Editoriale ed inchiesta di "The Economist" su Berlusconi
ADATTO A GOVERNARE L'ITALIA?
Premessa della redazione di Brianza Popolare
Riportiamo integralmente l'articolo del The Economist del 26 aprile 2001 perchè è di indubbio interesse e contiene una sintesi efficace della collocazione politica, economica e giudiziaria di Berlusconi leader del Polo delle Libertà e contemporaneamente leader di un vero impero finanziario.
Non siamo invece d'accordo sui giudizi politici inerenti la situazione italiana e sulle proposte di cambiamento totale della Costituzione. Ma è nota l'impostazione non certo di sinistra del The Economist.

Editoriale

I fatti noti che riguardano Silvio Berlusconi, a parte le domande senza risposta, lo escludono dal governo del paese, anche se i suoi concittadini sembrano sul punto di eleggerlo primo ministro.

In ogni democrazia che si rispetti, sarebbe impensabile che l'uomo sul punto di essere eletto primo ministro sia stato di recente sotto inchiesta - tra le altre cose - per riciclaggio di denaro sporco, complicità in omicidio, legami con la mafia, evasione fiscale, corruzione di politici, giudici e Guardia di Finanza.

Ma il paese è l'Italia e l'uomo è Silvio Berlusconi, quasi certamente il cittadino più ricco del paese.

Come risulta dalle nostre indagini il signor Berlusconi non è qualificato per guidare il Governo di qualsiasi paese, meno che mai di una delle più ricche democrazie del mondo.

Molti dei sostenitori di Berlusconi, che comprendono la maggior parte degli uomini d'affari italiani, respingono tali critiche come fatto di ingenuità, ignoranza e malevolenza.

Molti dei suoi concittadini hanno una ammirazione abbastanza palese del modo in cui si è beffato delle norme fiscali, e dell'autorità dello Stato. Se è un uomo così capace per i propri interessi, sicuramente è ben qualificato a fare gli interessi generali degli italiani.

Plausibile ma sbagliato

Purtroppo, non c'è uno di questi argomenti che sia valido. Le domande e le preoccupazioni su Berlusconi sono espresse non solo dai suoi oppositori di sinistra.

L'idea che è stato lui la principale vittima di disonesti ispettori fiscali e di malevoli giudici è fantasiosa.

Quelli che lo difendono non parlano mai delle perdite dello Stato - in altre parole, del popolo italiano, che risulterebbero dal mancato pagamento delle tasse grazie alla corruzione degli ispettori fiscali.

Inoltre Berlusconi è sotto inchiesta per delitti che non sono affatto dei peccatucci nei riguardi della burocrazia e di esattori fiscali pignoli.

E' vero che da quel contorto sistema giudiziario italiano, solo un definitivo verdetto è stato formulato contro di lui. Questo caso comportava illegali regali politici, e il tribunale non lo ha trovato innocente.

Ma le nostre indagini rivelano che si trova alle strette per una serie di gravi accuse.

Inoltre la sua strana riluttanza a spiegare le origini delle sue prime fonti di ricchezza getta un discredito sulla sua complessiva reputazione finanziaria.

In ogni caso in qualunque normale paese, gli elettori - e forse il diritto - non avrebbero concesso a Berlusconi di presentarsi alle elezioni senza prima obbligarlo a spogliarsi di molti dei suoi beni e delle sue vaste attività imprenditoriali.

Il conflitto di interessi tra i suoi affari e gli quelli di stato sarebbe gigantesco. Berlusconi è forse un uomo dal valore forse di 28.000 miliardi di lire, i suoi interessi comprendono vaste aree delle finanze, del commercio, e della televisione italiana, con ramificazioni in quasi tutti i campi degli affari e della vita pubblica. Il suo impero comprende banche, assicurazioni, proprietà immobiliari, editoria, pubblicità, media, e calcio. Anche durante il suo breve e infelice periodo come Primo Ministro nel 94, Berlusconi ha varato una serie di decreti che riguardavano pesantemente le sue attività commerciali. Se vince di nuovo il 13 Maggio controllerà circa il 90% delle trasmissioni televisive italiane. Non ha fatto il minimo sforzo per risolvere questo grave conflitto di interessi.

Perché l'Italia si preoccupa così poco?

Ci sono ragioni storiche che spiegano perché tanti italiani non si sentono toccati dall'importanza di tenere Berlusconi lontano dalle massime cariche governative.

E' una triste verità che per tanti anni gli italiani non hanno avuto motivi validi per rispettare le istituzioni e le norme statali.

