È stato detto che la positività del risultato di Rifondazione Comunista va letta nel contesto di una "fortissima" polarizzazione". E' un dato di fatto che in Lombardia la maggiore partecipazione al voto di 1 milione e 657 mila elettori si è massicciamente riversata sui due schieramenti maggiori che hanno goduto di maggiore visibilità. Nonostante ciò Rifondazione Comunista regge l'onda d'urto, avanza di oltre 20 mila voti rispetto all'exploit elettorale delle regionali dell'anno scorso, allineandosi alla media percentuale nazionale. Alle amministrative generalmente raccogliamo un buon consenso, in special modo nelle realtà in cui abbiamo stabilito credibili intese programmatiche con il centrosinistra.
Rifondazione Comunista, dunque, si conferma come forza di significativo insediamento e peso politico. Non era affatto scontato in una regione difficile, abitata da più destre che già convergono a livello di governo regionale producendo guasti sociali a non finire sul piano della demolizione di diritti sociali, della disarticolazione e della differenziazione della società, della costruzione di un modello, che si intende esportare a livello nazionale, a misura di impresa e di mercato. Basti dire che l'80% della popolazione lombarda vive in condizioni di rischio sociale derivanti da una precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro. Un bel record, per quella che Formigoni definisce "la locomotiva d'Europa". Su questa disgregazione hanno lavorato le destre per costruire una risposta demagogica e populista all'insicurezza diffusa, falcidiando consensi in quella che storicamente costituiva la base sociale della sinistra.
Ma, nel momento in cui le destre traggono conferma della propria forza, più per demeriti del centrosinistra che per meriti propri, si aprono delle falle, la falla della Lega che dall'alleanza con Berlusconi, pura operazione di potere, esce con le ossa rotte, dimezzata nei suoi territori d'origine e al di sotto del quorum nazionale. Nella sola circoscrizione "Lombardia 2", roccaforte dell'insediamento leghista, i bossiani perdono ben mezzo milione di voti rispetto alle politiche del '96, dimezzando il dato percentuale dal 36% al 18% (nell'intera Italia settentrionale il salasso è di 2 milioni e 300 mila voti).
Il voto alla Lega in questi anni è pesato come un macigno. Questa forza è stata percepita da ampi stràti popolari come forza di protesta, antisistema, è riuscita ad imporsi di gran lunga come il principale collettore di tensioni e di mutamenti. L'abbraccio con Berlusconi ha dissipato un equivoco, ha disvelato la Lega per quella che è: una forza di complemento, al servizio dei padroni.
Ora, non illudiamoci. La Lega, seppure sconfitta, lascia alle spalle gli stessi problemi e le stesse domande da cui ha tratto forza. Prova ne è l'affermazione, oltre il 5% su scala regionale, di "Alleanza Lombardia Autonoma", ovvero di uno schieramento che ha raccolto parte dello scontento ingenerato dal connubio tra Bossi e Berlusconi. Ma intanto con la rimozione di un equivoco l'antitesi ad una destra reazionaria, per certi aspetti, si fa più chiara
Infine, non disgiunto dalla crisi leghista. registriamo un pesante arretramento dei Ds che conseguono percentuali molto basse (7,6% in "Lombardia 2") anche in ragione di una continua rincorsa delle tematiche proprie delle destre e dell'incapacità di presentare un volto e un disegno alternativo.
La crisi della Lega e del rapporto con il suo insediamento popolare, oltre ovviamente -alla crisi apertasi nel centrosinistra, ci caricano di forti responsabilità politiche. La responsabilità di un partito che al di là di inventariare il risultato elettorale deve mettere mano a suoi limiti. La responsabilità di ricercare una linea di ricostruzione di una sinistra insediata nella società e nei luoghi di lavoro, con più ampia base di massa, con maggiore capacità di dare voce e rappresentanza al disagio di ampi strati popolari.