dodici mesi di guerra al terrorismo

Anno Zero

Il 26 febbraio 1993, terroristi islamici fecero esplodere una bomba in un parcheggio sotterraneo delle Twin Towers di New York, con il risultato di sei morti e centinaia di feriti.
Gli attentatori osservavano dall'altra sponda del fiume Hudson, ma gli edifici non crollarono come essi avevano sperato.

Un anno prima dell'11 settembre, Paul Rogers, professore di studi sulla pace presso la Bradford University, scrivendo su quell'evento, cosi' commentava: "Se quell'attacco avesse avuto gli effetti ricercati, i risultati sarebbero stati disastrosi non solo per la citta' di New York ma per l'insieme degli Stati Uniti".
Ma, sosteneva Rogers, non avrebbero portato gli Stati Uniti ad un ripensamento fondamentale dei loro rapporti con il terzo mondo.
"Un risultato piu' probabile sarebbe stato una massiccia e violenta reazione militare contro qualsiasi gruppo, ovunque nel Medio Oriente, che si fosse pensato avesse anche la piu' tenue connessione con l'attacco".

E cosi' e' stato. Ma la risposta militare USA all'attacco contro il World Trade Center, e il Pentagono aveva dietro di se' molto di piu' che la arroganza imperiale, benche' ce ne fosse in abbondanza.
Bush e la squadra di reaganiani riciclati che ha intorno hanno lanciato una offensiva militare e politica il cui obiettivo centrale era di estendere con la forza l'egemonia del capitalismo USA e dello Stato americano su scala mondiale e nel contempo di colpire duramente quanti siano percepiti come nemici o rivali dell'amministrazione Bush: al centro sono i movimenti di liberazione del terzo mondo, il movimento per la giustizia globale, i rivali politici interni e gli Stati europei, rivali sul terreno economico e politico.
Qualsiasi resoconto dell'anno trascorso dall'11 settembre deve rispondere alla domanda: in quale misura l'offensiva ha avuto successo? E questo che cosa ci fa vedere del carattere dell'amministrazione Bush, delle sue concezioni geopolitiche e dei suoi obiettivi a lungo termine?

Occorrera' ricordare che la guerra al terrorismo era stata lanciata in origine all'insegna della cattura e della punizione degli attentatori.
Dal punto di vista militare, la guerra all'Afghanistan, lanciata il 5 ottobre, e' sembrata dare come risultato una schiacciante vittoria con minime perdite, ne' avrebbe potuto andare diversamente data le grande quantita' di potenza di fuoco impiegata e la totale superiorita' aerea USA.
Il "cambiamento di regime" e' stato certamente raggiunto in Afghanistan, anche se i talebani sono stati rimpiazzati da un governo il cui potere non si estende oltre Kabul, mentre il paese ritorna alla guerra etnica e al controllo da parte di signori della guerra regionali.
Cio' non importa un fico secco agli Stati Uniti che hanno lasciato la "costruzione della nazione" agli europei.
Il collasso del regime dei talebani a Kabul nel dicembre 2001 porto' alla celebrazione della "vittoria" da parte di Bush e dei suoi sostenitori internazionali, ma certo se si giudica sul metro della effettiva lotta al terrorismo -cioe' della reale eliminazione di Bin Laden, dello smantellamento di Al-Qaida e dell'affrontare le reali cause del terrorismo- e' stato un fallimento.
Se cio' non turba piu' di tanto la squadra Bush-Cheney-Rumsfeld-Wlfowitz-Rice e' perche' per loro il terrorismo della varieta' Al-Qaida e' un piccolo problema, e la sua sconfitta un obiettivo del tutto marginale.

"Asse del Male"

Dicembre 2001 ha anche visto in Europa la prima significativa opposizione pubblica alle azioni degli USA che andava al di la' del movimento antiguerra e della sinistra; questa era centrata su un fuoco di fila di critiche al trattamento da parte degli Stati Uniti dei prigionieri talebani e di Al-Qaida a Guantanamo, alla sbrigativa messa da parte della Convenzione di Ginevra da parte di Rumsfeld, al diffuso sospetto tra gli europei che i prigionieri venivano torturati.

