Era annunciato e, purtroppo, prevedibile: sulla riforma della legge elettorale è calato il sipario.
Andremo a votare con il Mattarellum, un meccanismo che ha prodotto, in pochi anni, la quintuplicazione del numero dei partiti, l'instabilità pressochè permanente che è sotto gli occhi di tutti, l'accentuazione di quei caratteri della politica istituzionale che la rendono sempre meno rappresentativa e sempre più lontana dal «paese reale».
Si conferma, dunque, la crisi del centrosinistra, la sua difficoltà a disimpigliarsi dall'impasse strategica che ne caratterizza le scelte - e le non scelte - di programma. Ora, certo, una domanda corre per i palazzi politici e mediatici: come si rifletterà, questo esito negativo, sui rapporti tra Ulivo e Rifondazione comunista?
Insomma: ora che la scadenza elettorale si avvicina, ora che la questione delle “regole del gioco” elettorali è, se così si può dire, definita, riconfermerà o no il Prc la tattica elettorale fin qui enunciata? Un interrogativo in parte legittimo, in parte ridondante.
In realtà, la posizione di Rifondazione comunista, per chi non sia afflitto da smanie “dietrologiche”, è molto chiara, per sostanza e per forma.
Primo: Rifondazione è fuori dai due Poli e rivendica, non da oggi, la propria autonomia strategica, di forza politica che si dà come orizzonte una politica alternativa e antiliberista: stanno qui le sue ragioni di dissenso, e di lontananza, dall'Ulivo. Ragioni di linea politica, di contenuti programmatici, di schieramento internazionale: basti scorrere i fatti più recenti - dall'uranio impoverito alle privatizzazioni. dalla scuola ai movimenti contro la globalizzazione - per capire di che cosa si sta parlando.
Secondo: rispetto alle prossime elezioni, tra Rifondazione e il centrosinistra non si è mai svolta alcuna trattativa organica. La «non belligeranza» è un'ipotesi tattica che il Prc ha definito in termini autonomi: per quanto sia distante dai due schieramenti, non è cioè indifferente alla vittoria dell'uno o dell'altro.
Terzo: in concreto e in generale, il Prc si orienta a presentare proprie liste solo nella quota proporzionale. Una scelta che il meccanismo elettorale rende possibile alla Camera dei deputati, ma non al Senato: nel secondo ramo del Parlamento, l'alternativa secca, per ogni forza politica, è tra la presenza nei collegi uninominali e l'assenza totale dalla competizione elettorale.
Quarto: il Prc non ha chiesto «per sé» - per risolvere i suoi problemi di rapporto con l'Ulivo - una legge elettorale di segno proporzionalista. Ha portato avanti una battaglia politica quasi decennale, e di principio, che convergeva, per altro, con la clamorosa bocciatura del maggioritario operata, nel maggio 2000, dai cittadini italiani. E il centrosinistra avrebbe fatto bene non a «concedere» a Rifondazione una nuova legge, ma ad andare avanti per proprio conto su una strada di risanamento democratico.
In effetti, se la lunga telenovela della riforma si fosse conclusa positivamente, ne sarebbero usciti modificati, in sè e per sè, tutti i rapporti tra gli schieramenti e i partiti, compreso quello Prc-Ulivo.
Così non è stato. In un senso preciso, non è accaduto nulla di nuovo: il ragionamento politico generale, e le scelte tattiche, restano logicamente quelle fin qui dette.
C'è qualcuno che può credibilmente proporre a Rifondazione comunista di scomparire, per decisione unilaterale, da un ramo del parlamento? O, al contrario, di rovesciare di 180 gradi la propria linea politica? Ai posteri (si fa per dire) l'ardua sentenza.