Primarie del PD e Rifondazione Comunista

La partecipazione alle primarie e il nostro modello di partito

Noi della sinistra comunista e antagonista non siamo riusciti a rinnovare le forme di partecipazione e tuttora riproponiamo modalità tradizionali di partito del tutto superate e persino invise alla stragrande maggioranza degli elettori, compresi i lavoratori e i giovani.

Si sono da poco concluse le primarie per il segretario del Pd. Il nostro giudizio negativo sia sulle primarie in generale che su queste specifiche primarie non viene contraddetto dal fatto che probabilmente saranno state molto partecipate, anche da numerosissimi giovani. Anzi, la cosa non deve affatto meravigliarci. A me meraviglia che qualcuno di noi sia stato colto di sorpresa e non si aspettasse tanta partecipazione.
Secondo me, i motivi principali di tanta partecipazione sono tre, poi ce ne sono tanti altri, ma soprattutto tre.

Il primo è coerente con lo spostamento di massa a destra di lungo periodo del nostro Paese. Gli elettori del Pd non sono più a sinistra del loro vertice. Il venir meno di ogni resistenza a quella che secondo me da almeno 20 anni se non di più è stata in Italia una vera e propria controrivoluzione di velluto, che ci ha fatti passare con la complicità di lungo periodo di quasi tutta la sinistra (compreso quasi tutto il gruppo dirigente dell'ultimo Pci) dalla prima Repubblica dei partiti di massa dell’arco costituzionale e antifascista (Dc, Pci, Psi) alla seconda Repubblica di Fini, Bossi, Berlusconi, Di Pietro e il Pd; dalla prima Repubblica del sistema proporzionale alla seconda Repubblica maggioritaria e di fatto presidenzialistica (di cui oggi si lamenta D’Alema, sic !); dalla prima Repubblica della scala mobile, del collocamento pubblico e del posto fisso, alla seconda Repubblica del salario variabile, delle agenzie private che affittano i lavoratori e della precarietà; dalla prima Repubblica delle pensioni pubbliche col sistema retributivo alla seconda Repubblica del sistema di calcolo contributivo e delle pensioni integrative dei fondi pensioni e delle compagne assicurative; dalla prima Repubblica della pace, dell’articolo 11 della Costituzione e della leva obbligatoria, alla seconda Repubblica della partecipazione alle guerre imperialistiche contro la ex-Yugoslavia, l’Iraq e l’Afghanistan e alle forze armate professionali; il venir meno di ogni resistenza al “pensiero unico” neoliberista e a questa controrivoluzione senza molto spargimento di sangue (tranne i morti sul lavoro, di povertà e di stenti, i morti all’uranio impoverito, eccetera), ha prodotto una devastazione di massa delle coscienze, un cedimento di tutte le barriere culturali all’ondata ideologica di destra.
Vorrei ricordare che già il referendum contro il proporzionale del 1993 fu allora stravinto da Segni, Occhetto e Abete (l’allora presidente di Confindustria), con l’83% dei voti, sull’onda di mani pulite (ricordate il commissario-Pm Di Pietro e i processi in TV ?). A questa devastazione, dal 1991 si è opposta sostanzialmente solo Rifondazione Comunista con il suo consenso che era giunto fino all’8,6% dell’elettorato, consenso del tutto distrutto in due tappe, prima dalla scissione cossuttiana-governista del 1998 e poi dal processo scissionistico bertinottiano-governista 2005-2009. Oggi non c’è più nessuna resistenza consistente al pensiero unico, cultura delle primarie compresa.

C’è poi un secondo motivo. Sta nella reazione di massa, comprensibile, a ciò che sta succedendo nel Paese, al rifiuto molto forte nell’elettorato di centro-sinistra di Berlusconi. Questo sentimento si riversa nella partecipazione alle primarie. Un elettore del Pd, ma anche un semplice elettore di sinistra e perfino un semplice elettore che ha votato per la lista comunista alle scorse elezioni europee non ha molti strumenti per esprimere la propria volontà di cambiamento della situazione italiana. Il voto alle primarie è un modo per partecipare e per parteggiare con chi si oppone (sia pure fiaccamente) allo strapotere arrogante di Berlusconi.

Il terzo e ultimo motivo, su cui invito i compagni e le compagne a riflettere perché riguarda noi, è di più lungo periodo. Di fronte alla crisi (secondo me irreversibile) e quindi alla fine dei partiti di massa così come li abbiamo conosciuti fino agli anni ’80, è cresciuta a sinistra assieme all'innammoramento moderato per il modello politico americano una voglia positiva di partecipazione diretta che in precedenza veniva soddisfatta dai tradizionali partiti di massa.

Noi della sinistra comunista e antagonista non siamo riusciti a rinnovare le forme di partecipazione e tuttora riproponiamo modalità tradizionali di partito del tutto superate e persino invise alla stragrande maggioranza degli elettori, compresi i lavoratori e i giovani.

Noi o aderiamo al modello presidenzialistico e delle primarie (come nell’ultima Rifondazione bertinottiana, che, ricordo, partecipò con Bertinotti persino alle primarie per il candidato premier a cui poi stravinse Prodi) oppure abbiamo e riproponiamo il feticcio del ”partito”, quasi come fine piuttosto che come mezzo, e riproponiamo oggi “il partito”, l’iscrizione al partito, la partecipazione e la militanza nei circoli, l’elezione dei comitati federali, delle segreterie, come unica forma di partecipazione democratica, tutte cose queste che vengono accettate da una parte sempre più esigua di persone. Mi ricordo che già nel 1991, quando nacque Rifondazione Comunista e quando qualcuno propose di aggiungere il termine “Rifondazione” assieme al “Comunista” e di chiamarla “Movimento” per la rifondazione comunista (e così fu fino al primo congresso) questo non era fatto per una volontà “liquidatoria” già da allora, ma perché si comprendeva già allora la necessità di dare una risposta alla crisi (reale, non inventata) della forma partito tradizionale e si comprendeva l’irriproducibilità, in una fase storica mondiale del tutto diversa, del Pci e di ciò che era stato il Pci. Men che meno può essere riprodotto oggi – di fronte alla crisi delle più grandi (o meno piccole) forze comuniste e alle voglie nostalgiche di ritrarsi ognuno nel proprio filone storico quando vi sono crisi gravi – il Pci, la sua forza organizzata, la sua democrazia interna, il suo modello di partito.

Per concludere e senza nessuna pretesa, ovviamente, di aver capito tutto o di avere bacchette magiche, è chiaro, in questa situazione, che senza l’elaborazione fortemente innovativa, anche sulla base per esempio della diffusione di massa di uno strumento che ha rivoluzionato la comunicazione e la partecipazione come Internet, di una modalità diversa di partecipazione democratica, di forme organizzate e partecipate del fare politica comunista e a sinistra, l’unica modalità che rimane in campo (specie per quella parte più colta e più giovane della sinistra) rimane il sistema delle primarie, con cui almeno una persona che vuole minimamente intervenire nella vita politica (non delegando tutto ai mass media o ai professionisti della politica) può concretamente farlo, scegliendo così almeno il segretario del Pd o il candidato a premier o a sindaco o a presidente di una Regione. In assenza di possibilità di scegliere la linea politica almeno si scelgono le facce, illudendosi così di scegliere la linea politica. E noi comunisti, in alternativa alle primarie cosa proponiamo? Il partito e i partiti con la P maiuscola ? La mia è una riflessione e un invito, forse anche provocatorio, almeno a rifletterci su e a discuterne.

Leonardo Masella
Roma, 26 ottobre 2009
da “www.esserecomunisti.it