Due anni fa, l'aggressione della Nato alla Jugoslavia. Anche l'Italia vi partecipò, con una straordinaria unità di destra, centro e sinistra di governo. Solo Rifondazione comunista, con i pacifisti, ebbe la forza politica e morale di opporsi
Fecero un deserto e lo chiamarono “guerra umanitaria”

Era il 24 marzo del 1999: quella guerra di aggressione era stata preparata con cura, sia sotto l'aspetto militare sia dal punto di vista psicologico. Da settimane, i media occidentali - soprattutto inglesi e americani - facevano a gara nel propagandare il grottesco parallelo Hitler-Milosevic, come se il corrotto autocrate di Belgrado, fino a pochi anni prima ben visto e anzi protetto ad ovest, potesse essere davvero paragonato a uno dei massimi criminali politici della storia. Ad ogni piè sospinto si parlava di “genocidio”, anche qui accomunando con cinica disinvoltura tragedie di entità tra loro incomparabili. E, tra un'intervista e un viaggio della signora Allbright, venne lanciato il più assurdo degli ossimori: quello di una “guerra umanitaria”. Di bombe sganciate su un paese di dieci milioni di abitanti in nome di intenti “pietosi”. Di proiettili all'uranio (impoverito) buttati a pioggia su un territorio, i suoi fiumi, le sue città, per un'operazione di “inquinamento ecologico”. Qualcuno - come il premier-valletto Tony Blair - si spinse ancora più in là: e coniò la formula di “guerra etica” - di tutte la più spietata e sanguinaria, in quanto condotta non contro un nemico, ma contro un Male assoluto, da sradicare e annientare.

Un solo possibile vincitore

In questo clima, la guerra cominciava con un'opinione pubblica disponibile, per la gran parte, ad aderire alle sue “ragioni funzionali”: tanto più che, per la prima volta nella storia, l'aggressore - anzi, la coalizione degli aggressori - si presentava non solo come l'unico possibile vincitore, data l'enorme superiorità tecnologica e militare di cui disponeva, ma come civiltà “indenne” dagli effetti di devastazione del conflitto. Quando mai era accaduto che chi attacca un altro paese lo può fare senza mettere nel conto vittime o caduti dalla propria parte? Accadeva, accadde, in quella che Pietro Ingrao definiva “guerra celeste” - dal cielo, senza quasi sporcarsi le mani - e che, in realtà, non era enon poteva essere un bellum, una guerra, un conflitto tra due parti in qualche modo tra di esse proporzionate. Infatti, fu e volle essere altro: una “dura lezione” all'ex-alleato che aveva disubbidito. Da noi, in Italia, fu proprio questo l'argomento decisivo, o quantomeno il più usato per giustificare la partecipazione del nostro paese - per la prima volta nella storia della repubblica, con una evidente lacerazione del dettato costituzionale - a un'impresa di aggressione: si trattava di bastonare Slobodan Milosevic per riportare ordine nei Balcani e ricostruire in quella delicata zona d'Europa un assetto stabile ed “equo”. Tra i tanti ossimori di quel periodo, quello che il governo D'Alema privilegiò fu, appunto, quello di “guerra necessaria”. In nome di questa suprema “ananke” politica e civile, si produsse in realtà un'altra drammatica rottura: la sinistra - la sinistra di governo e al governo - sceglieva la guerra. Aderiva, senza particolari tormenti, all'ideologia e agli interessi dell'Alleanza atlantica. Si faceva complice degli interessi degli Usa e della subaternità europea. Anche questo non era mai accaduto.

