Il popolo sovrano e la persecuzione politica. Le frasi chiave del proclama di guerra preventivo di Berlusconi

Così parlò il caudillo di Arcore

«In una democrazia liberale chi governa per volontà sovrana degli elettori è giudicato, quando è in carica e dirige gli affari di Stato, solo dai suoi pari, dagli eletti del popolo, perchè la consuetudine e le leggi di immunità e garanzia lo mettono al riparo del rischio della persecuzione politica per via giudiziaria». A poche ore dalla sentenza della Cassazione il capo dell'esecutivo veste i panni del sudamericano, indossa l'elmetto e attacca a testa bassa la magistratura, mettendo in discussione l'esistenza stessa della giurisdizione e del potere giudiziario ed esaltando al contrario il ruolo dell'immunità e, perchè no, dell'impunità. Un attacco rabbioso verso la Cassazione che ha osato dargli torto e soprattutto un attacco preventivo ai giudici, simile a quello che sta preparando assieme all'amico George W. Bush nei confronti dell'Iraq. Un modo per far pressione sui magistrati che lo dovranno giudicare per corruzione in atti giudiziari nei prossimi mesi, una tecnica mediatica per prepapare l'opinione pubblica a un'eventuale condanna e alla scelta già annunciata, di non dimettersi in caso di verdetto sfavorevole. Con un disprezzo per le istituzioni repubblicane e per le forme della democrazia, il cavaliere Berlusconi fa tutto a casa sua: registra il «discorso alla nazione» nella sua villa di Arcore, come fosse la sede del governo, e poi la consegna direttamente alle tv. L'incipit del discorso dell'imputato-presidente Silvio Berlusconi è un campionario di demagogia: «In una democrazia liberale - ci spiega chi ha fatto cose inconfessabili per non finire in un'aula di tribunale - nessuno è al di sopra della legge. E dunque le sentenze si rispettano come si rispetta la presunzione di innocenza degli imputati».

Nel mirino di Silvio Berlusconi finisce per primo l'ex procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli: «In una democrazia liberale i giudici applicano la legge, non fanno politica e soprattutto non fanno resistere, resistere, resistere a chi è stato scelto dagli elettori per governare».

«In una democrazia liberale - aggiunge il novello professore di diritto costituzionale - la magistratura non si giudica da sè e non si autoassolve in ogni sede disciplinare, penale e civile, così come avviene oggi in Italia».

Capovolgendo la storia il capo del governo descrive l'inchiesta Mani pulite come una specie di golpe giudiziario contro il suo primo governo: «In Italia le correnti politicizzate della magistratura, giusto dieci anni fa, imposero a un parlamento intimidito e condizionato, un cambiamento della Costituzione del 1948 che ha messo nelle loro mani il potere di decidere al posto degli elettori». «E questo potere arbitrario e di casta, è stato illiberalmente esercitato nel 1994 contro un governo sgradito alla magistratura giacobina di sinistra, governo messo platealmente sotto accusa attraverso il suo leader in un procedimento iniziato a Napoli mentre presiedeva una convenzione delle Nazioni unite e sfociato poi, per assoluta mancanza di fondatezza in una clamorosa assoluzione molti anni dopo. Questa situazione - annuncia minaccioso il capo del governo, che si dimentica tra l'altro che nel processo per le tangenti alla Guardia di finanza, iniziato dal famoso avviso di garanzia consegnato a Napoli, fu assolto sì, ma per prescrizione dei reati - va corretta per il bene del Paese e delle sue istituzioni». Ed ecco che riemerge lo spirito plebiscitario, tutto fondato sul depotenziamento della magistratura e sul rafforzamento del potere esecutivo: «Il governo è del popolo e di chi lo rappresenta, non di chi avendo vinto un concorso e avendo indossato una toga ha solo il compito di applicare la legge. In una democrazia liberale gli imputati fanno il loro dovere, esercitando il diritto alla difesa e contrastano la pretesa della pubblica accusa di aver provato la loro colpevolezza. E' ciò che ho fatto fino ad ora (sic) con successo, di fronte ad una inaudita catena di inchieste giudiziarie segnate dal più ostile e prevenuto accanimento».

Come un generale che mette in mostra le sue medaglie, il cavaliere di Arcore a un certo punto legge un lungo elenco relativo ai suoi guai giudiziari: «Dal momento della mia discesa in campo nell'attività politica contro di me e contro i dirigenti del gruppo imprenditoriale che mi onoro di aver fondato sono stati avviati 87 procedimenti penali, sono state celebrate ad oggi 1.561 udienze processuali, sono state effettuate 470 visite della polizia giudiziaria e della Guardia di Finanza, sono stati asportati ed esaminati documenti aziendali per oltre 1 milione di pagine, sono stati passati ai raggi X oltre 270 conti correnti e depositi presso oltre 50 banche in Italia e all'estero. Di fronte a questa incredibile persecuzione giudiziaria io continuerò a difendermi come ho fatto sinora nella certezza, limpida, orgogliosa e serena, di non aver commesso reati contro la legge e contro la morale pubblica».

In conclusione, un tocco cupo. Per drammatizzare la sua posizione personale di fronte alla legge Silvio Berlusconi conclude parlando addirittura di pericoli per la nostra collocazione internazionale: «Oggi sono in gioco i principi della Costituzione e della divisione dei poteri, è in gioco il funzionamento delle istituzioni che hanno garantito al Paese una sana alternanza di forze diverse alla guida dello Stato, è in gioco la collocazione ferma del nostro Paese nella coalizione mondiale per le libertà e contro il terrorismo, è in gioco una giustizia davvero eguale per tutti e davvero amministrata in nome del popolo italiano e non in nome e per conto di una parte politica». Tutto ciò per una sentenza della Cassazione che ha solo detto «no» allo spostamento del processo. Chissà se venisse condannato.

Bruno Perini
Arcore, 30 gennaio 2003
da "Il Manifesto"