I rapporti con gli Stati europei furono veramente turbati dal discorso di Bush sullo stato dell'Unione, del gennaio 2002, quello con l' "asse del male" Quel discorso rappresenta la dichiarazione programmatica pubblica centrale degli obiettivi degli Stati Uniti.
Come ha fatto notare Peter Gowan, "Il discorso era finalizzato a impegnare tutte le forze interne e internazionali raccolte nella coalizione di Bush contro il terrorismo in una serie di obiettivi totalmente nuovi, vale a dire a impegnarle nel sostenere il diritto degli Stato Uniti a intraprendere azioni militari preventive per attaccare e rovesciare i regimi dell'Iraq, dell'Iran, della Corea del Nord ed altri Stati identificati come ostili agli Stati Uniti e accusati da questi di sviluppare armi di distruzione di massa.
Il discorso rendeva anche manifestamente chiaro che l'amministrazione Bush si stava impegnando in una iniziativa militare e politica contro un ampio arco di forze islamiche e arabe nel Medio Oriente, collegate tra loro non da Al-Qaida ma dal conflitto Israele-Palestina.
Quattro delle cinque organizzazioni "terroriste" individuate nel discorso erano collegate a quel conflitto e altrettanto erano due dei tre Stati: l'Iran e l'Iraq.
Il terzo Stato, la Corea del Nord, era collegata all'Iran per il fatto che veniva accusata di vendere all'Iran missili a medio raggio.
L'Iran poi, a sua volta, viene scelto per il suo sostegno agli Hezbollah e la sua presunta fornitura di armi all'autorita' palestinese.

Bush ha lanciato una sfida a tutti quegli Stati europei che potrebbero esitare davanti a questa nuova dottrina di attacchi militari preventivi, "Alcuni governi saranno timidi di fronte al terrore.
Non ci devono essere equivoci su questo punto.
Se essi non agiscono, l'America agira'".

Il discorso sull'"asse del male" ci porta al cuore di quel che e ' nuovo negli obiettivi e nei metodi della squadra di Bush, in opposizione alle amministrazioni precedenti.
I membri centrali della squadra di Bush, quasi tutti in servizio sotto Reagan (specialmente i "militari": Wolfowitz, Cheney e Rumsfeld), sono convinti sostenitori della concezione che si sono create le condizioni per un diffuso impiego della forza militare e che la forza militare puo' facilmente venire tradotta in un rafforzamento del predominio politico ed economico americano su tutto il mondo.
Contrariamente al mito popolare, negli Stati Uniti il militare e' sottoposto alla politica e all'economia, e cosi' e' stato sempre da quando la seconda guerra mondiale ha dimostrato che i militari non potevano organizzare una guerra e dovevano essere tolti dagli impicci dagli uomini d'affari e dagli amministratori che avevano esperienza di logistica, pianificazione e approvvigionamenti.
Gli intellettuali del dipartimento della difesa sono raramente ufficiali in servizio e spesso hanno legami piu' forti con il mondo accademico e quello degli affari.
In esposizioni caricaturali, un militarismo irriflessivo viene assunto come una costante della politica USA, ma non e' cosi'.
Ad esempio, il precedente consigliere per la sicurezza nazionale, Zbigniew Brzezinski, non certo un progressista dal cuore tennero, mette in secondo piano il ruolo della forza militare USA nel suo classico del 1997 sulle relazioni internazionali, The Grand Chessboard (La grande scacchiera.
Brzezinski sostiene "...l'America e' troppo democratica all'interno per essere autocratica all'estero.
Questo limita l'uso del potere dell'America in particolare la sua capacita' di intimidazione militare.
Mai prima d'ora una democrazia populista (sic - P. Hearse) ha conseguito il dominio internazionale.
Ma il perseguimento del potere non e' un obiettivi che susciti la passione pubblica, eccetto in condizioni di improvvisa minaccia o sfida al senso pubblico del benessere nazionale.
La negazione di se' economica (cioe' la spesa per la difesa) e il sacrificio umano (le perdite anche tra i militari di professione) richiesti nello sforzo non sono congeniali agli istinti democratici.
La democrazia e' nemica della mobilitazione imperiale...".

Nell'era dell'"Asse del Male" sembra un ragionamento di un'altra epoca.
Brzezinski potrebbe naturalmente sostenere che la sua concezione non poteva mettere in conto un avvenimento come l'11 settembre, che e' precisamente la "improvvisa minaccia o sfida" che poteva creare uno scenario alternativo.