Fino a 10 anni fa, l'Italia era governata con un accordo corrotto in base al quale, sotto la guida democristiana, tutti i cosiddetti rispettabili partiti italiani governavano in coalizione per tenere i comunisti e i fascisti lontani dal potere.

Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, i centristi e gli ex comunisti riempirono il vuoto che si era aperto a sinistra mentre il movimento di Berlusconi s'impadronì del vuoto che si era creato a destra. La campagna di mani pulite contro la corruzione dopo il 1992 fu accolta con entusiasmo dal popolo e, tutto sommato, si instaurò un sentimento di maggiore onestà.

Ma sopravvive il vecchio atteggiamento dello scarso rispetto per le leggi, le istituzioni e la magistratura. E Berlusconi, col suo genio di amabile imbonitore, ha persuaso molti italiani che lui rappresenta almeno qualcosa di nuovo. Per quanto riguarda l'onestà, possiamo dimostrare che non è per niente vero.

Non si può negare, tuttavia, che Berlusconi offra delle idee amministrative di buon senso e che l'Italia abbia bisogno di riforme.

Ma tutto ciò è di minore importanza rispetto al pericolo di sospetta criminalità alla testa della nazione.

Berlusconi sostiene che molte delle accuse contro di lui - sia di conflitto d'interesse sia di altri reati ben più gravi - sono note da anni e tuttavia molti italiani non sembrano affatto turbati. In altre parole, anche se i giudici possono non essere d'accordo, il tribunale dell'opinione pubblica lo trova innocente.
Se la magistratura è davvero politicamente motivata, ciò è una terribile condanna dello Stato Italiano.
Se, dall'altra parte, la magistratura è indipendente, il fatto che il pubblico assolva Berlusconi è una terribile condanna degli elettori.
In entrambi i casi, l'elezione di Berlusconi come Primo Ministro sarebbe un evento buio per la democrazia italiana e per la supremazia del diritto.


Inchiesta

E' previsto che, con le elezioni del mese prossimo, Silvio Berlusconi, diventi di nuovo primo ministro. E tuttavia egli è ancora coinvolto in una serie di battaglie legali.

Le sue società hanno usato denaro proveniente da fonti non rintracciabili e deve affrontare accuse che lo vogliono collegato alla mafia.

Il 20 aprile, in una disadorna aula giudiziaria milanese, tre giudici si sono incontrati per ascoltare le testimonianze di un importante processo. Il procedimento trattava di un caso di presunta corruzione di giudici. Sulla porta, c'era, scritta a mano, la lista degli accusati. In cima c'era il nome di Silvio Berlusconi.

Il caso illustra in modo evidente come Berlusconi non si sia lasciato alle spalle i suoi problemi legali.

Poco prima che diventasse primo ministro, nel maggio del 1994, il suo impero finanziario, FININVEST, fu oggetto delle indagini di Mani Pulite. Quest'operazione, inaugurata dai magistrati di Milano nel 1992, aveva messo a nudo una profonda corruzione nella politica, nella burocrazia e nel mondo degli affari italiani.

Quando Berlusconi fondò il suo partito politico - Forza Italia - si sapeva poco di come egli gestisse i propri affari.

Si presentava agli italiani come un uomo che si era fatto da sé, che aveva costruito un potente impero televisivo infrangendo il monopolio del sistema di trasmissione statale, la RAI. Affermava di rappresentare una rottura con il passato corrotto dell'Italia.

A partire dal 1994, i magistrati hanno indagato su molte presunte accuse contro Berlusconi, compresi riciclaggio di denaro sporco, collusione con la Mafia, evasione fiscale, concorso in omicidio, corruzione di politici, giudici e guardie di finanza.

Berlusconi vigorosamente respinge tutte le accuse, sostiene che giudici di sinistra dominano la magistratura e che le indagini di Mani Pulite erano politicamente motivate.

Non c'è da sorprendersi che i suoi più intimi accoliti ribadiscano le sue affermazioni. "Berlusconi è perseguitato fin dal 1993; c'è qualcosa di marcio nel sistema giudiziario", dice Fedele Confalonieri, un suo vecchio amico, e presidente di Mediaset.

Nel 1996, un alto magistrato inglese, Simon Brown, aveva un'opinione alquanto diversa.

