Le questioni sociali, un possibile terreno di collaborazione
Lettera di Fausto Bertinotti ai DS

Compagne e compagni dei Democratici di sinistra
mi rivolgo direttamente a voi perché sento necessario riprendere le fila di un dialogo che, anche quando è passato attraverso gravissimi dissensi, formalmente non si è mai interrotto, ma che oggi è a serio rischio. Le relazioni diplomatiche tra i nostri partiti sono utili, ma non sono assolutamente sufficienti per evitare - questo è il rischio - un'incomunicabilità tra di noi. Ho seguito, attraverso le informazioni giornalistiche, con molta attenzione e rispetto il dibattito che si è svolto nella vostra direzione. Non intendo qui entrare nel merito delle singole posizioni che si sono manifestate. Mi limito ad un giudizio di insieme, ma netto: non è emersa un'analisi delle modificazioni strutturali intervenute nella società, delle scomposizioni delle classi e dei ceti sociali tradizionalmente di riferimento delle sinistre, quindi gli elementi critici o autocritici che sono emersi sono rimasti nel cielo della politica, perciò la correzione di rotta non è arrivata e non si è aperta nessuna prospettiva.
Siamo ormai dentro una profonda crisi della politica. Ulteriori segnali della crisi delle sinistre, direi inequivocabili, sono giunti dalla recente sconfitta elettorale in Sicilia - in alcuni luoghi un vero e proprio crollo - che non tollera considerazioni consolatorie e non ammette capri espiatori. In Sicilia vi è stata l'alleanza tra il centro sinistra e Rifondazione comunista, sulla base di un programma comune, presentando un candidato estremamente autorevole e sperimentato alla presidenza della Regione. Eppure siamo stati sconfitti e duramente. Non è forse questo il suggello ad una lunga serie di segnali e di concrete manifestazioni di una profonda crisi della politica, e in essa della politica delle sinistre, della crisi della rappresentanza sul terreno politico di istanze e aspirazioni, ideali, culturali e sociali che pure sono ben vive e riconoscibili nella società, ma che la politica non è in grado di rappresentare e spesso neppure di incontrare?

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Mentre questa crisi scuote la politica e la politica delle sinistre, il nostro paese conosce un risveglio di movimenti con una intensità, una continuità e una radicalità fino a poco tempo fa inimmaginabili. Si può dire a buona ragione che l'intera società italiana è in movimento e questo non è soffocato né dalla vittoria elettorale delle destre, né dalla capacità di queste ultime di ricomporre un fronte borghese, né dal loro tentativo su questa base di dare vita ad un vero e proprio blocco sociale ad egemonia liberista. Al contrario la latitudine su cui si estendono questi movimenti è sempre più ampia. Mi riferisco al riproporsi del conflitto operaio che si manifesta nella proclamazione dello sciopero della Fiom del 6 luglio; alla crescita davvero esponenziale della passione e della partecipazione alla preparazione delle manifestazioni contro il G8; alla nascita di nuove associazioni con evidenti caratteri di massa e di radicalità nella critica al liberismo e di capacità di proposta, come, da ultima, Attac Italia; alla ripresa e all'articolazione delle manifestazioni dei gay e delle lesbiche dopo lo già straordinario successo del World Gay Pride di Roma dello scorso anno tenutosi in tutt'altro quadro politico.
Siamo quindi di fronte a grandi novità sia su terreni di movimenti veri e propri, sia su quello della rappresentazione di istanze, di modi di vita, di ricerca di libertà, di costruzione di comunità. In questo senso persino l'intensa e diffusa partecipazione popolare ai festeggiamenti per la vittoria dello scudetto della Roma, di proporzioni e significati anche qualitativamente nuovi, non può non interrogare la politica e metterne ancora più a nudo la sua crisi e la sua perdita di presa sull'immaginario collettivo.
Di tutti questi nuovi e rilevanti fenomeni sociali - ognuno dei quali meriterebbe appunto un esame ben più approfondito e critico - non è apparsa traccia nel dibattito della vostra direzione. Ed è qui che il rischio di incomunicabilità comincia a diventare reale.

