Un ordigno esplode alle 4:50 presso il Viminale a Roma
uno dei palazzi meglio vigilati...

Bomba sotto copertura

Bomba al Viminale, il ministero che è sinonimo di sicurezza, ed è uno dei palazzi del potere più vigilati. Come in via Brunetti il 10 aprile, poco prima delle elezioni, l'attentato è stato compiuto a notte fonda quando le strade sono deserte, con una modesta quantità di esplosivo: non si voleva il morto, ma un boom dimostrativo per creare un picco di pressione psicologica sull'opinione pubblica in un momento di alta febbre politica. In via Brunetti la bomba esplose a un centinaio di metri dal gruppo Lazio dei carabinieri; la scorsa notte il botto è avvenuto, in via Palermo, sotto il muraglione del lato nord del Viminale, un luogo vigilato dall'alto con telecamere. Anche questa volta i danni sono stati limitati: sono state scheggiate le coperture di travertino del muraglione, e per effetto del rimbalzo dell'onda d'urto sull'altro lato della strada, sono andati in frantumi vetri di automobili e sono stati divelti gli arredi esterni di alcuni negozi.

L'attentatore non può essere uno sprovveduto, forse uno di casa

Chi fa attentati di questo genere deve saperla lunga sui servizi di vigilanza disposti a tutela dei santuari della sicurezza. Non è comprensibile che per fare un attentato dimostrativo si affronti il rischio il rischio di essere falciato dalla raffica di un carabiniere o di un poliziotto. Dobbiamo supporre che in entrambi i casi chi ha compiuto l'attentato avesse ottime ragioni per pensare di farla franca.

Da quel che si sa finora sull'attentato al Viminale, l'esplosivo è stato collocato dove era parcheggiato, sembra da qualche giorno, un motorino, ed è stato fatto deflagrare con una miccia. Un comportamento manuale, quasi senza precauzioni. In via Brunetti era stata usato un marchingegno elettronico azionato con lo squillo di un cellulare per far esplodere l'ordigno permettendo agli attentatori almeno di restare a una certa distanza. Nell'attentato contro il ministero dell'Interno le cautele non sono state ritenute necessarie dagli attentatori, nonostante le telecamere e i poliziotti che fanno la guardia giorno e notte con gli occhi bene aperti. C'è poi da mettere in conto che il Viminale non è isolato. Lungo via Palermo e le altre vie laterali ci sono edifici in cui negli ultimi anni si sono trasferiti servizi e uffici di sicurezza. A 150 metri, al di là di via Nazionale, c 'è addirittura la questura.

Chi si può permettere di circolare in questa zona alle quattro del mattino con una bomba in mano? Certamente qualcuno che è di casa, nel senso che conosce molto bene i luoghi, gli accessi e le vie di fuga e che non teme di essere riconosciuto dalle telecamere. Uno degli abitanti di via Palermo svegliati dal boom ha detto di aver visto delle persone allontanarsi a piedi dal luogo dell'esplosione. Alcuni poliziotti del servizio di vigilanza hanno detto di aver visto circolare due motorini nella zona poco prima del botto. Non sappiamo quali immagini siano state filmate dalla telecamera.

Il terrorismo mediatico

A parte la modesta entità dei danni, colpire il Viminale con tanta sicurezza e rozzezza, significa dare un ulteriore e considerevole crescita al terrorismo mediatico. Dopo Genova, presa di mira durante il G8 con apocalittici allarmi terroristici, a cui ha fatto da sponda la bomba al tribunale di Venezia per cui è indagato un estremista di destra, il bersaglio si è spostato a Roma. C'è stata negli ultimi mesi una successione di allarmi disastrosi: la minaccia della bomba atomica sporca, un piano per bombardare il Vaticano, un piano per gassare la metropolitana, e, in ultimo, un piano per avvelenare le condotte idriche col cianuro e far morire insieme con qualche migliaio di romani alcune decine di funzionari dell'ambasciata Usa (in realtà il cianuro era innocuo ferrocianuro ed il piano è stato giudicato improbabile anche dai tecnici antisabotaggio dell'Fbi che si sono scomodati a venire a Roma). Ed ecco arrivare, come se a tutto questo servisse una sponda, l'attentato al Viminale. Proprio al momento giusto. Dopo che il servizio pubblico della Rai è stato cancellato da una vergognosa spartizione; dopo che il ministro della Giustizia dice che la mobilitazione di migliaia di cittadini a difesa del principio che nessuno è al di sopra della legge preannuncia nuovi anni di piombo; mentre al parlamento la maggioranza blinda una legge beffa sul conflitto d'interessi. In un paese dove l'onda dei movimenti di Porto Alegre e l'onda degli operai in sciopero contro la libertà di licenziamento già scorrono verso l'accesso a un unico flusso.

La prima volta del Viminale

Il terrorismo si riaffaccia in modo strumentale con la credenziale mediatica di aver colpito il Viminale, obiettivo mai raggiunto da quando il plumbeo palazzo neoclassico creato dall' architetto umbertino Manfredo Manfredi, ospita il ministero dell'Interno(1921). Il Viminale è bersaglio storicamente mitizzato dai movimenti di destra. Negli anni Settanta per due volte le trame dell'estrema destra cercarono un varco nel palazzo: non ci riuscì un gruppo di golpisti che militava all'interno del Fronte nazionale e che aveva progettato di fare irruzione nel palazzo, entrando da un cancello che si trova a tre metri dal luogo dove la scorsa notte è esplosa la bomba; ottenne, invece, verso la fine del decennio, un parziale successo un altro gruppetto di estrema destra legato alla criminalità organizzata che, con la complicità di un usciere, si costituì un deposito di armi nei sotterranei del palazzo.

Annibale Paloscia
Roma, 27 febbraio 2002
da "Liberazione"