Delitto perfetto.
La legge elettorale muore asfissiata dai duemila emendamenti del centro destra, che le cadono addosso come una valanga alpina. Dovrebbero arrivare i soccorsi. Ma il centrosinistra indossa subito l'abito scuro del funerale. E tra un'orazione funebre e l'altra accusa l'assassino. Mentre piange una riforma rinviata apposta per arricchire il breve saluto di fine anno del capo dello Stato.
Caro Carlo Azeglio Ciampi, «Non ci sono le condizioni per andare avanti». Parola del diessino Gavino Angius, portavoce di una maggioranza di governo che fa del senso di responsabilità la sua bandiera. Come volevasi dimostrare.
Il Polo ride, fino a farsi venire le lacrime agli occhi. L'Ulivo invece piange lacrime di coccodrillo. Più bipartisan di così.
Il funerale è finito, ora tocca al party di commemorazione.
Ecco il forzista Enrico La Loggia: «Si scongiura il tentativo insano di fare una legge elettorale a colpi di maggioranza. Prendiamo l'impegno che per la prossima legislatura presenteremo il nostro grande progetto». Insomma, prima vinciamo le elezioni, e poi la riforma la facciamo noi. In che modo? «Sicuramente la nostra impostazione liberaldemocratica ci impedirebbe di fare le riforme contro le opposizioni: le riforme si fanno insieme nell'interesse del paese». Ma, guarda caso, meglio in futuro che nel presente.
Non c'è stata neppure un po' di suspence. Di primo mattino, a Palazzo Madama l'Ulivo si riunisce e subito prende atto che il gioco è finito. Qualche spiraglio invece rimane per il voto degli italiani all'estero, e l'agenda di maggioranza sottolineata alle voci “federalismo” e “conflitto di interessi”. Anche se su questo punto il centro destra promette barricate se non verrà approvato il testo della legge già passata alla Camera tre anni fa.
Giovanni Russo Spena, Rifondazione comunista, tira le somme della giornata: «Con l'attuale sistema elettorale ci presenteremo alla Camera da soli nel proporzionale e non nei collegi, mentre al Senato avremo i nostri candidati».
E Franco Giordano aggiunge: «L'unica cosa che non si può fare è non garantire il livello di autonomia, di distinzione che Rifondazione ha nei confronti del centrosinistra. Oltre alla non belligeranza non possiamo andare, perché c'è stata la guerra, l'uranio impoverito, perché ci sono le privatizzazioni». I cocci della mancata riforma tagliano solo il centro sinistra. Il Polo non la voleva una nuova legge elettorale: con il mattarellum la vittoria è assicurata, e per di più la figuraccia è tutta di chi non riesce a raggiungere i suoi obiettivi.
Gavino Angius ripete come un disco rotto: «Responsabilmente ci siamo fermati».
Il leghista Enrico Castelli è invece comprensibilmente meno clemente: «Si respira l'aria di un funerale di terza classe».
E il bel Pierferdinando Casini soffia sul fuoco che brucia: «E' stata un'esibizione muscolare non riuscita». Poco importa se il popolare Leopoldo Elia ricorda a tutti che «Il testo Franceschini-Villone rappresentava il massimo che la maggioranza potesse concordare con l'opposizione». Perché il testo di riforma elettorale che è stato in discussione al Senato era in realtà un testo Villone-Franceschini-La Loggia.
Anche il ministro delle riforme Antonio Maccanico precisa come la proposta dell'Ulivo fosse il frutto della collaborazione con il Polo.
Il democratico Arturo Parisi aggiunge: «Noi abbiamo teso la mano al centro destra guidati da una sola preoccupazione, assicurare stabilità al Paese. La risposta è stata negativa».
Si chiude in questo modo il ciclo di lezioni di lingue avviato in Parlamento nell'ormai lontano 1996 di volta in volta l'Ulivo ha parlato americano mentre il Polo faceva finta di parlare tedesco. Poi, quando gli elettori hanno fatto capire al governo che la lingua stelle e strisce era passata di moda, il centro sinistra ha frequentato un corso di recupero della lingua di Goethe. Tanto è bastato perché Silvio Berlusconi si dimenticasse di decine e decine di prese di posizione in favore di una legge proporzionale. Oggi il cavaliere di Berlino non si prende nemmeno la briga di attaccare i comunisti e il loro governo.
A caval donato non si guarda in bocca.