Dal 16 al 18 settembre 1982. Una strage lunga 40 ore e tremila morti

Sabra e Chatila senza giustizia

Le inchieste di Amnon Kapeliouk

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«Il paesaggio sfida qualsiasi descrizione. Un'incarnazione dell'orrore, una visione dopo un uragano. Case distrutte, in tutto o in parte, rottami di cemento e di ferro, grovigli di fili elettrici. Auto polverizzate dai carri armati o dai missili aggiungono una dimensione di barbarie a questo spettacolo spaventoso. Un puzzo acre di cadaveri aleggia sulle macerie».
Chi scrive queste drammatiche parole è Amnon Kapeliouk, giornalista israeliano fra i più noti, autore nel dicembre 1982 del dossier: "Sabra e Chatila - Inchiesta su un massacro", che all'epoca fece scalpore mettendo in luce in modo documentato e impietoso le responsabilità degli ambienti militari di Tel Aviv e dell'allora ministro della Difesa (e oggi primo ministro) Ariel Sharon.

Ma il brano sopra citato non si riferisce al massacro di Sabra e Chatila: Kapeliouk lo ha scritto nel maggio scorso su "Le Monde Diplomatique" al termine di una nuova inchiesta, questa volta nel campo profughi di Jenin, teatro di un nuovo "crimine di guerra" - come lo definisce senza mezzi termini egli stesso - commesso dall'esercito di Israele.
In questi giorni ricorre il ventesimo anniversario della tragedia di Sabra e Chatila, e il fatto che Amnon Kapeliouk sia costretto a ricordarlo occupandosi di un'altra tragedia la dice lunga su come vanno le cose in Medio Oriente.
Dopo venti anni, vediamo vanificati e consumati i passi avanti, le speranze o forse le illusioni che hanno caratterizzato l'ultimo decennio del secolo scorso; e questo ci aiuta a cogliere il senso di quel massacro di venti anni fa, a mettere in luce l'infame disegno strategico che lo rese possibile e che rende oggi possibile quanto sta accadendo sotto i nostri occhi.
Molto opportuna dunque l'iniziativa della casa editrice Crt di ripubblicare integralmente il libro di Amnon Kapeliouk, uscito allora a cura della rivista "Corrispondenza internazionale" per la traduzione di Giancarlo Paciello (autore anche di un recente e documentato saggio su: "La nuova Intifada", edito dalla stessa Crt). La nuova edizione (maggio 2002, pagg. 119, euro 10,00) è del tutto identica alla precedente ed è corredata da una prefazione di mons.
Hilarion Capucci e da una introduzione di Stefano Chiarini, promotore del Comitato "per non dimenticare Sabra e Chatila" che in questi stessi giorni ha promosso dall'Italia una folta delegazione sui luoghi del massacro.

Di Sabra e Chatila è stato scritto tanto, anche su queste colonne, che è superfluo rifarne in dettaglio la storia. Introducendo il 16 settembre nei campi profughi i miliziani al comando di Elie Hobeika, il comando e il governo di Tel Aviv sapevano benissimo quali fossero le intenzioni dei falangisti, che non le avevano minimamente nascoste; e lo stesso vice-inviato americano nella regione Morris Draper cercò invano di impedire che ai miliziani fosse dato via libera.
La strage andò avanti per oltre 40 ore a colpi di arma da fuoco, di coltello, di ascia; i soldati israeliani impedirono a chiunque (in particolare ai giornalisti) di avvicinarsi ai campi ma anche di uscirne, ricacciando di fatto indietro chi cercava di fuggire, e ne illuminarono di notte il cielo con i bengala per agevolare i movimenti dei miliziani.
Il massacro venne fermato solo alle 10 del 18 settembre, quando la notizia era diventata ormai di pubblico dominio.
Il numero preciso delle vittime è tutt'ora ignoto, i calcoli e le stime più attendibili lo collocano intorno ai tremila morti, ma potrebbero essere anche di più.
L'esecrazione e la protesta della opinione pubblica e del movimento pacifista israeliano - che portò il 25 settembre nelle strade di Tel Aviv 400mila manifestanti - costrinsero il governo a istituire una commissione d'inchiesta, la Commissione Kahane, che il 7 febbraio 1983 approvò un rapporto contenente severe censure nei confronti in primo luogo del ministro della Difesa Sharon (che fu costretto a lasciare l'incarico) ma anche del primo ministro Beghin e dei vertici militari.
Ma a parte la costituzione di Sharon - rimasto peraltro nel governo a diverso titolo - nessuno dei responsabili della strage ha mai pagato il suo debito con la giustizia, salvo - in un certo senso - il capo falangista Elie Hobeika, ucciso nel gennaio scorso a Beirut in un oscuro attentato, che tutti in Libano (e non solo) hanno attribuito ai servizi israeliani, preoccupati di chiudere la bocca a un testimone scottante e divenuto per di più inaffidabile, alla luce delle sue successive vicende politiche e personali.
Proprio in quei giorni era attuale l'ipotesi di un processo contro Sharon di fronte alla giustizia del Belgio.
L'inchiesta di Amnon Kapeliouk è più scarna di quella della Commissione Kahane ma nella sostanza più approfondita e soprattutto priva di reticenze. Frutto di un lavoro iniziato il giorno successivo al massacro e protrattosi per due mesi, ricostruisce nei minimi dettagli le circostanze di quanto accade in quei terribili giorni e le decisioni, le mosse e gli atteggiamenti delle autorità militari israeliane, soprattutto quelle impegnate "sul campo"; valga in proposito come esempio la frase di un ufficiale riportata da Kapeliouk secondo la quale «chi fa entrare una volpe nel pollaio non si meravigli poi se i polli verranno divorati».
Non è da stupire dunque se Kapeliouk, pur sottolineando che «nessuno può ignorare il contributo positivo del rapporto (della Commissione Kahane, ndr), che illumina alcuni aspetti della complicità e della responsabilità di molti capi militari e civili israeliani», dia però dell'operato della Commissione un giudizio nel complesso alquanto critico.
Il relativo capitolo, pubblicato in appendice, si intitola non a caso: "La montagna ha partorito un topolino" e si conclude con queste parole: «Il rapporto della Commissione Kahane ha, senza dubbio, dei meriti ma presenta altresì gravi lacune. Non chiude questa orribile storia, in alcun modo. Tutte le responsabilità dirette devono essere colpite. Contrariamente a quanto afferma il rapporto Kahane, queste non sono esclusivamente libanesi».

A vent'anni di distanza queste parole mantengono la loro validità, anzi la vedono accresciuta. E i martiri palestinesi di Sabra e Chatila - donne, vecchi, bambini, gente di ogni età e condizione - attendono ancora giustizia.

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Giancarlo Lannutti
Roma, 17 settembre 2002
da "Liberazione"
foto da: lapaginadepedrin