Il caso riguardava un fallito tentativo di Berlusconi di impedire che magistrati italiani si impossessassero di documenti sequestrati dall'Ufficio Frodi Inglese. I magistrati avevano bisogno di alcuni di questi documenti come prova di un caso di finanziamento politico illegale, mentre Berlusconi sosteneva che il presunto reato fosse di natura politica. Il Giudice Brown sostenne che si trattava di uso improprio di parole: descrivere la campagna dei giudici come motivata da "fini politici", ovvero descrivere Berlusconi come perseguitato politico... i magistrati si mostrano equanimi nel trattare allo stesso modo i politici di tutte le parti. E', indubbiamente ironico il fatto che alcuni di coloro che chiedono di resistere lo facciano asserendo un'offesa di natura politica che mal si concilia con il fatto che in quel momento fosse lo stesso Berlusconi al governo... semplicemente mi è difficile considerare "prigionieri politici" dei finanziatori politici corrotti.

Ma Berlusconi ha una seconda linea di difesa: "l'Italia non è un paese normale. Anche un caso anomalo come Berlusconi va compreso nel contesto del paese. Non ha fatto niente di più grave di un qualsiasi uomo d'affari italiano" - afferma Confalonieri. Certo molte persone, e non solo a destra, fanno eco a questa difesa. Berlusconi, dicono, ha fatto solo quello che tutti gli uomini d'affari dovevano fare per andare avanti: pagare tutti quelli, politici e giudici inclusi, che potevano aiutare. Il problema di Berlusconi, dicono, è semplicemente di essere stato più intelligente e di divenire più ricco dei suoi rivali. Inoltre, aggiungono, che cosa facevano i magistrati prima di Mani Pulite, quando erano visibilmente inerti nel perseguire le persone importanti? Altri sono in disaccordo. "E' andato aldilà di qualsiasi modo accettabile di fare affari in Italia", commenta un importante banchiere italiano.

La macchina della giustizia

Tre cose sono importanti se vogliamo pienamente comprendere i nodi legali di Berlusconi.

Berlusconi, fino ad oggi, non ha mai avuto condanne definitive, ma soltanto tre dei nove procedimenti penali contro di lui sono arrivati alla corte d'appello. Nel solo caso in cui si conosce il verdetto, relativamente a donazioni politiche illegittime, la corte non lo ha considerato innocente. Ha semplicemente confermato la sentenza del giudice di primo grado che, a causa del tempo trascorso dalla commissione del reato, aveva applicato delle prescrizioni che, ai sensi del codice penale italiano, estinguono la pena.

Tutti i problemi legali di Berlusconi sono legati alla sua carriera nel mondo degli affari, cominciata negli anni 60.

Quando entrò in politica, rinunciò alla conduzione di tutte le sue società Fininvest; tranne che alla squadra del Milan. Comunque, egli resta l'azionista di controllo, e uno o entrambi i suoi figli adulti fanno parte dei consigli di amministrazione di ognuna delle principali società del suo impero.

La struttura di quell'impero anche oggi non è trasparente e, nel passato, è stata ancora più confusa. Ventidue delle holding possedute dalla famiglia Berlusconi controllano circa il 96% della Fininvest.

Il principale attivo di Fininvest è di gran lunga un pacchetto azionario di Mediaset: il cui valore è di 13.100 miliardi lire (6 miliardi di dollari). La TV è soltanto una parte dell'impero mediatico di Berlusconi.

La scia dei soldi

Milano 2

L'imprenditore Silvio Berlusconi si è svezzato nel settore immobiliare: a Milano e dintorni.

Alla fine dei anni '60, ebbe l'idea di sviluppare Milano 2, una città giardino con 3.500 appartamenti. Fu costruita nei dintorni orientali di Milano sotto la rotta dei velivoli che decollavano dal vicino aeroporto di Linate.
Il quartiere divenne ancora più apprezzato dopo che i velivoli furono misteriosamente dirottati su altre zone residenziali.
Ma non fu l'unico mistero.
Aziende svizzere, con assetti proprietari impenetrabili, hanno iniettato 4.1 miliardi di lire (equivalenti a 33.5 miliardi di lire di oggi) nel capitale delle aziende italiane responsabili di Milano 2.

Quindi, sulla carta, il progetto non apparteneva a Berlusconi, ma a terzi anonimi.

Funzionari alla Banca d'Italia sospettavano, tuttavia, che dietro alle compagnie svizzere ci fosse lo stesso Berlusconi. All'epoca detenere capitale all'estero senza divulgarlo alle autorità era reato.

Una squadra dalla Guardia di Finanza, sotto la direzione di Massimo Berruti, indagò nel 1979 ma concluse, nonostante prove che dimostravano come Berlusconi avesse garantito personalmente prestiti bancari per le aziende italiane, che lui non era il beneficiario finale delle aziende svizzere. Il rapporto ufficiale fu firmato dal capo di Berruti. Anche lui membro, come Berlusconi, dell'associazione massonica P2.

