Ci siamo. Tutto è stato detto, o quasi. Tutto è stato fatto, o quasi. Tra
48 ore sapremo tutto, o quasi, sulle quattordicesime (Costituente esclusa)
elezioni politiche generali della repubblica italiana. Ora, si tratta di
decidere il «che fare». Votare o non votare? Scegliere il meglio, il «meno
peggio» o il Gran Rifiuto? Quest'ultima tentazione, lo sappiamo bene, è
molto diffusa anche nelle fila di quel che fu il popolo di sinistra: non
possiamo che rispettarla, dato lo spettacolo che la politica ha offerto di sé
in questa campagna elettorale (e non solo), ma non possiamo condividerla.
Abbiamo ancora qualche ora di riflessione: vogliamo provare a confrontarci,
dirimendo dubbi, perplessità e, magari, certezze? Quello che segue è un
dialogo immaginario (ma non troppo) con vari “ideal-tipi” di elettrici ed
elettori tentati dall'astensionismo
Sono sempre stata di sinistra, e non ho cambiato idea: è la sinistra che non c'è più. Quella di governo non credo neanche che c'entri più con la sinistra, quella di opposizione, la vostra, è troppo piccola. A che serve votarvi? Che cosa può cambiare ormai nella mia vita?Un voto a Rifondazione comunista, certo, non è in grado di cambiare la vita di nessuno: è solo un inizio, come si diceva ai bei tempi. Ti interessa o no che ci sia, questo inizio? O preferisci che la dissoluzione della sinistra faccia, inesorabile, il suo corso? E' solo su questo, in fondo, che devi misurare la tua scelta: diventare una spettatrice «esterna» agli eventi politici e sociali, con la tua delusione e la tua nostalgia nella “pancia”, oppure compiere questo gesto - laicamente impegnativo e coraggioso - di sostenere l'unica forza nettamente, limpidamente di sinistra che c'è. Non ti posso garantire, naturalmente, che riusciremo ad essere all'altezza della situazione. Non posso neppure giurarti che, sulla base delle nostre sole forze, riusciremo a mettere in moto davvero la ricostruzione di una più grande e «autentica» sinistra. Ti dico, però, con granitica certezza, che questa possibilità\necessità ha, come sua condizione ineludibile, la massima forza possibile, anche elettorale, di Rifondazione comunista. Prima di decidere, domani mattina, chiudi gli occhi e prova ad immaginare l'Italia del dopo 13 maggio. Pensa al quadro d'insieme, alla prevedibile vittoria (trionfo?) del centrodestra, ai pallori delle margherite e dei girasoli, ai mille collegi dove ti è concesso solo o la padella o la brace: non credi che l'unica cosa che spicca sia quella macchia di rosso che è il risultato di Rifondazione comunista? Eppure, dipende anche da te.
Rifondazione è l'unico partito che si potrebbe votare, se non fosse così ideologico. Ma, oltre a molti No, magari sacrosanti, che cosa proponete, in positivo, per risolvere i problemi del paese? Quando cerco le vostre concrete proposte - sull'università, l'ambiente, la sanità - trovo solo dichiarazioni d'intenti generali, e nulla di più.Potrei ricordarti le nostre istanze più recenti, sull'aumento delle pensioni, l'introduzione di un salario sociale, l'abolizione dei ticket (parzialmente accolta). E potrei suggerirti di dare un'occhiata al nostro programma politico-elettorale, denso di proposte molto serie, e quasi sempre “ragionevoli” - cioè praticabili già nel presente, e non solo in un orizzonte lontano. Ma, forse, è più importante chiarire un punto: nessuna idea politica, nessuna proposta concreta, ha davvero un valore se non si trasforma in una istanza di movimento. Se non prende forza da un conflitto, da una lotta, da un'esperienza vera; e se non prende luce, se così si può dire, da un progetto più generale di trasformazione. Non siamo un partito ideologico: siamo, se mai, un partito che fa politica con difficoltà e fatica. Per i nostri limiti, ma anche per i limiti di un contesto politico-sociale spesso desertificato. Aiutaci a crescere, diventeremo più bravi e anche più “concreti”