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Questa è la ragione di fondo, almeno così credo, per cui la conclusione di quella discussione si iscrive in un'ipotesi puramente continuista. In questo modo la politica sembra correre sui suoi binari, del tutto indifferente sia alla sua crisi che ai nuovi fenomeni nella società. La relazione di Massimo D'Alema, l'intervento di Piero Fassino, i discorsi dei dirigenti diessini alle Camere nel dibattito sulla fiducia al governo Berlusconi, chiariscono quali sono i caratteri salienti di questa continuità. Questi derivano principalmente dall'assunzione piena e acritica della modernizzazione come fenomeno oggettivo, prescindendo totalmente da un'analisi e da un giudizio sulla sua natura intrinseca, quindi sul suo carattere specifico, essenziale e istintivo di essere una modernizzazione capitalistica contraddistinta dalla massima globalizzazione del capitale e dalla conseguente ristrutturazione della organizzazione produttiva e sociale.
L'insieme di questi elementi mi porta a definire l'attuale fase che attraversiamo con un ossimoro: rivoluzione restauratrice del capitale. Non pretendo di affermare l'assoluta giustezza di questa analisi, ma di offrirla certamente come un elemento di confronto tra noi. L'atteggiamento contrario - quello appunto che emerge dal dibattito della direzione Ds e dai discorsi sulla fiducia - porta invece a concepire la stessa opposizione al governo Berlusconi semplicemente come una competizione con le destre nella rappresentazione di una modernizzazione così falsamente oggettivata; competizione che prima era condotta stando al governo, con l'amaro bilancio che abbiamo verificato, e ora viene riproposta dall'opposizione, con risultati ormai prevedibili.
Non si tratta solo di un vecchio modo di pensare moderato presente nella sinistra, quello, per citare esempi su terreni diversi, che aveva generato elementi polemici nei confronti dei movimenti perché considerati socialmente spuri e politicamente ambigui; che aveva accettato il punto di vista delle imprese in nome della ottimizzazione delle risorse; o che considerava la crescita del Pil come misura dello sviluppo e il rigore di bilancio come metro del buon governo. Qui siamo però di fronte a un salto di qualità in negativo. Vengono infatti portati a compimento e a sistema tutte quelle culture che, anche all'interno del movimento operaio, dal dopoguerra in poi avevano tentato di definire una politica fuori dal conflitto sociale. Ma questa volta si va ben oltre questa sintesi. Per spiegarmi faccio un semplice esempio. Non vi è dubbio che la proposta, avanzata già negli anni Settanta, di un patto tra i produttori rivelava il suo impianto collaborativo, poiché spingeva la sinistra ad assumere il terreno dell'intesa. Ma questa sarebbe dovuta avvenire in base al fatto che la sinistra comunque esprimeva la rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro. Ora invece siamo di fronte ad un rovesciamento nella rappresentanza e la ricerca di alleanze muove dall'assunzione dell'impresa come forza motrice ed egemonica dello sviluppo.

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Se questo processo si consolidasse, se drammaticamente diventasse stabile, non solo si verificherebbe una impossibilità di alleanze e convergenze tra le sinistre, ma provocherebbe un divorzio definitivo tra la sinistra liberale - diventata tale non solo sul terreno della cultura ma anche su quello del pensiero economico - e tutti i movimenti che si manifestano nella società. Per queste ragioni è davvero preoccupante che la direzione dei Ds non sia riuscita ad assumere una posizione sullo sciopero della Fiom o che nei discorsi di molti dirigenti diessini coloro che manifesteranno a Genova vengano considerati estranei alla politica, al massimo oggetto di qualche protezione e di compassione, quasi come una riedizione della categoria del Lumpen Proletariat. E come se degli uni non si potesse dire e degli altri non si volesse dire.
Ed è preoccupante che questo atteggiamento non sia stato contrastato e rimesso in discussione; malgrado che il dibattito nella direzione diesse abbia anche conosciuto toni aspri, ma proprio perché questi si sono manifestati sul terreno incomunicabile della politica politicienne, questo modo di pensare si è ancora più diffuso.
Al contrario questo impianto va radicalmente messo in discussione. E' una condizione indispensabile sia per far ripartire il dialogo tra le sinistre, sia per sviluppare il dibattito interno al vostro partito, sia per riprendere un confronto con i movimenti.

