "sconfitta", debole e resistenziale. Oggi, grazie alla presenza concreta del movimento antiglobalizzazione, alla contemporanea manifestazione di Napoli, alla preparazione di Genova, la stessa lotta e gli stessi studenti si sono sentiti piu' forti, non isolati ma parte di un movimento piu' ampio, al quale, infatti, ora si stanno dedicando in maniera significativa.
La presenza e il protagonismo di nuove generazioni di militanti in questo movimento, infatti, rappresentano un elemento particolarmente importante, da indagare maggiormente, e da verificare anche nei prossimi passaggi.
La forte presenza di giovani in tutti gli appuntamenti dell'ultimo anno e' stata ben visibile - anche se questo dato non e' ancora omogeneo in tutti i paesi - e senza dubbio molto piu' ampia che in passato, anche se, almeno in parte, ancora riferita ad "avanguardie" giovanili. Anche a prescindere dalla "quantita'" di forze finora mobilitate, infatti, il fatto stesso di non essere piu' impegnati in lotte parcellizzate, isolate tra loro, sempre e soltanto concepite in termini difensivi, e di sentirsi, invece, parte di un movimento piu' ampio, internazionale, mondiale, immette nei soggetti stessi, protagonisti dei diversi appuntamenti, un senso nuovo di possibilita' di sviluppo, di ottimismo, di sentirsi comunque in sintonia, piu' che nel passato, con le preoccupazioni e il sentire diffuso di larga parte della popolazione.
In fondo anche nel passato la radicalizzazione giovanile passava per la possibilita' di identificarsi con altre lotte, in paesi lontani, come le rivoluzioni anticoloniali degli anni '60. Oggi, in un contesto internazionale decisamente diverso, all'epoca della globalizzazione e di internet, lo schema, sia pure in forme e modalita' diverse, sembra ripetersi.
L'idea di essere parte di un movimento che va dai contadini Sem Terra del Brasile, ai lavoratori sud-coreani, passando per i disoccupati francesi e gli indigeni del Chiapas, permette una presa di coscienza e una radicalizzazione di un numero importante di giovani.
Se pure possiamo e dobbiamo continuare ad interrogarci e indagare le caratteristiche di questo movimento, la sua capacita' di mobilitare soggetti sociali, di intercettare bisogni diffusi, non possiamo quindi sottovalutarne l'importanza e le potenzialita' ulteriori di sviluppo e radicalizzazione. Il movimento, dunque, esiste e al suo interno, inevitabilmente, cominciano a delinearsi ed organizzarsi diverse aree politiche e sociali, spesso con diverse prospettive strategiche.
Dall'ala che potremmo definire piu' "moderata", che tende a proporre parole d'ordine giuste, ma parziali, e a chiedere riforme e modifiche all'interno degli organismi internazionali - come fanno ad esempio molte ONG, oppure campagne come Sdebitarsi - all'ala piu' radicale che al suo interno si articola in modi e con parole d'ordine diverse a seconda dei soggetti sociali e politici che rappresenta.
E' quel che sta accadendo anche ora, in occasione della preparazione delle manifestazioni di Genova, con il gioco di contrapposizioni e di operazioni di visibilita' portato avanti, in modo diverso e piu' o meno accettabile, dalle diverse organizzazioni all'interno del Genoa Social Forum, a partire da Ya Basta.

Il ruolo dei Giovani comunisti

I Giovani Comunisti hanno avuto il merito incontestabile di cogliere sin dall'inizio l'importanza e le potenzialita' delle mobilitazioni antiglobalizzazione, gia' con la forte partecipazione alle euro-manifestazioni di Amsterdam nel '97 e di Colonia nel '99. Il fatto che, in maniera quasi spontanea ai livelli locali, e in maniera determinata e convinta negli organismi di direzione nazionale, i Gc si siano investiti, nel corso dell'anno passato, quasi esclusivamente nella preparazione degli appuntamenti internazionali rappresenta un dato indubbiamente positivo, che dimostra ancora una volta le forti potenzialita' della nostra organizzazione giovanile, alla quale, a differenza del Prc, non e' costato molta fatica coinvolgere qualche migliaio di giovani comunisti nelle mobilitazioni di questi mesi.
Grazie alla disponibilita' a cogliere la radicalizzazione giovanile, all' internita' ai processi di mobilitazione internazionale - oltre alle euromarce, va considerata positiva tutta l'attivita' di solidarieta' agli zapatisti, compresa l'importante partecipazione alla marcia dell'Ezln dello scorso marzo, ma anche l'impegno nelle mobilitazioni contro la guerra nei Balcani - i Gc si sono dimostrati una struttura capace di interloquire con l 'esterno, permeabile alle sollecitazioni del mondo giovanile piu' politicizzato, dimostrando di poter svolgere un ruolo importante nella costruzione e nello sviluppo del movimento antiglobalizzazione.
Questo dato positivo, pero', non elimina alcune considerazioni critiche sia sulle potenzialita' finora inespresse, sia su alcune scelte politiche che impongono una riflessione accurata e un dibattito il piu' ampio possibile.
Dibattito che non puo' che avere effetti positivi, vista l'unanime convinzione che quello del movimento antiglobalizzazione sia il terreno di iniziativa da privilegiare.

