Dietro le carestie non ci sono solo gli eventi naturali, ma anche precise decisioni politiche e commerciali. L'affare del biotech

Strategia della fame

Un quarto delle aziende biotech statunitensi sono destinate a chiudere di qui a un anno, scrive il Washington Post. Circa quaranta milioni di persone nell'Africa subsahariana sono minacciate dalla carestia, dichiara l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura dell'Onu, meglio nota come Fao. Cosa c'entra la fame in Africa con la crisi dell'industria biotech? Se si cominciano a considerare le carestie non come semplici eventi naturali ma come conseguenze di decisioni politiche e commerciali gli eventi sono più collegati di quanto si creda.

Devinder Sharma, del Third World Network, ha calcolato la quantità esatta di mais che veniva stoccato sulle navi in partenza per l'Inghilterra durante la carestia irlandese. Milioni di persone morivano di fame vicino ai porti dove le navi erano attraccate. Cento anni dopo, nel Bengala, tre milioni di persone morirono per una carestia causata non dal crollo improvviso della produzione ma dalla decisione dei padroni coloniali di mettere da parte il cibo per altri progetti commerciali, come ha spiegato il premio Nobel Amartya Sen.

Gli ogm e gli aiuti

La strategia della fame non è finita con la fine del colonialismo. Negli ultimi 60 anni gli aiuti alimentari sono stati utilizzati spesso come arma politica. Non c'è infatti altro modo di definire l'offerta dell'United States Agency for International Development (USAID) allo stremato Zimbabwe: 50 milioni di dollari per gli aiuti alimentari a condizione di accettare mais geneticamente modificato. Gli aiuti alimentari non sono più uno strumento di politica estera, sono diventati una redditizia attività commerciale grazie all'impegno attivo delle Nazioni Unite.

Quella dell'USAID è infatti la linea ufficiale sottoscritta dal Programma mondiale per l'alimentazione, l'organo della Fao che gestisce gli aiuti immediati e che si sta prestando a fare da testa di ponte per il biotech in Zambia, Zimbabwe, Lesotho, Mozambico e Malawi, dove almeno 13 milioni di persone soffrono la fame e altrettante sono sotto lo spettro di una carestia incombente. Per l'industria biotech, stremata dal rifiuto dei suoi prodotti alimentari non testati da parte di milioni di consumatori, due anni di siccità e inondazioni sono un'occasione da non perdere.

Il 23 luglio scorso il presidente Mugabe ha dichiarato al Parlamento dello Zimbabwe: «Lottiamo contro l'attuale siccità con gli occhi aperti sul futuro del settore agricolo, che è il principale della nostra economia. Non dobbiamo ipotecare il nostro futuro per colpa di decisioni avventate prese per disperazione». Subito dopo è venuta la presa di posizione del presidente dello Zambia, Levy Mwanawasa, mentre il Malawi è stato costretto ad accettare il mais transgenico. Dal canto suo il governo del Mozambico, paese per il quale gli aiuti destinati al Malawi debbono transitare ha chiesto al PAM di "inpachettare" i carichi per evitare contaminazioni accidentali.

Gli organismi geneticamente modificati

La questione degli aiuti alimentari geneticamente modificati, esplosa questa estate, era partita l'anno scorso in sordina. Subito dopo i bombardamenti in Afghanistan nei sacchi di semi regalati dal Pam erano stati trovati semi ogm. La denuncia aveva fatto ovviamente poco clamore a fronte del disastro umanitario provocato dai bombardamenti, ma era stata ripresa durante il Vertice sull'alimentazione di giugno. Numerosi gruppi del sud del mondo hanno denunciato questa pratica come una strategia commerciale ben precisa: attraverso il cavallo di Troia degli aiuti alimentari, gentilmente forniti dalla Fao, si smerciano prodotti invenduti e si inquinano i mercati.

Il rifiuto dello Zambia, durante il Vertice di Johannesburg, ha finalmente raggiunto i media di tutto il mondo. Ma come, si sono chiesti i telespettatori, vi regaliamo il cibo e fate pure gli schizzinosi? Effettivamente è una decisione incomprensibile se non si racconta tutta la storia, per esempio i motivi che hanno spinto il paese africano a rifiutare. Se lo Zambia dovesse accettare rischierebbe di perdere il mercato europeo che assorbe il 53% dei suoi prodotti agricoli ma che impone severe linee guida sugli ogm. Questo spiega anche il vero fine delle multinazionali del biotech: semplicemente, far fuori la concorrenza.

Le carestie

C'è qualcosa da dire anche sulle origini della carestia. E' vero: siccità e inondazioni si sono alternate dando luogo a raccolti disastrosi in tutto il sud dell'Africa. Ma c'è dell'altro. Il Malawi, ad esempio, è precipitato nella carestia dopo essere stato costretto a vendere le sue scorte di mais per ottenere valuta pregiata. Intervenendo in una trasmissione della BBC, il presidente del Malawi ha dichiarato che il governo è stato costretto a vendere le scorte per ripagare i debiti contratti durante gli anni precedenti, quando era stato costretto a comprare mais. Il presidente Muluzi ha detto inoltre che il Fondo Monetario e la Banca Mondiale «hanno insistito sulla necessità di vendere il mais per pagare subito i debiti con le banche». Così il Malawi ha obbedito vendendo 28 mila tonnellate di mais al Kenya e adesso deve contrarre un altro prestito per importare mais transgenico dagli Usa.

Ma perché proprio transgenico, e perché proprio dagli Usa? La cosa più sorprendente è che né al Pam né alla Fao venga in mente di andare a reperire il milione di tonnellate di mais necessario in India dove è la super-produzione a mietere vittime e i contadini si suicidano perché non riescono a vendere i propri raccolti. Eppure l'India ha una lunga storia di aiuti alimentari. Da lì partì la prima nave di grano diretta agli irlandesi e da lì, più di recente, partì il grano regalato all'Iraq dopo i bombardamenti della guerra del Golfo. Nei depositi indiani sono stoccate, a cielo aperto, 65 milioni di tonnellate di grano non geneticamente modificato. Difficilmente il Pam potrebbe comprare altrove grano a 4-5 rupie al chilo, ovvero dieci centesimi di dollaro.

Sabina Morandi
Roma, 20 dicembre 2002
da "Liberazione