Immediatamente dopo la conclusione dell'indagine, Berruti ha lasciato la Guardia di Finanza e ha iniziato a lavorare come avvocato per Berlusconi.
Oggi è parlamentare di Forza Italia.

Canale 5

Milano 2 fu l'origine dell'impero televisivo del Sig. Berlusconi, che, nel 1978, lanciò una rete locale di televisione via cavo, Telemilano. Questo progetto si ingrandì: e di molto. L'ambizione di Berlusconi era sfidare il monopolio RAI sulle pubblicità sulle reti televisive nazionali, per le quali esisteva una enorme domanda inespressa. Telemilano divenne Canale 5 nel 1980. C'era solo un ostacolo: la legge prevedeva che la sola Rai potesse operare su tutto il territorio nazionale. Anche se le TV private erano largamente non regolate, una decisione giudiziaria del 1980 aveva permesso alle reti televisive private di operare solo su base locale. Ma Berlusconi non tardò a trovare il modo di aggirare la decisione della corte. Acquistò programmi, in particolare film e telenovelas americani, e li offrì a prezzi stracciati a piccole reti regionali. Berlusconi raccoglieva le entrate da spazi pubblicitari pre-registrati che lui stesso inseriva. Ciascun canale del circuito Canale 5 accettò quindi di trasmettere gli stessi programmi negli stessi identici orari. Fu così che ci si assicurò un audience a livello nazionale.

Come ha fatto Berlusconi a finanziare il suo impero televisivo nascente?

Le banche
Una parte della risposta sta nel debito bancario. Le banche del settore pubblico hanno dato una mano consistente, fornendo alla società prestiti più ingenti rispetto a quelli che il merito di credito della Fininvest avrebbe comportato. Ma la parte restante della risposta non appare per niente chiara. Nel 1978, alla nascita del suo gruppo televisivo, Berlusconi creò 22 società holding che controllano la Fininvest. Dal 1978 al 1985, 93.9 miliardi di lire (387 miliardi di lire di oggi) confluirono nelle 22 aziende, apparentemente dal Sig. Berlusconi.
La Mafia
Nel 1997, un finanziere con legami con la mafia ha accusato Berlusconi davanti a magistrati siciliani di aver usato 20 miliardi di soldi mafiosi per costruire i suoi interessi televisivi. I magistrati chiesero che la Banca d'Italia collaborasse nelle indagini della divisione anti-Mafia.
Le indagini della Banca d'Italia
Due funzionari passarono 18 mesi a controllare e ricontrollare le carte contabili e azionarie delle 22 compagnie. The Economist possiede una copia dei loro rapporti, oltre 700 pagine. Le due conclusioni principali sono sconcertanti.

Un amico che ha bisogno

Con l'acquisto dei suoi due principali concorrenti - Italia 1 nel 1983, e Retequattro nel 1984 - il dott. Berlusconi si assicurò quello che, in buona sostanza, era un vero e proprio monopolio nel settore delle tivù private.

Per aggirare la legge e poter trasmettere su tutto il territorio italiano, aveva però bisogno di un piccolo aiuto da parte dei suoi amici politici.

Nessuno lo aiutò più di Bettino Craxi, che divenne capo del Partito Socialista nel 1976 e Presidente del Consiglio nel 1983.

Il dott. Berlusconi, attraverso le sue due reti principali, offriva un'arma politica molto potente.
Nell'ottobre del 1984, in diverse città italiane funzionari pubblici sigillarono le sue tivù per aver trasmesso illegalmente.
Questo avrebbe potuto comportare un disastro per il gruppo Fininvest, all'epoca fortemente indebitato.
Nel giro di pochi giorni, Craxi - morto l'anno scorso in Tunisia, dopo essere stato condannato in contumacia per reati di corruzione - firmava un decreto che permetteva alle tivù di Berlusconi di continuare a trasmettere.

Il decreto, dopo alcune scaramucce parlamentari, diventava legge. Il decreto di Craxi non fece niente per vietare la concentrazione di proprietà nel settore televisivo. E non lo fece nemmeno la c.d. "legge Mammì" (dal nome di Oscar Mammì, allora Ministro delle Telecomunicazioni), varata nel 1990.

La legge fu, infatti, "tagliata su misura" sugli interessi del dott. Berlusconi e sulle sue tre reti nazionali, proclamando che nessun singolo gruppo poteva essere proprietario di più di 3 delle 12 reti che avrebbero ottenuto le licenze dallo Stato.

