Il disegno di legge del secessionista Bossi porta alle estreme conseguenze la controriforma costituzionale sul federalismo del "centro-sinistra"

LA DEVOLUTION SPACCA L'ITALIA

Le regioni del Sud ne pagheranno maggiormente le spese
BOSSI: "DOPO CI SARA' IL PRESIDENZIALISMO"

Dal 26 novembre è in discussione al Senato, in prima lettura, il disegno di legge costituzionale sulla cosiddetta devoluzione che porta la firma del ministro per le Riforme istituzionali Bossi. Il ddl del ministro leghista si propone di delegare alle Regioni la piena podestà legislativa su tre materie, sanità, scuola e pubblica sicurezza, attraverso un'ulteriore modifica al titolo V della Costituzione, già completamente riscritto dal "centro-sinistra" con la controriforma federalista varata nel marzo 2001 e confermata dal referendum dell'ottobre 2001.

L'obiettivo della "Casa del fascio" è di arrivare a tutti i costi all'approvazione del ddl Bossi entro il 9 dicembre, prima della discussione della Finanziaria, stroncando ogni tentativo di ostruzionismo dell'"opposizione". La priorità assoluta al provvedimento è stata stabilita da un preciso accordo tra il neoduce e il ministro secessionista, che ritiene arrivato il momento di incassare la cambiale firmata da Berlusconi, sancita nel patto elettorale di ferro firmato dai due banditi neofascisti con la mediazione di Tremonti e recepita nel programma di governo del "centro-destra". Anche perché la sua approvazione è preliminare alla successiva controriforma presidenzialista della Costituzione, a cui il neoduce tiene più di ogni altra cosa, e che Bossi ha promesso di appoggiare.

Questa linea oltranzista, con la minaccia esplicita del ricorso al voto di fiducia, è stata annunciata dallo stesso Berlusconi in una conferenza stampa a Parigi, dopo che Bossi aveva minacciato l'uscita della Lega dal governo, con la sua conseguente caduta, se la maggioranza non lo avesse seguito compatta in parlamento. Una dichiarazione che ha fortemente rassicurato Bossi sulla volontà del neoduce di tenere fede al patto banditesco di scambio federalismo-presidenzialismo, anche in considerazione di alcuni malumori emersi nella stessa maggioranza, tra le file di AN e degli ex democristiani dell'UDC, sull'impronta secessionista del ddl Bossi.

Si va dunque profilando, sulla base di questa intesa tra i due boss, una rapida approvazione del provvedimento, anche grazie all'imposizione di un rigido calendario dei lavori, applicato con solerzia dal fedele presidente del Senato Pera, che probabilmente riuscirà ad averla vinta sull'ostruzionismo dell'"opposizione" anche senza ricorrere al voto di fiducia. Oltre all'arma dell'ostruzionismo parlamentare l'Ulivo era ricorso anche ad un appello a Ciampi affinché intervenisse in qualche modo in difesa dell'unità nazionale minacciata dal ddl sulla devoluzione, ma il capo dello Stato ha fatto come al solito orecchio da mercante, limitandosi a qualche generico appello sul "regionalismo solidale" e ad esortare i due poli alla "concordia" da raggiungere attraverso un "confronto dialettico". Alla "sinistra" parlamentare non è rimasto quindi altro che minacciare il ricorso a un referendum popolare se il progetto di Bossi andrà in porto così come è stato formulato.

CHI HA SPIANATO LA STRADA A BOSSI

Ma a ben guardare queste sembrano le classiche grida di allarme di chi corre a chiudere le stalle dopo che i buoi sono già scappati. In realtà il ddl costituzionale sulla devoluzione del secessionista Bossi non fa altro che innestarsi sul corpo della controriforma federalista varata proprio da quel "centro-sinistra" che ora strilla sui "pericoli per l'unità nazionale". Cioè non nasce in contrapposizione ad esso, né lo nega o lo stravolge in tutto o in parte, ma semplicemente lo sfrutta in toto aggiungendo semplicemente queste poche righe tra il quarto e quinto comma del nuovo articolo 117, quello che già ha sottratto allo Stato una grossa parte delle competenze per devolverle alle Regioni: "Le Regioni attivano la competenza legislativa esclusiva per le seguenti materie:

  1. assistenza e organizzazione sanitaria;
  2. organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione;
  3. definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione;
  4. polizia locale".

Come sia possibile che queste poche righe siano determinanti nel rendere pericolosa e inaccettabile una "riforma della Costituzione" altrimenti rivendicata come giusta, indispensabile, moderna, innovativa e sacrosanta, i partiti del "centro-sinistra" si guardano bene dallo spiegarlo, e infatti sono costretti ad arrampicarsi sugli specchi per marcare in qualche modo le "differenze abissali" che esisterebbero tra la loro controriforma federalista e quella reinterpretata da Bossi. Come fa per esempio il Bossi del Sud, Antonio Bassolino, che in un'intervista a "la Repubblica" del 24 novembre, sostiene con grande faccia tosta che "il federalismo unisce, la devolution divide". Per il governatore della Campania, che addirittura riconosce a Bossi "il merito storico di aver introdotto il tema del federalismo", il federalismo "serve ad unire di più, a rafforzare la Repubblica", mentre la proposta di Bossi "non è un federalismo più spinto, più estremista. E' l'opposto. La devolution divide, separa, spacca. Va nella direzione contraria del federalismo solidale e unitario". Trovi il lettore una logica in questo discorso, se gli riesce!

