Le ragioni della nostra collocazione e quindi del modo con il quale ci presentiamo agli elettori risiedono nella storia nostra e nelle vicende politiche che hanno caratterizzato la legislatura che volge al termine.
Il nostro partito ha preso le mosse proprio dieci anni fa, reagendo al tentativo di cancellare la stessa possibilità dell'esistenza di una forza comunista nel nostro paese. In questi anni possiamo dire di avere vinto una sfida non facile e non scontata, anzi da diversi ritenuta impossibile e vana. Quella di dimostrare la necessità e la possibilità dell'esistenza di una forza comunista capace di rifondarsi per rispondere alle tremende contraddizioni sociali e politiche indotte dal processo di globalizzazione capitalistica in atto nell'ultimo quarto di secolo e che ha dominato tutti gli anni '90.
Nelle elezioni del 21 aprile 1996 il nostro Partito si presentò al giudizio degli elettori sulla base di un accordo politico - elettorale con le forze politiche che componevano l'Ulivo, nel comune proposito di sconfiggere le destre che erano risultate vincitrici nella precedente scadenza elettorale del 1994. Quell'accordo, che si chiamò di desistenza, non si limitava a un brillante espediente di tecnica elettorale, in base al quale il nostro partito si presentava solo in alcuni collegi e non in altri, d'intesa con le altre forze politiche dell'Ulivo, ma in un impegno da parte nostra, in caso di vittoria elettorale, a sostenere il governo che sarebbe stato espressione della coalizione, pur non facendone parte. Quella scelta era motivata dalla necessità di consolidare la vittoria elettorale contro le destre e di costruire una politica alternativa.
Ma le vicende della legislatura che ora si conclude hanno avuto un altro esito. Nel governo, allora presieduto da Romano Prodi, caratterizzato dall'accelerazione del processo di integrazione europea e della volontà di raggiungere il traguardo dell'ingresso nella moneta unica, abbiamo combattuto perché quel percorso non ricadesse sulle condizioni di vita delle masse lavoratrici e perché non venissero cancellate conquiste fondamentali sul piano sociale. Gli sforzi condotti dal nostro partito per imporre una svolta di politica economica e sociale sono stati però disattesi. Prima, dopo profondi contrasti che hanno sfiorato la crisi di governo, è stata accettata la scelta di una riduzione dell'orario di lavoro a 35 ore settimanali a parità di retribuzione, ma subito dopo è stato affossato il disegno di legge corrispondente preparato dallo stesso governo. Poi, dopo l'ingresso dell'Italia nella moneta unica europea che obiettivamente chiudeva una fase della vicenda politica e economica del nostro paese e ne apriva un'altra, le forze del governo rifiutarono una proposta di svolta nella politica economica e sociale. Il nostro partito articolò in una precisa proposta in dieci punti la scelta richiesta, ma essa fu rifiutata in ogni sua parte.
Si arrivò così alla rottura della maggioranza nell'autunno del 1998, cui seguì la nascita del governo D'Alema, con schieramenti e posizioni più moderati. Non si è trattato di una scelta inevitabile, come dimostra anche il contesto europeo, segnato da esperienze di governo delle sinistre, come quello francese, che si andavano qualificando e consolidando. Fu invece il frutto di una grave scelta da parte della sinistra moderata di cercare di occupare il centro dello schieramento politico e sociale del paese, sulla base di una rincorsa e di una competizione nei confronti delle destre sui loro stessi terreni.
Questa scelta porterà il governo D'Alema all'impegno diretto nella guerra di aggressione alla Yugoslavia nella primavera del '99, i cui effetti tragici sulle popolazioni locali e persino sui soldati delle forze della Nato, fra cui i nostri connazionali, si fanno pesantemente sentire oggi, a causa del massiccio uso di proiettili ad uranio impoverito, che già avevano seminato morte durante e dopo al guerra del Golfo.
E' così arrivata puntualmente la pesante sconfitta del centrosinistra nelle elezioni regionali del 2000. Le destre, che si erano alimentate di un clima culturale e politico favorito dalla scelta bellica e da politiche moderate in campo economico effettuate dal governo di centrosinistra, hanno conquistato notevoli consensi in quelle elezioni.
Il conseguente cambio di mano nella direzione del governo, con la designazione di Amato a presidente del consiglio, ha ulteriormente fissato la deriva moderata delle politiche governative.
Questa deriva non è contrastata dalle attuali scelte della coalizione di maggioranza, con il suo nuovo premier Rutelli. La stessa scelta dei temi della battaglia elettorale ricalca quelli delle destre in un gioco di specchi, alla fine del quale i problemi veri della società risultano perdenti.