La privatizzazione delle Nazioni Unite e le conseguenze che ne sono derivate

Le responsabiltà della Fao e le rivolte dei contadini

Si chiamava "2B2M - 2020". Si leggeva "Due miliardi nel mercato entro il 2020". Nome infelice che portò alla disfatta dell'ambizioso progetto pro-corporation dell'Undp, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite. Previo pagamento di 50 mila dollari le corporation potevano usare i dati dell'Undp e fregiarsi del suo marchio. Ong e società civile fecero un putiferio e bloccarono il progetto. Era il maggio del 2000. Nel settembre del 2002, invece, malgrado le numerose voci dissonanti, il Vertice di Johannesburg ha dato la sua benedizione al Nepad, il Nuovo partenariato per lo sviluppo africano lanciato al G8 di Genova dai presidenti Mbeki (Sudafrica), Bouteflika (Algeria) e Obasanjo (Nigeria) e fortemente voluto dalla Banca Mondiale, progetto con il quale si sperano di attirare investimenti esteri per depredare le restanti risorse africane. Partner preferiti: industria estrattiva, telecomunicazioni e, soprattutto, biotech.

L'Onu non si è limitata a esprimere una presa di posizione ideologica. Johannesburg è stata occasione per la firma di centinaia di contratti e per l'offensiva della lobby biotech sull'incontaminato mercato africano. In primo luogo, approfittando dell'esposizione mediatica dei giorni del Vertice, si è ripresentata l'opzione biotech come l'unica possibile per sconfiggere la fame. In secondo luogo, si è dato l'avvio a tutta una serie di progetti di ricerca e sviluppo con le aziende. In entrambi i casi la Fao ha rivestito un ruolo centrale.

Rivoluzione verde e ogm

"Aumentare la produttività agricola per migliorare le condizioni delle popolazioni rurali" era uno degli obiettivi originari della Fao. Nel corso degli ultimi 30 anni la produzione è aumentata ma la vita dei contadini non ha fatto che peggiorare. All'inizio degli anni '90 fu la stessa Fao a denunciare l'impatto distruttivo della cosiddetta "rivoluzione verde": erosione dei terreni, inquinamento delle acque, indebitamento dei contadini e riduzione della bio-diversità vegetale del 90%. La concentrazione della produzione e della distribuzione alimentare nelle mani di una decina di multinazionali del Nord è stata un'altra delle conseguenze.

L'architettura organizzativa della rivoluzione verde è rimasta pressoché invariata. Uno dei principali strumenti è tuttora il Consultative Group on International Agricultural Research (CGIAR), una rete finanziata da fondazioni private (Ford, Kellog, Rockefeller, ecc…) e articolata in centri studi specifici (il CIMMYT per il mais, l'IRRI per il riso e via dicendo). E' in questi centri di eccellenza che entrano i grandi nomi del biotech. Nel CIMMYT, per esempio, fra i partner ci sono Monsanto, Novartis, Pioneer Hi-Bred, ovvero i produttori stessi delle "soluzioni biotecnologiche". In questo modo, oltre a influenzare direttamente la linea di ricerca, le aziende tengono saldamente in mano le "banche genetiche" che raccolgono i campioni delle varietà alimentari. Il materiale raccolto nelle banche dei semi non è brevettabile ma le banche, finanziate con i soldi pubblici, sono controllate dalle corporation mentre i contadini, che quei semi hanno selezionato e conservato per secoli, non vi hanno accesso.

Inutile dire che, a fronte di questi "partner", la posizione della Fao sulle biotecnologie è stata subito abbastanza scomoda. Da una parte l'adesione al modello produttivista l'ha indotta a sposare l'ingegneria genetica come strumento per debellare la fame ma, d'altro canto, i ricercatori indipendenti che lavorano nell'agenzia hanno preteso il monitoraggio delle ricadute economiche del biotech agroalimentare registrandone l'impatto negativo sulle comunità rurali. Non è certo con i brevetti che si possono risolvere i guasti del produttivismo cieco della rivoluzione verde. In India, per esempio, 320 milioni di persone soffrono la fame a fronte di un'eccedenza nella produzione di grano che, nel 2001 era di 60 milioni di tonnellate.

Malgrado queste considerazioni la Fao continua a sponsorizzare il biotech. Nel novembre scorso è stata annunciata l'istituzione della Global Partnership for Cassava Genetic Improvement, per aiutare i 600 milioni di piccoli coltivatori che dipendono dalla coltivazione della cassava (Un tubero tropicale) per la propria sopravvivenza. Saranno certamente contenti che, con la scusa di sintetizzare prodotti più nutrienti, anche la cassava è diventata un prodotto interessante per le corporation che quindi lo brevetteranno e chiederanno il pagamento delle royalties.