Finora, alle elezioni ho scelto Rifondazione. Ma perché avete fatto cadere il governo Prodi? Dopo, sono venuti D'Alema e Amato: e la situazione è decisamente peggiorata. Rutelli non mi piace. I Ds non mi piacciono. Voi non date garanzie politiche. E se vi “punissi” tutti quanti, astenendomi?Ma punendo noi, punisci anche te stesso: soprattutto, punisci le tue ambizioni, che non possono ridursi solo alla nostalgia per il governo Prodi. Quel governo è caduto non perché Rifondazione decise, chissà per quale capriccio, di togliergli il suo sostegno; ma perchè l'Ulivo aveva scelto di “liberarsi” dell'ingombro dialettico di una forza di sinistra, delle sue proposte, delle istanze che cercava di rappresentare. Insomma, tra il '97 e il '98, realizzatosi il famoso aggancio all'euro, l'Ulivo si è trovato di fronte a un bivio: di qua, una strada riformatrice, per usare un'espressione sintetica, di là una scelta moderata e tendenzialmente centrista. E' prevalsa la seconda ipotesi: come si è ben visto nei governi che si sono succeduti a Prodi. Come, mi pare, tu stesso sei incline a pensare. A noi, puoi imputare molti limiti e forse anche molti errori: non puoi, però, ritenerci responsabili delle politiche che hanno prevalso nella sinistra liberale e d governo. Guarda oggi, con occhio obiettivo, l'operato di Romano Prodi in Europa. Valuta politicamente il “partito prodiano”, che è la punta di lancia di un progetto di compiuta americanizzazione della politica. Osserva le oscillazioni del dibattito interno ai Ds, tra liberismo temperato e neosocialdemocrazia blairiana. E confrontale con ciò che tenta di essere e fare Rifondazione Se ancora ti interessa l'esistenza di una sinistra degna di questo nome, come fai ad avere dei dubbi?
Non credo più a una rivoluzione - scusate il termine - che ha il suo centro nelle istituzioni, nei parlamenti e nei consigli comunali. Credo all'autonomia dei soggetti, al movimento contro la globalizzazione, al cambiamento molecolare, anche della vita quotidiana e delle relazioni interpersonali. Voi dite molte cose giuste, ma respingo la vostra pretesa di “rappresentarmi”.Anche noi non crediamo (per la verità non ci abbiamo mai creduto) ad una rivoluzione a centralità parlamentare e istituzionale. Lo diceva già Rosa Luxemburg, diverse decine di anni fa, che fare la rivoluzione non significa attendere l'ora X della “presa dei palazzi”, sia nella forma violenta dell'insurrezione, sia nella forma graduale e legalitaria della lunga marcia nelle istituzioni: significa un ben più radicale e profondo “rivoluzionamento” di tutti i rapporti sociali, economici, politici imposti e sedimentati dal capitalismo. Oggi, in società mature e complesse, e nel pieno dei processi di globalizzazione, questa concezione è ancora più fondata e “veritiera”. Ne deriva che si possono saltare a piè pari le mediazioni della politica, dello Stato, dei partiti? E che è possibile praticare fin da adesso, in nuce, forme avanzate di liberazione e di autogoverno “comunistico”? Ma la stessa lotta alla globalizzazione - così come tutte le scelte fondate sulla “grande scala” - necessita di mediazioni istituzionali, rappresentanze e “rappresentazioni” forti. A meno di non privilegiare una alternativa di “nicchia”: la propria comunità, il proprio movimento, la propria piccola “microcontrosocietà”. E' una scelta rispettabile, ma in fondo egoista: serve forse a vivere meglio, non a cambiare la società e la politica. Negli Usa, per esempio, milioni di persone sono fuori, per amore o per forza, dalla rappresentanza e dal voto. Molti di loro vivono esperienze territoriali, autogestioniarie, alternative, di grande interesse e valore. Intanto, però, i poteri, la società e le politiche reali della grande società americana restano impermeabili, immodificabili, intoccabili. No, non si può essere extraparlamentari. Meglio votare Rifondazione comunista.