Nondimeno la concezione generale di Brzezinzki e' di mettere in rilievo che l'egemonia USA dipende da un insieme di vantaggi, dei quali la potenza militare (specialmente latente) e' semplicemente un fattore.
Questi includono il predominio economico, la supremazia tecnologica, la forza di attrazione del modello politico USA, l'attrazione magnetica -in particolare per i giovani- della cultura popolare USA, la potenza militare (il controllo vitale degli oceani) e in generale il successo e l'attrattiva dimostrabili del "modello di societa'" USA che mobilita in particolare l'immaginazione delle persone piu' dinamiche, creative ed ambiziose in tutto il mondo.
L'uso effettivo della potenza militare USA sarebbe per Brzezinski un fattore declinante nel mondo post-sovietico.
Al contrario, la manovra, la diplomazia, la costruzione di coalizioni, la cooptazione e lo spiegamento deliberato dei propri punti di forza politici sono diventati gli ingredienti centrali dell'esercizio vincente del potere geo-strategico".
I nuovi guerrieri di Bush hanno gettato queste idee nel bidone della spazzatura con un risonante fragore.

Obiettivi di dominio mondiale.

Tutti i partecipanti ai dibattiti tra gli intellettuali legati alla difesa USA concordano nel ritenere che la chiave dell'egemonia USA e' la loro capacita' di dominare la "Eurasia": la massa continentale dell' Europa e dell'Asia, inclusi il Medio oriente al sud, la Cina e il Giappone come cardini a est e l'Europa occidentale all'estremo opposto.
Questa area comprende la grande maggioranza delle risorse economiche, naturali e di popolazione del mondo, e supera di gran lunga le Americhe in tutti i campi.

Il dominio dell'America si basa sul fatto che gli USA sono militarmente piu' forti di qualsiasi singolo potenziale concorrente euroasiatico e la divisione politica (finora) tra potenziali alleanze eurasiatiche impedisce la competizione antiUSA.
Qual e' il peso che la squadra di Bush da' agli obiettivi politici e militari per tenere sottomessa la Eurasia? In primo luogo la concezione sostenuta da Brzezinski e altri, secondo cui l'Europa occidentale rimarrebbe sotto la tutela USA e' trattata con estremo sospetto.
In secondo, la visioni tradizionale di quello che costituisce il nucleo strategico dell'Eurasia, si e' spostata in modo spettacolare a est, con un'importanza molto maggiore attribuita all'Asia centrale e orientale.
In terzo luogo, viene riaffermata l'importanza vitale, strategica ed economica del Medio oriente, inclusa beninteso la percezione che la principale sfida al dominio USA nella regione viene dagli europei.

E' in questo contesto che vanno valutati i nuovi dispiegamenti di forza militare USA.
La squadra di Bush comprende un gran numero di esperti dell'Asia orientale e questi non hanno alcun dubbio di dove stia la piu' grande singola potenziale minaccia del futuro al capitalismo USA: in Cina.
Le nuove basi militari USA in Aghanistan, Tagikistan e l'Uzbekistan integrano l'aumentato impegno nella Corea del sud e a Taiwan, e l'invio di 10.000 militari nelle Filippine mira ovviamente a rafforzare la presenza USA in Asia e a circondare la Cina, nella speranza di spezzare futuri tentativi della Cina di farsi guida di alleanze politiche in Asia orientale.

La politica USA nel Medio oriente, in particolare il sostegno acritico alla guerra permanente di Sharon contro i Palestinesi, la pressione per lanciare una guerra per rovesciare Saddam in Iraq e le crescenti minacce contro l'Iran, servono a minare l'influenza politica dell'Europa nella regione, riducendo le iniziative politiche della UE verso la Palestina a una patetica farsa di dichiarazioni impotenti, e a intralciare (almeno nelle intenzioni) il funzionamento dei legami economici dell'Europa con l'Iraq e l 'Iran.

Come ciliegina sulla torta, Bush ha messo a segno un successo di grande portata nell'usare la guerra al terrorismo per minacciare e "comprare" il sinistro regime di Putin in Russia, con il sostegno USA alla guerra in Georgia e la promessa di benefici economici e politici futuri in cambio dell'abbandono delle obiezioni della Russia alle guerre stellari e all'espansione della NATO all'est.
Questo rappresenta un capovolgimento totale rispetto alle aspettative di una resistenza russa agli obiettivi economici, politici e militari europei degli USA.

Obiettivi di dominio mondiale.

In alcuni paesi la guerra degli USA al terrorismo e' stata vista con perplessita', come un tipico eccesso della rozzezza yankee, ma che non ha molto significato per la politica interna, sia per la destra che per la sinistra.
L'incapacita' di molta parte delle forze politiche francesi di essere particolarmente stimolate dalla guerra e' un caso tipico.
E' vero invece che l'offensiva di Bush ha avuto l'effetto di tendere a rafforzare le forze reazionarie e di destra ovunque, e specialmente quelle che si sono apertamente allineate agli obiettivi degli USA.
Tali effetti reazionari sono molteplici e qui ne richiamiamo solo alcuni.