L'equivoco "tute bianche"

Da circa due anni i Gc hanno intessuto un rapporto privilegiato con l' associazione Ya Basta e con il loro progetto conosciuto come "tute bianche".
Questo rapporto e' passato attraverso mobilitazioni comuni a Praga, Nizza-Ventimiglia, nella marcia zapatista.
 L'idea che ha sorretto, piu' o meno esplicitamente, questa scelta si basa su tre convinzioni di fondo: In realta', se pure e' condivisibile l'ipotesi di lavorare assieme alle componenti piu' radicali, i Gc hanno contribuito a consegnare la massima visibilita' a un'organizzazione che si definisce "sociale", ma si concepisce come "politica", limitando la propria visibilita', il proprio ruolo, le proprie potenzialita', che pure potevano essere ricercate e praticate senza minare il carattere unitario della nostra iniziativa di "movimento".

E' per questi motivi, e non per un "prurito" minoritario o, peggio, settario, che non ho condiviso la scelta di considerare la tuta bianca come "simbolo del movimento", ne' quella di privilegiare l'interlocuzione, pure necessaria, con i compagni di Ya Basta rispetto ad altre strutture, altrettanto diverse da noi, ma oggettivamente utili alla costruzione del movimento e al rafforzamento di una sua area piu' radicale e potenzialmente anticapitalista, come i Cobas o i centri sociali che non si riconoscono nel percorso della Carta di Milano (es. Officina di Napoli).

Purtroppo le recenti vicende legate al Gsf, le dichiarazioni di "guerra" in diretta tv, confermano questi timori e queste convinzioni.

Come Giovani comunisti avremmo potuto rafforzare meglio una dinamica unitaria, e non di sterile scontro per l'egemonia, come invece rischia di avvenire a Genova, proprio se fossimo stati capaci, non solo di "essere" nel movimento, ma anche di svolgere un ruolo forte di indirizzo e di immissione di contenuti, e non da ultimo attento alla nostra costruzione in quanto organizzazione.

Cosa che peraltro tutti gli altri soggetti interni al movimento sembrano tenere in particolare attenzione. Anche a scapito, e questo va criticato, della salvaguardia dei passaggi unitari e condivisi.

Se, in un passaggio cosi' importante come il disgelo sociale di cui parla il segretario, non riusciamo a rendere evidente "l'utilita'" e la credibilita' di un'organizzazione giovanile come la nostra, allora rischia di perdersi il senso della scelta di non presentarsi esclusivamente con lo strumento partito (adulto).

Infine, credo, che le strutture nazionali dei Gc abbiano sottovalutato finora il proprio ruolo di direzione e di indirizzo dei livelli locali nel movimento.
Al di la' del merito delle scelte, che certo il coord. e l' esecutivo hanno la titolarita' di assumere anche a maggioranza, non si puo' certo pensare che i compagni delle federazione apprendano da comunicati sul giornale o da fax quale deve e vuole essere il nostro ruolo nel movimento.

Un movimento meno precario

Tutto cio' non ha lo scopo di "rivangare il passato" o di proporre sterili polemiche, che non farebbero avanzare di un millimetro il nostro dibattito, ma serve invece per poter affrontare con piu' chiarezza e con un progetto politico forte i prossimi appuntamenti e la necessaria svolta di rafforzamento del movimento stesso, e delle sue articolazioni sociali. A partire da Genova.

In questo senso la preparazione dell'antiG8, peraltro gia' cominciata da tempo, deve rappresentare un momento di passaggio e di rafforzamento significativo del nostro ruolo e anche della nostra visibilita'.

A Genova i Giovani Comunisti devono rappresentare uno "spezzone" visibile di questo movimento, visibile a tutto tondo, in termini di "immagine" con simboli e modalita' proprie, anche nello stare in piazza, ma anche e soprattutto in termini politici, costruendo una vera e propria campagna sociale che ci porti a Genova e che prosegua nell'autunno coniugandosi alla necessaria opposizione sociale e politica al governo delle destre.

Nelle strutture unitarie del movimento, dal Genoa Social Forum alle reti locali, infatti, si tende a discutere e scontrarsi quasi esclusivamente sulle "forme" delle manifestazioni, che poi rappresentano il terreno scelto da altri soggetti politici, da Ya Basta al Network per i Diritti Sociali, per misurare il rispettivo peso e presentarsi come punto di riferimento di un diffuso sentimento radicale, che coinvolge soprattutto le nuove generazioni.

I Giovani Comunisti, se pure devono cominciare ad essere in grado di assumere anche questo livello della costruzione del movimento, senza essere sempre costretti a lasciare ad altri la gestione della piazza, e magari anche dei propri spezzoni, devono tentare di rompere questa dinamica che rischia di esser escludente, proponendo un "sano" confronto sui contenuti e sulle parole d'ordine da portare avanti nel movimento.

