Primi interrogatori dopo i sette arresti. Roberto Morandi: «Mi dichiaro prigioniero politico», mentre Cinzia Banelli si avvale della facoltà di non rispondere. Aspetti oscuri sulle posizioni di Saraceni, Bernardini e Costa

La mappa delle nuove Br

La nuova organizzazione del partito armato ha formato i suoi quadri operativi con elementi coperti dall'anonimato di una vita normale

La prima voce uscita, dopo gli arresti, dal «cenacolo dei disperati» (fu Ansoino Andreassi, quando era capo dell'Ucigos a definire così le nuove Br) è quella di Roberto Morandi, il fiorentino: «Sono prigioniero politico». Anche Nadia Desdemona Lioce fece la stessa dichiarazione quando fu arrestata, ma non poteva fare altro: era stata presa con la pistola in mano durante una sparatoria in treno in cui vennero uccisi il poliziotto Emanuele Petri e il Br Mario Galesi. Era una storica consuetudine dei brigatisti dichiararsi prigionieri politici se erano catturati armi in pugno.

Quella di Morandi sembra più una decisione maturata dalla consapevolezza che non sarebbe servito a niente negare l'appartenenza alle Br. Il procuratore di Firenze Fleury aveva preannunciato nella conferenza stampa al Viminale sviluppi importanti dagli accertamenti sui materiali informatici sequestrati ai due fiorentini arrestati. Starebbe venendo alla luce l'archivio delle inchieste fatte dalle Br per individuare personaggi da mettere nel mirino. Potrebbe essere questo il motivo per cui Morandi si è sentito incastrato. Il materiale più compromettente sarebbe un floppy-disk intitolato «Inchieste 2002» che conterrebbe indicazioni sui piani omicidi messi in cantiere dalle nuove Br. Morandi, tecnico radiologo all'ospedale di Carreggi, era stato indagato per l'omicidio di Lando Conti a Firenze, ma da anni non aveva più destato l'attenzione dell'Antiterrorismo. Il suo nome è tornato in evidenza dopo che sono stati decifrati i segreti dei computer palmari della Lioce e di Galesi. Del tutto ignota invece alla polizia l'altra pedina toscana delle Br Cinzia Banelli, la militante "So", messa sotto inchiesta dalla supercapa Nadia Desdemona Lioce, per qualche sua inadempienza agli ordini. La Banelli, che è incinta, al primo incontro con i giudici si è avvalsa della facoltà di non rispondere.

Emeriti sconosciuti

Nemmeno il gruppo dei cinque romani finiti in prigione in stato di fermo giudiziario aveva mai dato segnali allarmanti agli uomini dell'Antiterrorismo, nessuno di loro era stato mai coinvolto in indagini sull'eversione. Sono le indagini sulle utenze telefoniche delle Br a proiettare i loro nomi sullo scenario della preparazione e dell'esecuzione del delitto D'Antona. Sull'ultimo arresto, quello della maestra d'asilo Federica Saraceni, non si conosce ancora quali ne siano le ragioni. Si era scoperto dalle sue telefonate che conosceva Galesi, perché frequentavano insieme un centro sociale, ma questo non era stato ritenuto sufficiente a motivarne il fermo. I magistrati del pool antiterrorismo della procura di Roma si erano limitati a iscrivere il suo nome nel registro degli indagati per il sospetto di collegamenti con i Nac (Nuclei antimperialisti combattenti), un gruppo che avrebbe avuto rapporti con le nuove Br. Tra gli indagati anche alcune persone già processate per atti di eversione. La posizione della Saraceni è cambiata perché quando gli agenti sono andati nottetempo a perquisirle la casa, il suo compagno Daniele Bernardini se l'è data a gambe. I magistrati hanno voluto subito interrogarla e le sue risposte avrebbero peggiorato la sua posizione, tanto da motivare un provvedimento di fermo giudiziario con la grave accusa di appartenenza a banda armata e di partecipazione al delitto D'Antona. Ora viene ricercato anche Bernardini, 30 anni, romano, ritenuto elemento di collegamento tra i Nac e le Br, più o meno la stessa accusa rivolta a un altro dei fermati, Alessandro Costa. Ma il capitolo Saraceni, Bernardini, Costa, almeno finora, presenta aspetti oscuri.

Quanto agli altri tre romani fermati, la posizione più compromessa sembra essere quella di Laura Proietti, per via dell'esame del Dna che ha identificato per suo un pelo trovato sul furgone di cui si servirono gli assassini di D'Antona. Ma la figura più interessante, secondo gli investigatori, sarebbe quella di Marco Mezzasalma, che avrebbe avuto a Roma il ruolo di capo dell'organizzazione. «Ci era completamente sconosciuto - dice la Digos di Roma - ma dalle indagini sui palmari della Lioce e sul traffico di telefonate tra i brigatisti risulta che era lui a tenere le fila dell'organizzazione nella capitale e che la casa presa in affitto al Quadraro gli serviva proprio a questo scopo. La scoperta di questo personaggio è stata un vero scoop investigativo».

La mappa delle Br si ferma per ora a una decina di nomi, a cominciare da quelli di Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. La prima, al vertice non solo come ideologa, ideatrice del progetto di colpire i consulenti del lavoro e i sindacalisti che collaboravano col governo per realizzare la precarizzazione del lavoro, ma anche come responsabile dell'organizzazione. Solo chi aveva le prerogative di un capo, sostengono gli investigatori, poteva permettersi di archiviare nel suo computer palmare gli atti di un inchiesta interna sul comportamento di un militante delle Br. L'inchiesta che riguardò la brigatista "So". Non dovrebbero essere più di un'altra quindicina i brigatisti ancora fantasmi.

Sotto una vita normale

A differenza dalle vecchie Br, in cui i militanti "regolari" che facevano la scelta della clandestinità erano in maggioranza, la nuova organizzazione del partito armato ha formato i suoi quadri operativi con elementi coperti dall'anonimato di una vita normale: lavoro e famiglia. Un'altra novità importante nell'organizzazione è stata l'uso di sigle alternative. Si è fatto apparire, per dare un'immagine più efficace del partito armato, che esso fosse formato da un'aggregazione di gruppi terroristici di cui le Br erano la punta più avanzata. Con le sigle Npr e Nipr (Nuclei per l'iniziativa proletaria e Nuclei per l'iniziativa proletaria rivoluzionaria) sono stati rivendicati vari attentati dimostrativi, come quello a Roma contro l'Istituto per gli affari internazionali. Con la sigla Br sono stati firmati gli omicidi, a dimostrazione della continuità tra il vecchio e il nuovo partito del terrorismo. Qualcosa del genere fece negli anni Settanta il terrorismo nero, per far credere che gli attentati, gli omicidi e le stragi fossero opera di una proliferazione spontanea di gruppi eversivi intorno al filone tradizionale dell'attacco fascista alla democrazia.

Un interrogativo a cui non si è riusciti a dare risposta è quello sui padri fondatori delle nuove Br. L'origine è sicuramente nei nuclei comunisti combattenti, che operavano nei primi anni Novanta e di cui probabilmente fece parte anche la Lioce. Gli investigatori ritengono che Morandi e Mezzasalma, i più anziani delle nuove Br, potrebbero aver contattato gli irriducibili detenuti per avere la legittimazione a ricominciare la lotta armata sotto la vecchia sigla. Poi nella vita interna del nuovo gruppo sarebbe emersa la figura dominante della Lioce.

Annibale Paloscia
Roma, 26 ottobre 2003
da "Liberazione"