A 48 ore dalla nottata del 13/14 maggio, vale a dire a mente un po' più
fredda, è d'obbligo cominciare a ragionare sul voto - sul nostro voto - con
la pacatezza, e la «precisione», di cui siamo capaci. Domanda cruciale: come
siamo andati? Come va valutato il risultato di Rifondazione comunista, quel 5
per cento tondo e rotondo, ottenuto dal simbolo del Prc sia al Senato che alla
Camera?
Cominciamo dai numeri, che talora parlano più chiaramente delle percentuali.
Se si va, poi, al confronto con le regionali dell'aprile 2000, si scopre che, nelle 15 regioni dove allora si votò, la crescita è di 381.410 voti. In due anni, il recupero supera il mezzo milione di voti. In un anno, una «popolazione» equivalente a una città medio-grande (come Firenze) si è spostata, in aggiunta, sul Prc: come si fa a non vedere che si tratta di un risultato rilevantissimo?
Tanto più nelle condizioni concrete in cui è stato ottenuto: un partito che supera di poco i centomila iscritti e che affida gran parte della sua iniziativa sul territorio alla militanza volontaria.
Una forza di opposizione, «ricca di idee» ma non di risorse finanziarie e organizzative.
Una forza, soprattutto, che ha affrontato la campagna elettorale come un piccolo generoso David contro il Golia del regime bipolare: cancellata dal sistema dell'informazione, dalla Tv, dai grandi giornali, dagli spazi visibili di propaganda, oppressa dalle liste civetta.
E' bene richiamare questi dati reali, senza lamentosità, a chiunque osservi con «sufficienza», o con dispiacere, quel 5 per cento, quei quasi due milioni di voti espressi.
Guardate, poi, l'elenco, discretamente nutrito, di coloro che non sono riusciti a passare la soglia del 4 per cento. Tra questi esclusi eccellenti, ci sono forze - come i radicali - che sono riusciti a inchiodare su di loro l'attenzione di tutti i media per una settimana e mezzo, a ridosso del voto; ci sono partiti come quello di D'Antoni, che aveva pur dietro di sé l'appoggio sostanziale di una grande organizzazione di massa come la Cisl, oltre quello di sponsor «pesanti» come Giulio Andreotti.
Ciò significa che lo spazio effettivo di cui disponevano gli elettori - perfino dal punto di vista psicologico - per orientarsi su un voto *fuori dai Poli* era davvero ristretto: in questo senso generale, la campagna sul «voto utile» è passata, e ha sicuramente sottratto anche al Prc molti dei consensi «potenziali» di cui poteva disporre.
Tanto più quel 5 per cento ha valore: sono voti consapevoli, che esprimono una indicazione politica molto netta, non solo in termini di linea politica, ma di rapporto con la politica e i bisogni sociali.
Voti solo quantitativamente identici nei due rami del Parlamento: più
«identitari» quelli del Senato, dove si concentra il consenso dell'elettorato
comunista tradizionale, più «politici» quelli della Camera, dove la fuga di
un pezzo di elettorato verso l'Ulivo (o verso altri simboli comunisti) è
stata parzialmente compensata dall'afflusso dei voti giovanili.
Voti, anche e soprattutto, che hanno un rapporto molto stretto non soltanto
con quello che Rifondazione dice e fa, ma con quello che essa oggi
rappresenta: un orizzonte alternativo, una prospettiva di ricostruzione di una
sinistra autentica.
Spesso, addirittura, sono voti sottratti a un destino astensionista. In questo senso, sono tutto fuorché voti agevolmente intercambiabili o «commerciabili». Si colloca qui, precisamente, la polemica (annunciata, ma non per questo meno fastidiosa) su Bertinotti che ha impedito all'Ulivo di vincere, e che ha fatto vincere le destre.
Quel *popolo* di un milione e settecento, un milione e ottocentomila voti e passa che ha espresso il suo consenso al Prc, proiettato in un altro scenario politico, semplicemente, non esiste: non è cioè un popolo che segue una forza politica «a prescindere».
Possibile che un minimo di cultura della complessità stenti a farsi strada perfino tra analisti “scafati” e acuti osservatori?
Possibile che non si tenga mai conto delle distanze politiche, ideali, programmatiche tra il Prc e il centrosinistra, che sono quelle che, tre anni fa, determinarono la rottura con l'esperienza del governo Prodi?
Insomma, gli elettori non sono pecore, e gli elettorati, tanto più in epoca di infedeltà diffusa e di scarsa appartenenza ideologica, non sono sommabili: l'elettorato «antiberlusconiano» non esiste, come tale, se non come somma aritmetica. E quello che vota Rifondazione comunista oggi - che si presenta in autonomia, con la non belligeranza alla Camera e la presentazione al Senato - non è astrattamente trasferibile a un Prc che fa un accordo politico organico con Rutelli, o anche un improponibile, non chiaro, patto di desistenza.
Si vuol dire forse che Rifondazione non dovrebbe proprio esistere? Che il suo torto fondamentale è, appunto, il «vizio» originario dell'esserci? Nell'*establishment* ulivista, talora emerge proprio questa curiosa idea, parallela all'altra che vive il Prc soltanto ed esclusivamente nel ruolo del «donatore di sangue»: e qui la discussione diventa praticamente impossibile.
Limitiamoci a ricordare quel che è effettivamente accaduto:
Come è noto, ci è stato risposto picche. A questo punto, Rifondazione avrebbe dovuto rinunciare, in toto, a presentarsi in uno dei due rami del parlamento: un vero suicidio politico. A chi ci spera, o a chi ci punta, rispondiamo con un notissimo gesto della mano: immaginate voi quale.