Ulivo e UDC insieme a impedire le elezioni anticipate minacciate da Berlusconi

Il ricatto del Cavaliere spazza via i moderati

Il Cavaliere non ha perso tempo nel lanciare la controffensiva. La sua durissima dichiarazione di ieri ha di fatto messo in campo l'ipotesi di elezioni anticipate, anche se il rispetto dovuto al capo dello stato e alle sue prerogative gli hanno impedito di parlarne apertamente. Se ne è occupato poco dopo Umberto Bossi, chiarendo oltre ogni possibile dubbio il senso delle parole del gran capo. E se ne è occupata anche l'opposizione, che non è riuscita neppure per un attimo a mascherare il panico. A torto o a ragione, i leader del centrosinistra sono convinti di due cose: che Berlusconi faccia sul serio e che una campagna elettorale, imperniata dalla destra tutta sulla persecuzione giudiziaria ai danni del suo leader, si risolverebbe in una rotta. Così, con uno di quei rovesciamenti abituali nella politica italiana, hanno impugnato ieri la posizione sostenuta sino a pochissimo tempo fa dal centro destra (e criticata aspramente dal centrosinistra): se anche il premier fosse condannato, non avrebbe affatto l'obbligo di dimettersi prima della sentenza definitiva, dunque del terzo grado di giudizio. Tempi biblici.

Per Silvio Berlusconi è una vittoria clamorosa. Non solo nessuno gli chiederà di andarsene se condannato, ma, addirittura, l'opposizione lo implora di restare al suo posto. Incredibile ma vero.

Solo che l'Ulivo non si illude affatto che le suddette implorazioni bastino a convincere l'inviperito sovrano di Arcore. Teme che il premier non voglia perdere la ghiotta occasione di far dimenticare le sconfitte politiche del suo governo con una campagna elettorale da crociata, e incassare così un sostegno plebiscitario. Le speranze uliviste di evitare l'ordalia elettorale sono riposte invece nelle divisioni all'interno della Casa delle libertà.

Non si tratta di un miraggio. Quelle divisioni esistono sul serio, e profonde. Se volesse davvero arrivare allo scioglimento delle camere, Berlusconi potrebbe contare sul suo partito e sul Carroccio, ma non sull'Udc e neppure su An. Ieri, dopo l'intemerata del capo e del suo ormai fedele «Umbertone», nessuno si è azzardato a dissentire ufficialmente. Ma con la dovuta discrezione An ha fatto sapere che non c'è alcun rischio reale di elezioni anticipate (non in tempi brevi almeno), e i capi dell'Udc non hanno nascosto la loro paura, assai simile a quella dell'Ulivo, per una simile eventualità.

Non gli si può dar torto. Una campagna elettorale come quella che allestirebbe il Cavaliere non lascerebbe spazio alcuno alla «moderazione» dell'Udc e spazzerebbe via anche le ambizioni di Gianfranco Fini, che mira a imporsi come il vero leader «affidabile» e capace di dialogo della destra italiana. Tali resistenze potrebbero contare sull'appoggio non solo dell'opposizione ma anche del Colle. Le voci che arrivano dal Quirinale, da prendersi con beneficio d'inventario, dicono che Ciampi non abbia affatto gradito la sentenza della Cassazione e che avrebbe di gran lunga preferito lo spostamento dei processi, in nome di quella pacificazione invocata nel discorso di capodanno.

E' possibile, e anzi probabile, che la somma di queste resistenze riesca a bloccare la corsa di Berlusconi e Bossi verso le urne, anche in caso di condanna del premier. Ma il prezzo sarà salato, e lo sarà anche se il Cavaliere sarà invece assolto. Quello che Berlusconi ha scatenato ieri è un attacco a tutto campo, un tentativo di sfondamento sul fronte delle riforme istituzionali (prima fra tutte quella che dovrebbe rimettere al suo posto la magistratura) che non lascia spazio alcuno ai tentativi di dialogo. Alla diplomazia di Fini e Buttiglione. Da domani, per evitare lo spauracchio del voto anticipato, l'ala morbida del centro destra dovrà spalleggiare gli affondi del gran capo contro la magistratura (e probabilmente sul presidenzialismo) così come quelli di Bossi sulla devolution. Le stesse denunce dell'opposizione non potranno non essere depotenziate dall'aver fatto muro ieri contro qualsiasi ipotesi di dimissioni del capo del governo. Forse il Berlusconi eventualmente condannato non riuscirà a imporre la sua campagna elettorale. In compenso incasserà da subito un risultato notevole, quello di affrontare la fase delicatissima delle riforme istituzionali in un clima da campagna elettorale. Potrebbe essere un rimedio peggiore del male.

Andrea Colombo
Roma, 30 gennaio 2003
da "Il Manifesto"