Gli alleati degli USA impegnati in guerre controrivoluzionarie hanno auto via libera per andare all'attacco, in particolare in Medio oriente, in Colombia e nelle Filippine.
In Colombia, gia' l'ex presidente Pastrana aveva rilanciato l'offensiva contro la guerriglia di sinistra delle FARC, ed il suo successore ancora piu' di destra, Uribe Velez, un perfetto rappresentante dei guerrafondai neoliberisti, proseguira' la guerra con grandi quantita' di aiuti americani e l'appoggio di forze speciali segrete.

Nelle Filippine, l'invio di 10.000 "consiglieri" USA ha come obiettivo centrale il ristabilimento di una forte presenza USA nel paese, ma promuovera' anche azioni armate contro i ribelli islamici.

Le principali vittime della guerra controrivoluzionaria sono stati ovviamente i palestinesi, con il sacrificio da parte del Dipartimento di Stato del tradizionale ciclo di negoziati di pace a favore del sostegno totale ad Israele.

La guerra al terrorismo ha rafforzato le posizioni del razzismo e della xenofobia, in particolare nell'Europa occidentale.
L'aver fatto di Bin Laden il nemico pubblico numero uno e l'averlo rappresentato soprattutto come islamico, ha rafforzato gli stereotipi popolari nella successione: "Mussulmano=Immigrato=Criminale=Terrorista".
In un recente sondaggio di opinione in Italia il 40% degli intervistati ha affermato che gli immigrati sono una minaccia all'ordine pubblico e alla sicurezza, e questo in un paese che e' principalmente una via di transito per gli immigrati, non la loro destinazione finale.
La reazione xenofoba ha avuto ovvie conseguenze negative nel successo della lista Pym Fortuyn in Olanda, il voto a Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi, i successi piu' ridotti del British National Party e il quasi totale consenso anti-immigrati nei mezzi di informazione e nella politica ufficiale inglesi.

Un potenziale asse pro USA, non ancora consolidato, e' emerso in Europa attorno ai dirigenti politici piu' di destra, segnatamente Berlusconi in Italia, Aznar in Spagna e Blair in Inghilterra.
L'inclinazione pro USA dei loro governi e' molto piu' marcata che a Parigi e Berlino.
Ovviamente tutti i governi in questione sono sostenitori del modello neoliberista, ma la posizione USA ha l'effetto di rafforzare le loro ali destre piu' aggressive, quelle piu' decise a cercare di ricacciare indietro le condizioni e i diritti dei lavoratori.

Gli effetti reazionari piu' significativi si sono avuti ovviamente proprio negli Stati Uniti.
Ricordiamo che per l'inizio di ottobre 2001 era prevista a Washington una gigantesca manifestazione per la giustizia globale, che fu immediatamente affondata dall'attacco dell'11 settembre.
Il movimento USA per la giustizia globale, anche se non morto, ha avuto difficolta' da allora a organizzare mobilitarsi in numericamente significative.
Quella che e' seguita all'11 settembre e' stata una mobilitazione reazionaria su una scala quale non si era vista dai giorni piu ' oscuri del maccartismo e della guerra di Corea, all'inizio degli anni 1950.

E' difficile immaginare dall'esterno l'ampiezza di questa, era molto difficile opporsi all'ondata di nazionalismo patriottico, eccitato dalla partecipazione di figure pubbliche di primo piano di tutte le classi sociali: politici, personalita' dell'informazione, stelle del cinema e dello sport, musicisti rock e capi religiosi.
Voci dissidenti sono emerse gradualmente, ma come nei giorni della caccia alle streghe degli anni 1950, le figure pubbliche sanno che saranno vilipese e che mettersi fuori linea spezzera' le loro carriere.
La capacita' del movimento radicale USA di uscire a questa situazione sara' un elemento decisivo per il successo o meno dell'offensiva di Bush.

Al vertice dell'eccesso di violenza imperialista e dell' offensiva reazionaria e' stata la guerra contro i diritti umani.
Si possono citare numerosi esempi di questa, ma forse i piu' simbolici sono stati negli stessi Stati Uniti.
Quasi un anno dopo, centinaia di persone sono ancora detenute senza processo, e di molte di esse non si sa dove.
Non contenti di avere stracciato la Convenzione di Ginevra e di ricorrere alla tortura a Guantanamo, gli USA ora si arrogano il diritto di arrestare, incarcerare, senza processo torturare o disporre in altro modo di chiunque nel mondo essi sospettino di coinvolgimento in quello che definiscono terrorismo.

