Riflessioni dopo la serata del Palasport di Firenze

La Cosa di Cofferati: «Un altro Ulivo è possiible»

L'illusione è quella che si possa modificare dall'interno l'equilibrio reale della sinistra moderata e "riformista"

Ci dev'essere una ragione speciale per cui una città come Firenze, vocata per sua natura, storia e cultura alla «conservazione» (anche nel senso migliore del termine), diventa improvvisamente un luogo dinamico. Quasi una capitale dei movimenti e dei sommovimenti. L'altra sera, nella morsa del gelo di questo inverno che si è improvvisamente (anche lui) ricordato di essere tale, c'erano alcune migliaia di persone che «assediavano», pacificamente, un palazzo, nel vano tentativo di entrarvi. Era questo, senza dubbio di sorta, l'aspetto antropologicamente più vero e più forte della manifestazione che ha incoronato Sergio Cofferati leader della sinistra dell'Ulivo: la domanda di partecipazione, di protagonismo diretto, il bisogno di esserci. Il calore dell'emotività vissuta collettivamente, dentro un grande evento, sia reale che mediatico. E la speranza che ricominci «qualcosa di nuovo», di diverso, di vincente.

Partito "Arcobaleno"

Da questo punto di vista - dal lato, vale a dire, della soggettività del nuovo popolo cofferatiano in fieri - pareva di asssistere, a larghi tratti, alla nascita sul campo della Cosa, quella "originaria", non la sua arida mimesi degli anni '90. Vi ricordate del vano tentativo occhettiano di tanti anni fa di dar vita, sciogliendo il Pci, a qualcosa che andasse oltre i confini del movimento operaio, in una specie di "superamento" e "nuova sintesi" delle principali culture politiche nazionali, la comunista, la socialista, la cattolica? E quelle speranze (che qualcuno coltivò perfino in apposite mozioni congressuali) che tutto questo travaglio approdasse, alla fine, in un nuovo Partito-arcobaleno, un po' sul modello di Jessye Jackson in America, con tante ideologie e molti movimenti? Quell'operazione, in verità, naufragò subito - il suo aspetto di secca liquidazione e\o archiviazione di un grande patrimonio diventò, in un attimo, preponderante. E tuttavia, per parecchio tempo, nel corso degli infiniti dibattiti sul senso del cambiamento del Nome, in molti continuarono ad attendere qualcosa: la Cosa, appunto. Quello che in dieci, dodici anni, non è mai comparso. Quello che potrebbe, invece, aver cominciato a prender forma l'altra sera al Palasport di Firenze. Radicale nei suoi valori e nel suo orizzonte etico, povera di contenuti programmatici (e di classe), sperimentatrice, non in vitro, di un rapporto ravvicinato tra movimenti e politica. Pacifista e democratica, non alternativa. Diffidente, in profondità, verso i Partiti come tali, per lo meno verso le loro forme attuali, e la loro separatezza autoreferenziale, produttrice di ceti, essa si affida, nella sfera della politica, a un rinnovamento anche formale, oltre che a uno spostamento a sinistra, dell'Ulivo.

Cofferati, Rosy Bindi e la "Cosa"

E' la «Cosa» di Cofferati, ma anche di Rosy Bindi (tra le vere trionfatrici del Palasport), figure di «perfetto confine» - come tali, cioè, vengono percepite - tra la vecchia e la nuova politica, tra la società civile e la rappresentanza, tra i «sogni» e il «realismo». E perché mai non potrebbero essere loro il vero ticket da proporre, domani, allo scontro frontale con il centrodestra? Perfino in questo senso, non è difficile prevedere che la serata del palasport fiorentino, in un senso preciso, non è che l'inizio. L'inizio di un percorso, e di un processo molto complessi, nel quale si giocano tanto una parte del destino dei movimenti quanto una possibile nuova definizione degli assetti dell'Ulivo.