Problemi in paradiso

Più la crisi del biotech diventa manifesta e più la posizione della Fao diventa scomoda. Alla fine dell'ottobre scorso, per la prima volta dalla sua fondazione, il sistema dei gruppi di ricerca CGIAR si è trovato nel mirino della contestazione. In trent'anni non era mai accaduto ai super-specialisti del riso o del mais di ritrovarsi, sotto alle finestre del lussuoso Shangri-La Hotel di Manila, migliaia di contadini tenuti lontani dagli idranti della polizia. Eppure è proprio di trent'anni di "consigli per gli acquisti" che il movimento dei piccoli agricoltori chiede conto, pretendendo di dire la propria sull'orientamento della ricerca, la struttura di governo dei CGIAR e la mancanza di accountability nei confronti delle popolazioni rurali. Anche il frenetico tentativo di tenere dentro la società civile, come previsto dalla struttura "democratica" del CGIAR, è sostanzialmente fallito. Metà delle Ong avevano già rassegnato le proprie dimissioni nel corso dell'anno, l'altra metà l'ha fatto dopo la People Street Conference (così hanno chiamato la protesta nelle Filippine), organizzata dalla Rete della società civile dell'Asia sud-orientale e da numerose organizzazioni di contadini come Searice, Masipag e Kmp, che fanno parte di Via Campesina.

Sotto accusa non è solo la politica di ricerca della rete CGIAR ma anche il suo fallimento nell'assolvere il ruolo di garante della biodiversità genetica. Circa un anno fa il centro di ricerca che si occupa di mais ha mancato di rilevare la contaminazione da ogm che si è verificata proprio nel luogo deputato alla conservazione del mais originario in Messico, contaminazione in seguito appurata e ammessa anche dal governo.

Subito dopo le contestazioni il Consiglio della Fao è corso ai ripari annunciando anticipatamente, il primo novembre, la sospirata firma statunitense del "Trattato sulle risorse genetiche delle piante per il cibo e l'agricoltura" che dovrebbe mettere al riparo dalla brevettazione le piante destinate all'alimentazione. Dopo sette anni di negoziati la firma del Trattato è stata presentata come un grande successo. Però secondo Pat Mooeny, dell'ETC Group, associazione canadese che da anni si batte contro la lobby biotech, gli Usa hanno firmato solo perché «hanno pensato fosse meglio, in termini politici e pratici, partecipare direttamente ai negoziati invece di restarsene a guardare l'Europa e i paesi in via di sviluppo mettere in moto un processo indipendente».

E poi una firma non costa nulla: gli Usa possono "addomesticare" il Trattato agli interessi delle corporation senza sottostare ad alcun obbligo. Del resto il trucco ha funzionato alla perfezione nel '92 quando gli Usa hanno firmato la Convenzione sulla Biodiversità, ma non l'hanno mai ratificata.

Gli aiuti alimentari

La Fao è finita sotto accusa anche per il Programma alimentare mondiale. Durante la cinque giorni che si è svolta a Roma il mese scorso gli attivisti di GRAIN, un gruppo internazionale con base a Barcellona che si occupa di risorse genetiche, hanno chiesto al Pam di garantire che gli aiuti umanitari siano ogm free in quanto "i prodotti transgenici possono contaminare le varietà locali destabilizzando le basi della sicurezza alimentare di ampie fasce di popolazione". Insieme ai delegati governativi di alcuni paesi in via di sviluppo, GRAIN sottolinea che non esiste a tutt'oggi alcuna evidenza scientifica sulla sicurezza del cibo ogm, sia rispetto alla salute umana che all'ambiente - cosa appunto che ha spinto alcuni paesi industrializzati ad adottare severe linee guida - ma insiste soprattutto sulla necessità di preservare i mercati africani. Alla fine dell'incontro è stato chiesto ufficialmente ai paesi donatori di imporre un cambiamento di strategia: dare i soldi ai governi locali con l'obbligo di comprare cibo prodotto localmente invece di comprare le rimanenze delle multinazionali. In questo modo, oltre a rimediare alla crisi contingente, si può davvero rimettere in moto la produzione locale interrompendo il circolo vizioso della fame. Esattamente l'obiettivo che, in origine, si era data la Fao.

Sabina Morandi
Roma, 20 dicembre 2002
da "Liberazione