La lotta del Prc

Rifondazione comunista fu l'unico partito politico che si oppose alla guerra, in parlamento e nella mobilitazione di piazza, dove incontrò quello che restava del movimento pacificista e antiaatlantico. Liberazione fu uno dei pochissimi giornali - insieme al Manifesto e a qualche autorevole voce di opinionista - a portare avanti una campagna capillare di opposizione politica e di battaglia culturale. Una battaglia difficile, solo a tratti capace di allargare il fronte, spesso isolata: soprattutto nei giorni in cui la Tv martellava l'Italia con le immagini dolenti dei profughi kosovari, e oscurava i ponti e le fabbriche distrutte della Jugoslavia. Non era facile, per un verso, difendersi dall'accusa di “complicità” con il demoniaco leader di Belgrado, affermare nell'emotività di massa elementi di razionalità politica, per l'altro verso. Né è stato agevole spiegare, in mille iniziative, dibattiti, volantinaggi, che in ogni caso quell'aggressione non sarebbe servita a nulla: e che il dramma dei Balcani, per essere avviato a una soluzione pacifica e relativamente stabile, aveva bisogno di un progetto politico, non di nuove tragedie umane, non di nuove divisioni “etniche”, non di continue aggressioni. E fummo gli unici a trovare la formula “giusta”, quando parlammo dell'aggressione Nato alla Jugoslavia come di una “guerra costituente”. Stava a significare un passaggio politico molto rilevante dell'era del mondo globalizzato: da un lato, il dispiegamento della potenza militare dell'impero come modalità privilegiata di intervento in situazioni di crisi o di conflitto, dall'altro lato, la produzione di un nuovo “disordine” mondiale come strumento principe del nuovo dominio globale - un intreccio di potenze statuali, gli Usa prima di tutto, e di poteri economici ed istituzionali. Pochi, allora, ci dettero ascolto - e dovemmo assistere all'autoumiliazione di un parlamento che, a guerra già scatenata e mai formalmente dichiarata come tale, votava in massa per la Nato. Destra, sinistra e centro insieme. Ulivo e Polo uniti, come succede regolarmente sulle grandi discriminanti, esattamente quelle sulle quali dovrebbe stagliarsi un confine politico e di civiltà. Sinistra di governo e comunisti di governo che trovarono “naturale”, necessaria, inevitabile, questa scelta storica, e non meditarono neppure per un minuto l'ipotesi di opporsi, o di sottrarsi.

Buoni e cattivi

E oggi? Due anni dopo, nei Balcani è sempre e di nuovo guerra. E' vero: a Belgrado l'era di Milosevic è finita, ma il mutamento di regime tutto sembra garantire fuorché la pace e la stabilità dell'area. La disgregazione politica e civile, al contrario, resta il dato dominante - anche nelle zone dove regna una calma apparente. Le vicende della Macedonia sono sotto gli occhi di tutti: gli apprendisti stregoni dell'occidente hanno evocato, armato e incoraggiato i guerriglieri dell'Uck, e adesso non sanno come fermarli, posto che vogliano fermarli. E sono evidenti le possibili conseguenze esplosive, anzitutto nel Kosovo, del procedere della “grande Albania”. Qual è la soluzione? Nessuno la intravede, al di là di una guerra endemica che “copre” (ma certo non risolve) una crisi economica e sociale drammatica. E il Corriere della sera arriva a stupirsi dell'ennesimo rovesciamento del rapporto tra i “buoni” e i “cattivi”: ora i serbi sono stati ri-arruolati nelle fila dei popoli civili, e il popolo delle aquile è precipitato all'inferno. Nessuno, s'intende, ha la forza, o il coraggio, di ragionare criticamente, e autocriticamente. Perché, del resto, dovrebbero? I “pifferi” delle strategie della Nato di ieri (e di oggi) non hanno mai avuto a cuore le sorti dei Balcani, o la riconciliazione dei popoli, delle etnie e delle culture che da secoli abitano quelle regioni. La subalternità dei cervelli (e dei portafogli) non va mai d'accordo con la politica, quella con la P maiuscola, quella della quale c'è più che mai bisogno. Ma soltanto le forze che hanno le carte in regola su quella guerra, e ne hanno colto e denunciato in tempo la vera natura, possono oggi proporre una parola di razionalità politica: le forze come Rifondazione comunista, o come i coraggiosi pacifisti che due anni fa si sono battuti come una minoranza attiva e consapevole. Cari Soloni dell'analisi geostrategia, e cari fans dell'interventismo umanitario, voi oggi non sapete proprio che dire: balbettate come analfabeti della politica. Noi, fieri della nostra lotta, e orgogliosi della nostra Ragione, siamo fermamente intenzionati ad andare avanti. Appunto: non siamo superflui o dannosi come voi, ma straordinariamente necessari.
Rina Gagliardi
Roma, 24 marzo 2001
da "Liberazione"