Ostacoli al successo USA.

Quali sono gli ostacoli al successo totale del tentativo degli USA di rimodellare la politica mondiale mediante l'uso e la minaccia della violenza militare? Dal mio punto di vista, il dilemma si puo' spiegare in questo modo: nel tentativo di intraprendere una iniziativa spettacolare rivolta contemporaneamente a un cosi' grande numero di rivali, l' amministrazione Bush approfondisce necessariamente l'antagonismo di un grande arco di forze governative e non governative su scala mondiale, che separatamente o in alleanza possono fare fallire l'intera impresa.

Perche' bisogna anche vedere l'altro lato della medaglia; se tutta l'iniziativa si risolve in un fiasco le conseguenze negative per il capitalismo USA saranno sulla scala della sua sconfitta in Vietnam, e forse anche maggiore.
E' un grande errore politico in questo periodo cruciale sopravvalutare l'efficienza del potere militare USA e sottovalutare il potenziale di opposizione.

Il primo, e gigantesco, ostacolo al successo e' la spettacolare crisi delle grandi imprese e il collasso del mercato borsistico negli Stati Uniti stessi.
Questo e' un ulteriore stadio nelo sgonfiamento del "dot.com.boom", una massiccia crisi di sovra accumulazione di capitale, iniziata con le esplosioni finanziarie in Asia nel 1997 e in Russia nel 1998.
Il mercato azionario e' in caduta da oltre due anni e nessuno e' in grado di dire se la fine e' in vista.
Decisiva per gli effetti ideologici della vicenda e' la presa di coscienza da parte di milioni di persone che al centro delle operazioni del capitale finanziario c'e' la frode (e non e' qui il punto se la frode sia o no legale).
Milioni negli USA sono stati defraudati dei loro risparmi o vedranno crollare o sparire il valore delle loro pensioni.
Le ipotesi della attrattiva del "modello di societa'" USA saranno sottoposte a una dura verifica da questi avvenimenti.
A cio' si aggiungono gli stretti legami con le grandi imprese di molti che stanno ai vertici dell'amministrazione Bush; questa e' una costante nella politica USA, ma la storia personale di Bush e Cheney come uomini di affari sta diventando a dir poco imbarazzante.
Quando Bush dice: "Il popolo americano puo' perdere la fede nel nostro sistema di libera impresa" significa che sta capitando qualche cosa di grave.
E' possibile che i rinnovati sforzi di dare avvio concreto alla guerra all'Iraq siano legati al timore dei repubblicani di essere puniti nelle elezioni di medio termine di novembre per il malessere economico, tant'e' che i democratici hanno largamente sostenuto la guerra al terrorismo ma sono stati pronti a puntare il dito sulla corruzione delle grandi imprese.

Il secondo pericolo per la squadra di Bush sta nella risposta dei suoi "alleati" europei a un attacco all'Iraq.
Da un lato il problema e' reso piu' gestibile dalle vittorie delle destre elettorali in Europa.
Ma l' imponderabile e' l'ampiezza delle mobilitazioni e del sentimento pubblico contro la guerra.
In tale contesto dobbiamo notare che il timore di molti che il movimento per la giustizia globale potesse crollare di fronte all' offensiva antiterrorista USA non si e' realizzato.
Al contrario, il movimento per la giustizia globale ha contribuito a mettere in piedi un movimento antiguerra, con il quale si e' fuso, su una scala non piu' vista dopo il Vietnam.

I preparativi per la guerra N 2 all'Iraq stanno causando importanti frizioni con i governi europei.
I nuovi guerrieri di Bush hanno ragione a mettere in dubbio le precedenti ortodossie sulla subordinazione politica dell'Europa.
La ragione di cio' e' ironica.
Come e' stato analizzato a lungo in un importante articolo di Peter Gowan, il collasso dell'Unione Sovietica ha da un lato enormemente aumentato la forza relativa degli Stati Uniti e contemporaneamente minato la struttura della sua dominazione politica sull'Europa, cioe' la NATO come risposta alla minaccia sovietica.