L'elemento centrale di questa battaglia e' quello che finora ha occupato un ruolo di primo piano nella nostra analisi, la precarieta' giovanile. Il nucleo di politiche liberiste che si nasconde dentro l'involucro della globalizzazione capitalistica, reca con se' un forte attacco alle condizioni di vita del lavoro, ma anche alle prospettive dell'universo giovanile. Qualsiasi giovane, oggi, sa che stara' peggio dei suoi genitori, sa che lo/la aspetta un inserimento "selvaggio" nel mondo del lavoro, sa che la sua vita e' destinata a una tortuosa gimkana per riuscire a cumulare un reddito decente.

Sa insomma che la precarieta', ideologicamente resa accettabile attraverso l'equivoco concetto di flessibilita' - caro anche a tanta sinistra radicale - costituisce una componente duratura e stabile della propria vita. E' questa una caratteristica non solo italiana, ma internazionale.

Non a caso negli Stati Uniti il movimento Jobs with Justice - nato su iniziativa sindacale per organizzare i precari e i disoccupati - o in Francia la Rete delle marce, hanno un ruolo di primo piano nel movimento antiglobalizzazione.

I Giovani Comunisti possono essere il soggetto propulsore di questa tematica, ma anche coloro che avanzano una proposta concreta di organizzazione attorno a questo nodo. Per questo non devono limitarsi ad "andare" a Genova, ma invece tentare di costruire un vero e proprio percorso politico, una campagna sociale, puntando al coinvolgimento di settori sociali, sia pure parziali, indicatori di un progetto politico e di una direzione di marcia.

Bisognerebbe, ad esempio, coinvolgere nel percorso per Genova i lavoratori precari della Mc Donald di Firenze, quelli dei call center della Tim di Bologna, i giovani che si sono mobilitati con gli Lsu, gli studenti universitari di Roma o delle scuole milanesi.

Una piattaforma sociale che intercetti i bisogni posti da queste diverse esperienze di lotta puo' essere uno strumento utile per rendere piu' "politico" e quindi meno estemporaneo questo percorso, a partire dal rilancio del Salario sociale e di una Carta dei diritti sociali minimi.

Questa impostazione sarebbe di grande utilita' per dare sostanza e forma a un progetto mirato e credibile di radicamento sociale, strumento indispensabile per cogliere positivamente il clima di disgelo sociale cui ci troviamo di fronte.

Questo compito, ovviamente, non puo' esaurirsi con Genova, e forse neanche essere delineato fino in fondo da qui all' appuntamento di luglio.

E' anche vero che Genova costituisce un passaggio importante per provare a connettere le rivendicazioni del "movimento globale" con le possibili vertenze attorno alle articolazioni concrete, sul piano "locale" delle politiche neoliberiste.

Genova, in questo senso, puo' rappresentare un primo tentativo, un laboratorio per sperimentare percorsi che vadano in questa direzione, se e' vero, che sul piano studentesco, ad esempio, le mobilitazioni degli scorsi mesi nell'universita' di Roma, e nel concreto i Collettivi Studenteschi che di quella lotta sono stato il motore principale, hanno lasciato il campo, non gia' al riflusso, ma alla preparazione articolata nella facolta' della partecipazione a Genova sulle parole d'ordine legate alla condizione studentesca.

Dovremmo quindi cominciare ad affrontare il nodo dell'organizzazione dei lavoratori precari, del rafforzamento delle esperienze locali, che spesso ci hanno visto protagonisti, della loro connessione sul piano nazionale e, allo stesso tempo, della loro "riproduzione". Si tratta, insomma, di cominciare a praticare quella campagna sulla precarieta' che da tempo andiamo discutendo, dalla manifestazione degli "Inflessibili" di Santa Margherita Ligure, alle tante piccole esperienze che i compagni stanno faticosamente mettendo in piedi a livello locale.

In questo senso dovremmo, inoltre, valorizzare la riflessione che su questi temi sta nascendo anche in settori significativi del sindacato, nella sinistra Fiom come nei neo-Cobas, che esplicitamente, ormai, cominciano a porsi la questione dell'organizzazione autonoma dei lavoratori precari, con strumenti adatti alle condizioni diverse di lavoro e di vita di ampi settori, che cominciano a manifestare importanti segnali di insofferenza e di radicalizzazione.

Infine dovremmo valorizzare maggiormente le relazioni internazionali che, in questi anni, abbiamo costruito con molte delle organizzazioni giovanili europee che saranno a Genova a manifestare sui nostri stessi contenuti, dalla lotta al precariato a quella per il diritto allo studio. In particolare, andrebbe costruito, nella giornata del 21, uno spezzone internazionale delle organizzazioni giovanili legate da una piattaforma comune.

L'insieme di questo percorso, pero', e la sua concreta gestione nelle giornate di Genova, potra' darsi solo se a partire dalla discussione del prossimo Coordinamento Nazionale sapremo coinvolgere in queste riflessioni e nelle sue articolazioni reali e concrete sui territori, l'insieme dell' organizzazione giovanile, individuando momenti ad hoc per una discussione piu' ampia, anche sulle prospettive del movimento e del nostro intervento dopo Genova.

Flavia D'Angeli (esecutivo naz. Giovani Comunisti\e)
Roma, 10 giugno 2001
da "Bandiera Rossa"