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Non lo fa neppure Sergio Cofferati. Anzi qui siamo di fronte ad un paradosso clamoroso: la linea della maggioranza della Cgil si fa strada nel dibattito interno ai Ds, scuotendolo, ma lo fa su un terreno squisitamente politico-istituzionale - come le critiche alla commissione bicamerale, alle scelte di dare vita al governo D'Alema, all'atteggiamento della segreteria D'Alema nei confronti del sindacato - senza dunque investire la sfera sociale. L'uomo che avanza queste critiche lo fa da una posizione di rappresentanza del mondo del lavoro, ma non investe il terreno e le questioni strutturali, elude così il tema del conflitto e dei movimenti. Vi sono almeno due ragioni che spiegano questo paradosso. La prima è di carattere più congiunturale e consiste nel fatto che un diverso atteggiamento avrebbe comportato la rimessa in discussione della linea e del ruolo della Cgil. Invece Cofferati, anche di fronte ai provvedimenti per i primi cento giorni del governo Berlusconi, ribadisce la necessità di una “autentica” concertazione, malgrado questa sia stata incapace di difendere gli interessi dei lavoratori.
La seconda ragione è più di fondo e risiede in uno smarrimento di un punto di vista critico ed antagonista rispetto agli assetti economici e sociali, che porta con sé uno smottamento dell'idea di autonomia dei lavoratori e della priorità della difesa dei loro interessi su ogni terreno.
Questa posizione oltre ad essere inefficace nella lotta per la ridefinizione della sinistra, anche di quella interna ai diesse, vizia gravemente il dibattito precongressuale della Cgil perché la induce a scegliere fra due ipotesi - quali quelle che si delineano nell'ambito della sua maggioranza - prive entrambe della capacità di fare un serio bilancio delle politiche e delle pratiche fin qui condotte. Questo impedisce da un lato di fare i conti con la propria storia: come è possibile infatti non domandarsi di fronte allo sciopero proclamato dalla Fiom e all'incombere di un accordo separato, se la piattaforma rivendicativa del sindacato nel suo insieme sia realmente adeguata a questo scontro e se non c'è bisogno invece di una radicale revisione della linea sindacale, come infatti chiede la sinistra interna alla Cgil? Dall'altro lato elude la domanda che invece coraggiosamente si è posta il sindacato americano: quale rapporto stabilire tra il movimento operaio e il popolo di Seattle?

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Se si prosegue su questa strada non vi è solo l'aggravarsi della crisi della politica, delle politiche delle sinistre e della incomunicabilità tra di loro, ma vi è il rischio che tutti i movimenti che stanno crescendo vengano sospinti definitivamente o quanto meno per un lungo periodo fuori dalla politica e che dunque venga compromessa o rifiutata la loro capacità di incidenza sulle istituzioni e sulle scelte dei governi.
Noi di Rifondazione comunista che attraversiamo, come voi, questa crisi della politica, cerchiamo e cercheremo - una volta vinta la battaglia per la nostra sopravvivenza che da più d'uno era minacciata e messa in forse - di invertire questa rotta. Ma, lo sappiamo, da soli non bastiamo. C'è bisogno di una più larga e solida sinistra di alternativa. C'è bisogno non solo di un dialogo con la sinistra moderata ma che si facciano passi concreti in direzione della sinistra plurale.
Come fare allora? Vi proponiamo di cominciare a spezzare l'incomunicabilità che sta scendendo tra noi su due terreni contemporaneamente.
Quello della costruzione dell'opposizione al governo Berlusconi, determinando assieme proposte parlamentari e iniziative di lotta, a partire da terreni semplici ma decisivi per riannodare i rapporti con movimenti e referenti sociali, quali quello dell'aumento delle pensioni minime e delle retribuzioni, ad esempio con la ricostruzione di un adeguamento automatico dei salari, e dell'assunzione degli obiettivi più immediati posti dal movimento antiglobalizzazione.
Quello dell'analisi e della ricerca, ponendoci finalmente, e dopo molti anni, di nuovo il compito di ripensare le modificazioni intervenute nella società italiana e la nuova condizione delle classi sociali.
Su queste questioni, come vedete di iniziative immediate e di riflessione politica di più ampio respiro, è possibile riaffermare i rapporti tra la politica e i movimenti vecchi e nuovi e contemporaneamente ricostruire le ragioni della sinistra.

Fausto Bertinotti
Roma, 30 giugno 2001