Dopo l'11 settembre ci sono state gigantesche mobilitazioni contro la guerra e per la giustizia globale, tra le piu' significative il successo del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, e l'enorme mobilitazione di Barcellona con 600.000 partecipanti.
I centri del movimento contro la guerra, al tempo dell'attacco all'Afghanistan, sono stati l'Italia e l'Inghilterra.
Gli annunci mortuari nella stampa di destra nordamericana e britannica dopo l'11 settembre sulla fine del movimento per la giustizia globale sono stati smentiti dagli avvenimenti.
La scena e' pronta per una enorme manifestazione di sentimenti antiguerra se l'Iraq sara ' di nuovo ferocemente attaccato.
Come abbiamo osservato, solo negli Stati Uniti il movimento per la giustizia globale e' stato respinto decisamente indietro.

Infine, la guerra al terrorismo si svolge in un clima di instabilita' internazionale - che contribuisce ad accrescere- che puo' avere conseguenze imprevedibili.
Ad esempio, problemi terribili per gli USA sono stati causati dal conflitto tra India e Pakistan, che ha causato una situazione quasi di panico a Washington sulla prospettiva di una guerra nucleare e deviato ingenti risorse in direzione di una (temporanea) soluzione.

Instabilita' globale e agitazioni che minano la credibilita' del modello neolberista, hanno caratterizzato nell'anno passato in particolare l 'America Latina, con agitazioni politiche in Paraguay, il collasso dell' economia argentina, e con una replica in attesa tra le quinte in Uruguay e Brasile.
La massiccia mobilitazione e l'autoorganizzazione delle masse non sono pero' riuscite a produrre una alternativa popolare a livello di governo, una seria sfida della sinistra per il potere.
La causa di cio' non e' un mistero per chiunque abbia una qualche familiarita' con le teorie marxiste della crisi capitalista e della politica di massa: l'assenza di una forza politica dotata di un minimo di visione politica e di sentimento rivoluzionario che abbia una reale base di massa e possa dirigere le divergenti istanze di potere e mobilitazione popolari verso una lotta unificata per la conquista del potere.

Un nuovo stadio: guerra a ottobre?

Quasi certamente piani particolareggiati e un calendario preliminare per la guerra all'Iraq sono gia' stati preparati dagli USA di concerto con il governo inglese.
I media internazionali sono pieni di voci secondo cui le bombe ricominceranno a cadere in ottobre, e tale data ha la logica di essere nella scia delle commemorazioni nazionali dell'11 settembre nelle quali la guerra al terrorismo sara' riaffermata e l'unita' di intenti nazionale (nelle intenzioni) infiammata; e di venire prima delle elezioni di medio termine di novembre per un terzo dei seggi al Senato, con la speranza di rialzare i cadenti indici di popolarita' di Bush.

In effetti, Bush, Rumsfeld, Wolfowitz e il resto con i loro discorsi si sono cacciati in una posizione per cui non fare la guerra per rimpiazzare Saddam sarebbe visto come una sconfitta di grandi proporzioni, e minerebbe realmente la credibilita' della dottrina degli attacchi preventivi contro gli Stati canaglia.
La guerra al terrorismo dipende dal criterio dell'Iraq.
Se tutto questo agitare di minacce non riesce nemmeno a far fuori Saddam Hussein allora e' pressoche' inutile.

Nel momento in cui scriviamo (inizio di agosto) gli USA sono vicini a respingere come irrilevante la loro stessa richiesta di ispezione delle armi, avendo sentore che Saddam potrebbe anche accettarla: una sicura indicazione che gli USA sono determinati alla guerra, se necessario senza neanche darsi la pena di mettere in piedi una storia piu' o meno credibile sulle "armi di distruzione di massa".
Le voce, probabilmente messe in giro da Downing Street, secondo cui Tony Blair sostiene in pubblico la guerra ma in segreto cerca di dissuadere George Bush, sono probabilmente irrilevanti, anche se per una improbabile eventualita' fossero vere.
Il sig. Blair serve a qualche uso per Bush, ma determinare la strategia USA non e' uno di questi.

Siamo ora di fronte alla prospettiva di un altro scoppio di violenza imperialista, altre decine di migliaia di morti e un altro scoppio di reazione politica che la accompagneranno.
Cio' che Bush e i suoi consiglieri ci offrono non e' una guerra decisiva per sconfiggere "l'asse del male" ma un nuovo paradigma di come l'impero americano manterra' il suo dominio d'ora in poi: la guerra permanente.
La sconfitta di questa prospettiva barbarica esige il massimo sviluppo della mobilitazione antiguerra nel mondo intero.

Phil Hearse
Londra, 2 novembre 2002
da "Bandiera Rossa"