Il governo di coalizione all'epoca, che dipendeva fortemente dal Partito Socialista di Craxi, aveva insistito per il varo di questa misura controversa, nonostante le dimissioni, in segno di protesta, di cinque ministri.

In effetti, la legge ha sancito il duopolio tra la Mediaset e la Rai.

Nel 1991 e 1992, il dott. Berlusconi versò un totale di 23 miliardi di lire nei conti correnti offshore di Craxi attraverso una parte 'clandestina' del suo impero Fininvest, la società All Iberian.

In seguito a diversi indizi scoperti durante le indagini sui conti bancari di Craxi, gli inquirenti trovano una rete occulta e consistente di compagnie Fininvest, costituite in giurisdizioni come le Isole Vergini Britanniche e le Channel Islands.

Queste società non furono contabilizzate come società collegate nei bilanci della Fininvest.

Secondo gli inquirenti, nel 1993 il dott. Berlusconi firmò una lettera ai revisori contabili dichiarando il falso, e cioè che queste società non facevano parte del gruppo Fininvest.

Gli inquirenti affermano di essersi trovati di fronte ad una frode internazionale di largo respiro, perpetrata sotto la direzione del dott. Berlusconi, per travasare cifre enormi dalla Fininvest nelle compagnie segrete off-shore.

Secondo loro, la Fininvest adoperò varie tecniche fraudolente: le società offshore, affermano i procuratori, usarono questi fondi per diversi tipi di attività illegali, come, ad esempio, l'acquisto conto terzi di azioni in diverse società quotate del gruppo Fininvest, con l'evidente intenzione di gonfiare il prezzo delle azioni.

Un'operazione chiaramente fittizia come testimonia il fatto che le azioni, intestate al portatore, rimanessero sempre nelle mani dello stesso fiduciario.

Un vero compratore di azioni al portatore in un'azienda quotata non le avrebbe mai lasciate in custodia della stessa persona utilizzata dal venditore.

Interessi offshore

Un'altra parte cruciale nelle accuse degli inquirenti è che le società offshore fossero usate per accumulare partecipazioni occulte in reti televisive in Italia e Spagna.

Gli inquirenti affermano l'esistenza di prove documentali che lo dimostrano. La legge Mammì prevedeva che il dott. Berlusconi dovesse vendere il 90% degli suoi interessi in Telepiù, una pay-tv da lui fondata nel 1990. Nonostante questa indicazione, il dott. Berlusconi, secondo gli inquirenti, mantenne il controllo di questa partecipazione fino al 1994 tramite le sue società offshore. Per farlo predispose contratti con collaboratori disposti a servirgli da prestanome. Ai sensi di tali contratti, mentre la proprietà legale delle azioni passava agli investitori, la proprietà beneficiaria rimaneva con le società offshore del dott. Berlusconi.

I magistrati scoprirono un'altra operazione simile, diretta ad accumulare una partecipazione del 52% in Telecinco, una rete televisiva spagnola. Il tutto in frode alla legge giacchè la legislazione spagnola antitrust, infatti, non permetteva di possedere più del 25% in quel tipo di attività. E' per questo che Baltasar Garzon, un magistrato anti-corruzione spagnolo, vuole che sia tolta l'immunità di cui gode Berlusconi in qualità di parlamentare europeo.
Ma è probabile che dovrà attendere. Per otto mesi, i ministri della giustizia e degli esteri spagnoli sono stati coinvolti in uno scontro serrato per decidere quale sia l'autorità competente a sottoporre una richiesta al parlamento europeo.

Il dott. Berlusconi è attualmente indagato per aver falsificato i bilanci del gruppo Fininvest.

La presunta falsificazione doveva nascondere tutte le presunte illegalità connesse. Il falso in bilancio è un reato molto serio in Italia, e comporta sentenze fino a cinque anni di prigione. I magistrati hanno chiesto recentemente che delle accuse altrettanto serie di falso in bilancio vengano formulate sui bilanci di gruppo della Fininvest .

E' comunque verosimile che il dott. Berlusconi stia programmando una scappatoia. Il 17 marzo, davanti ad un gruppo di imprenditori italiani ha dichiarato che, se eletto, il suo governo avrebbe depenalizzato la maggior parte dei casi di falso in bilancio, rendendo così vano il lavoro dei magistrati.

Ma nonostante i magistrati non abbiano potuto trovare la destinazione finale delle decine di miliardi di lire pagate da settori vari dell'impero segreto offshore del dott. Berlusconi, hanno scoperto dov'erano finiti alcuni pagamenti.

The Economist
26 aprile 2001