Le norme sono state modificate negli ultimi anni per limitare le richieste.
Senza riconoscimento si rischia di andare “a casa” senza una pensione dignitosa
Cause di servizio per la “sindrome”

Il militare può chiedere il riconoscimento di una malattia come dipendente da causa di servizio entro sei mesi da quando questa gli è stata diagnosticata la prima volta. Il mancato riconoscimento è ricorribile al Tar.

La direttrice secondo cui viene riconosciuta una causa di servizio tende sostanzialmente a collegare una data patologia al servizio militare prestato, secondo una tabella che viene aggiornata periodicamente.

Per quello che mi consta la tabella delle malattie che possono essere ascrivibili al servizio negli ultimi anni è stata modificata in senso restrittivo, allo scopo di limitare le richieste di equo indennizzo e di cure mediche come, ad esempio, quelle termali ed idropiniche che, comunque, sono sempre spesso sanitarie.

Solo nel caso, evidente, in cui un militare si ferisce in servizio questi non dovrà chiedere alcun riconoscimento, ma sarà il comandante dell'unità a compilare il cosiddetto Mod. “C”, contenente un rapporto sul fatto che ha dato luogo alla patologia lamentata, da recapitare all'Ospedale militare competente subito o dopo pochi giorni. Il tal caso è evidente il collegamento tra malattia e causa scatenante.

Nel caso di patologie insorte dopo la contaminazione da uranio impoverito le autorità sanitarie militari che, ricordiamolo, si muovono su disposizioni esaminate dal ministero della Difesa potrebbero regolarsi in questa maniera: riconoscere una patologia dipendente da causa di servizio e causata dall'esposizione ad agenti cancerogeni, ma senza specificarli; riconoscere una patologia non dipendente da causa di servizio perché non provato il suo collegamento con la causa scatenante.

Comunque sia le dizioni sopra menzionate hanno prevalentemente, in caso di contenzioso amministrativo o civile, il compito di esaminare dubbi nel giudice civile adito, influenzandone negativamente la relativa sentenza.

Il tentativo, poi, di alcuni militari di non denunciare pubblicamente la loro malattia per il timore di non vedersi riconosciuta la causa di servizio è assolutamente inutile perché nel momento in cui il comando decide di mandare una persona a visita medica presso una struttura sanitaria militare la correda anche di un rapporto informativo da dove risulterà inequivocabilmente il servizio prestato anche in zone insalubri.

Ed è in tale contesto che la Commissione medica può collegare la richiesta di riconoscimento di una patologia da causa di servizio con l'eventuale contaminazione da uranio impoverito.

In alternativa alla causa di servizio il militare (ancora vivo) può fare causa civile per chiedere il risarcimento del danno subito, ma di tale pratica non se ne hanno tracce perché esporrebbe il soggetto interessato alle ritorsioni del suo comando in caso di vittoria, mentre nell'eventualità di una sconfitta vi sarebbero anche le spese legali da pagare. In ultimo, va precisato che il riconoscimento di una causa di servizio consente, per le sole lesioni fisiche, di poter restare in convalescenza anche per un tempo superiore ai due anni nel quinquennio.

Questa possibilità, allo stato attuale, viene di fatto negata ai soggetti interessati perché essi stessi, con o senza causa di servizio possono essere comunque riformati e con una pensione minima al compimento dei 12 anni di servizio più 3 di scivolo (per arrivare ai 15 totali) che, insufficiente per il proprio sostentamento, non consente di affrontare neppure le spese mediche sopraggiunte.

L'eventuale riconoscimento di una causa di servizio darebbe senz'altro luogo ad una pensione cosiddetta “privilegiata”.

In ogni caso, oggi, chi è stato colpito da gravi forme invalidanti, se vivo e senza la causa di servizio non può essere immesso nel “ruolo d'onore” e continuare ad essere in servizio anche su di una carrozzella.

In ogni caso, vivo o morto che sia non sarà possibile proporlo neppure per una ricompensa al valore militare.

Valerio Mattioli
Appuntato scelto dei Carabinieri
Roma, 2 gennaio 2001
articolo da "Liberazione", 2 gennaio 2001