Rimettere al centro del dibattito i diritti e tra essi il lavoro significa riaprire un orizzonte che la società nel suo insieme sembra avere smarrito

Il lavoro al centro di una nuova sinistra

Spesso si parla di diritto al lavoro, ma sovente sfugge la centralità del lavoro nella società

E' appena iniziato l'ultimo anno senza grandi appuntamenti elettorali di rilievo nazionale ad eccezione dei referendum tra i quali importantissimo quello per l'estensione dell'articolo 18. Quindi un anno senza l'assillo di elezioni e senza lo stress, per gli schieramenti politici e i loro gruppi dirigenti, di dover commentare il guadagno o la perdita di qualche frazione di punto in percentuale. Occorre perciò impiegare questo periodo per analizzare, soprattutto per delineare una strategia politica capace sconfiggere il centro-destra e il suo piano plebiscitario e populista. In questo contesto l'appello «Lavoro e libertà» promosso da alcuni esponenti del mondo sindacale è un importante contributo di idee sui diritti, la Costituzione, il lavoro e le più preoccupanti degenerazioni del liberismo. E' un contributo importante perché pone un problema vero: quello della rappresentanza del lavoro, dei lavoratori, Una rappresentanza oggi assai precaria nelle forze politiche di sinistra, una questione che stenta a entrare da protagonista nel dibattito ma fondamentale se si vuole affrontare seriamente la crisi della sinistra e quella della politica.

Spesso si parla di diritto al lavoro, ma sovente sfugge la centralità del lavoro nella società. Se il lavoro a livello europeo ha vissuto una stagione in chiaroscuro, si pensi agli impegni di Lisbona, alla carta di Nizza o alla Convenzione europea che dovrebbe scrivere la Costituzione, in Italia si è consumata la più grave frattura sociale ed economica tra la ricchezza prodotta e il lavoro, come se il lavoro, in particolare il reddito da lavoro dipendente, fosse estraneo alla creazione della ricchezza. Non solo è attaccato duramente dal governo di centrodestra, ma sembra del tutto ininfluente, per non dire di impiccio, alle sorti del Paese. In Italia si è registrato il più grave arretramento economico dei redditi da lavoro a livello europeo, al punto di assumere un ruolo «marginale» nel dibattito politico, così come nella vita concreta del paese.

Riappropriarci del «lavoro» come tema del dibattito politico non significa discutere solo del ruolo dei partiti o dei sindacati, in particolare della Cgil, piuttosto riconsegnare alla società nel suo insieme almeno i tratti solidaristici che hanno caratterizato le società moderne. Non è in discussione solo il reddito da lavoro, ma anche il reddito differito. Il nesso storico tra stato sociale e sviluppo viene rovesciato. Il welfare invece di essere la risposta ai problemi della disoccupazione e della povertà insorti proprio dal fallimento del mercato, viene considerato causa di tali problemi.

Lo stesso dibattito sul federalismo, che ha prodotto pesanti riforme costituzionali, è viziato da istanze che poco hanno a che fare con il federalismo e alimentano pericolose tendenze plebiscitarie che svuotano le istituzioni democraticamente elette. In Italia la crisi dei partiti e della rappresentanza politica si evince dalla ricerca spasmodica di cambiare continuamente i dettami costituzionali: su 12 leggi di revisione di articoli costituzionali, 9 sono state approvate dal 1990 al 2001. Il governo nazionale come quello della regione Lombardia stanno producendo una riforma Costituzionale e un accentramento di poteri che mortificano la democrazia e allontanano l'Italia e la Lombardia dall'Europa. In Lombardia questa degenerazione è forse più evidente che in altre realtà territoriali e rappresenta un vero e proprio paradigma. Due anni fa, affrontando le impegnative elezioni regionali, era evidente a tutti il rischio di un terremoto istituzionale e culturale e sociale. Dopo due anni le politiche di Formigoni stanno portando la Lombardia verso un nuovo ordine fondato su un modello di società mercantile, con una formidabile propensione autonomista capace di rovesciare tutti i presupposti costituzionali e la cultura dei diritti.

Rimettere al centro del dibattito i diritti e tra essi il lavoro significa riaprire un orizzonte che la società nel suo insieme sembra avere smarrito.

Le tessere di una sinistra fissata, ossessionata dall'idea di misurare, di giudicare ciò che accade come corrispondente o meno a se medesima, si stanno scomponendo, proponendo l'urgenza di misurarsi con un popolo di sinistra in movimento che sa sopportare le differenze ma non gli steccati, spesso figli di posizioni autoreferenziali. In Italia l'anno appena concluso ci ha consegnato un Paese in forte fermento sociale grazie alle lotte per i diritti della Cgil e al protagonismo dei movimenti contro la globalizzazione capitalista e per i diritti civili. E' giunto il tempo di raccogliere le spinte unitarie, senza particolarismi egoistici e scetticismo, affermando la necessità di un ampio tavolo di confronto che metta assieme rappresentanza politica e rappresentanza sociale.

Nicola Nicolosi (segretario Cgil - Lombardia)
Gianni Confalonieri (Capogruppo Prc - Lombardia)
Milano, 11 febbraio 2003
da "Il Manifesto"