Che sia stato proprio il "centro-sinistra" ad aprire la strada al secessionista, neofascista e razzista Bossi, andando incontro alle sue pretese per rabbonirlo e magari anche per tirarlo dalla propria parte, è un fatto assodato. Non per nulla la "sinistra" borghese gli riconosce il "merito" di aver introdotto il tema del federalismo. Non fu proprio la Bicamerale golpista, presieduta dal rinnegato D'Alema e con la partecipazione attiva dei falsi comunisti Bertinotti e Cossutta, a varare nel 1997 la controriforma neofascista, presidenzialista e federalista della Costituzione? E non furono forse i governi di "centro-sinistra" di Prodi, D'Alema e Amato che attuarono concretamente quella controriforma proprio per la parte riguardante il federalismo (quella su cui c'era già l'accordo sostanziale col Polo), attraverso la "riforma" Bassanini sul federalismo amministrativo del 1998, l'introduzione del presidenzialismo regionale e il feralismo fiscale nel 1999, e infine la controriforma del titolo V della Costituzione e il referendum confermativo del 2001? Passaggi che il PMLI ha puntualmente denunciato, così come aveva denunciato e smascherato fin dal suo primo apparire il federalismo della Lega neofascista, razzista e secessionista di Bossi.

FEDERALISMO E PRESIDENZIALISMO

Con questi scheletri nell'armadio la "sinistra" del regime neofascista non ha certo le carte in regola per ergersi a paladina dell'unità nazionale minacciata dai secessionisti. Non per nulla il caporione fascista Fini, in una lettera inviata ai parlamentari di AN per esortarli a sostenere il ddl sulla devolution, li rassicura con queste argomentazioni: "Il progetto della devoluzione nasce nel 2000, prima dunque dell'approvazione del nuovo titolo V da parte dell'Ulivo. Per quell'epoca esso rappresentava un buon compromesso per poter costruire l'alleanza con la Lega, un testo certamente molto meno 'federalista' rispetto al testo approvato in bicamerale e anche rispetto al testo che l'Ulivo si apprestava a trasformare in legge costituzionale".

Il fatto è che l'intero parlamento nero ha ormai da tempo gettato alle ortiche lo Stato unitario e abbracciato il federalismo. Destra e "sinistra" del regime neofascista differiscono ormai solo per le dosi e i tempi con cui si propongono di iniettare il federalismo nel corpo dello Stato unitario per arrivare alla sua disgregazione e sostituzione con lo Stato federale: più massicce e più rapide, la destra neofascista e leghista; più "misurate" e graduali, la "sinistra" borghese. Non a caso la posizione dell'Ulivo è che la maggioranza ritiri il ddl Bossi per aprire subito dopo un "tavolo" di trattativa per ridiscutere insieme la controriforma della Costituzione già varata nel 2001 e accentuarne il carattere federalista.

In entrambi i casi, cioè sia che sfondi la devoluzione bossiana, sia che prevalga una sua versione più "soft" col concorso dell'Ulivo, essa accelererà la disgregazione dello Stato e la spaccatura dell'Italia tra Nord e Sud a danno di quest'ultimo, perché ogni regione-Stato penserà a se stessa e ne faranno le spese le più deboli e povere, specie quelle del martoriato Meridione. Tutto sarà subordinato al mercato e agli interessi economici delle borghesie regionali. Regnerà la legge della giungla all'interno di ciascuna regione e tra una regione e l'altra.

Non per nulla Bossi, nel suo arrogante e becero intervento in Senato, ha così tracciato il disegno secessionista, ispirato dalla borghesia reazionaria del Nord e dalla P2, che porta avanti da anni e che oggi si appoggia sul grimaldello della devoluzione: "Chi la dura la vince, dice un vecchio detto popolare. E infatti negli ultimi anni il processo politico si è incamminato verso il federalismo, con i lavori della Bicamerale sfociata poi nella modifica del titolo V della Costituzione. E adesso al titolo V si aggiunge la Devoluzione di alcune fondamentali materie tra cui la sanità che rappresenta, da sola, l'80% del bilancio delle Regioni e che, per tale motivo, obbligherà il governo e il Parlamento ad attivare accanto al federalismo costituzionale quello fiscale". Cioè - intende dire quel bandito politico - ad aprire la strada alla separazione economica e fiscale delle regioni del Nord dal resto d'Italia, come primo passo verso la secessione politica vera e propria.

Oltre a questo già gravissimo scenario, non va dimenticato che il federalismo è complementare e funzionale al presidenzialismo, e infatti Bossi lo ha dichiarato espressamente, sottolineando che "dopo lo spostamento al territorio delle competenze previste dalla Devoluzione, lo stimolo riformatore del Governo punterà sulle istituzioni centrali dello Stato, per ottenere una nuova Corte Costituzionale, il Senato federale, il presidenzialismo". Il che dimostra che non è vero, come sostiene scioccamente l'Ulivo, che il governo è "ricattato" da Bossi, ma piuttosto che Bossi e Berlusconi perseguono un unico disegno federalista e presidenzialista in cui le fregole secessioniste dell'uno vanno perfettamente a braccetto con le ambizioni presidenziali dell'altro.

Partito marxista-leninista italiano
Firenze, 5 dicembre 2002
da "Il Bolscevico"