Politica e movimenti

Vista, dunque, nei suoi connotati politici e culturali generali, l'operazione Cofferati si pone come un «correttivo», in alcune parti anche significativo, del modello bipolare e di alternanza. Di esso vengono visti alcuni limiti strutturali - come per esempio la tendenza al dilagare dell'«estremo centro» e alla crescita di massa nell'astensione. Ma esso viene assunto come dato ormai costitutivo, praticamente inamovibile, della scena politica italiana, ormai bipolare e maggioritaria: si tratta, appunto, di correggere dall'interno le distorsioni evidenti del sistema, articolando il Polo (futuro) di sinistra in una coalizione più larga e partecipata. Una coalizione che mantiene alta la radicalità di alcuni valori e delle modalità - partecipative - del fare politica. E che non esclude a priori, anzi che può e vuole includere, anime e componenti radicali anche su altri terreni. Il punto essenziale, però, è che questa radicalità non può aspirare a una propria diretta rappresentanza nella sfera della politica e delle istituzioni: la politica resta per definizione il regno della mediazione e del soggetto unico. E la sinistra alternativa, sia essa un partito come il Prc o una coalizione antagonista e classista o un "terzo incomodo" come Ralph Nader alle presidenziali Usa, non può essere la proiezione diretta, la sponda istituzionale reale, la rapppresentazione politica dei movimenti.

Ulivo come "non-partito"

Questo assunto cofferatiano (del resto coerente con larga parte della storia della sinistra ed anche dei partiti comunisti) sta a monte (ma anche a valle) della sua scelta bipolarista e maggioritaria: essa recupera, anzi riattiva, l'idea del partito di massa-arcobaleno, e la funzionalizza, in un'epoca di diffidenza quasi totale verso i Partiti, alla "rifondazione" dell'Ulivo. Perchè le grandi passioni politiche che si esprimono in una manifestazione come quella del Palasport tendono a precipitare nello schema, per noi alquanto misero, del centrosinistra o nel rimpianto di Romano Prodi? Ma perché l'Ulivo tende a ridiventare, nell'immaginario collettivo, un non-Partito - un contenitore "obbligato" - la cui qualità e forza dipendono da chi lo guida e lo incarna. Sergio Cofferati, del resto, lo ha detto quasi esplicitamente, proprio quando ha contrapposto «il governo dell'Ulivo» (quello del '96-'98) ai «governi di centrosinistra, quelli in cui sono tornati i Partiti».

In questo senso, la "terza sinistra" entra in campo con una presenza importante, che scuote gli assetti attuali, svela impietosamente la deriva moderata (e inciucista) dei Ds e della Margherita, riconduce alla politica molti che ne volevano fuggire. Allo stesso tempo, essa presenta un'illusione e un rischio. L'illusione è quella che si possa modificare dall'interno l'equilibrio reale della sinistra moderata e "riformista". Il rischio è la scissione, non magari consapevolmente perseguita, del movimento dei movimenti: se è vero, come noi pensiamo che sia vero, che per una parte rilevante e anzi costitutiva del movimento stesso, l'orizzonte "ideale" del riformismo e quello politico-elettorale dell'Ulivo, anche di un Ulivo migliore di quello attuale, non sono nè convidivisi nè auspicabili.

E l'alternativa?

Si spiegano così alcune povertà di contenuti, e alcune clamorose lacune, del dibattito di Firenze, per altri aspetti così appassionante e appassionato. Per esempio: negli interventi principali, non ci sono stati riferimenti di sorta alla crisi della Fiat, ai contratti, alle questioni sociali più brucianti oggi sul tappeto. E non sono venuti in primo piano, quasi mai, quegli elementi di cultura della trasformazione che tanto hanno informato di sè le giornate del Social Forum di novembre. Questi vuoti sono parsi in rilevante contraddizione con l'atto di incoronazione svolto da Nanni Moretti: come se nella sola persona di Sergio Cofferati potesse sentirsi rappresentato, come tale, l'intero mondo del lavoro; e come se si continuasse a procedere per simboli ed emblemi, in nome e per conto di tutta la sinistra.

Il fatto è che, a nostro parere, non si tratta di "distrazioni" del tutto casuali. La cancellazione della sinistra politica di alternativa - ovvero la sua riduzione a componente fisiologica del movimento - è un problema di contenuti, non di legittimità astratta, o di modalità istituzionali: le forze alternative che esistono - partiti e movimenti - esistono precisamente in funzione delle idee, proposte, valori che esse si sforzano di rappresentare. Un altro mondo è possibile, insomma, è una parola d'ordine soltanto morale, che con la politica mantiene soltanto un nesso di suggestione? E ci dobbiamo accontentare, messi sotto botta Fassino, D'Alema e Rutelli, di un'altra parola d'ordine un altro Ulivo è possibile?

Rina Gagliardi
Roma, 12 gennaio 2003
da "Liberazione"