Il risultato delle elezioni a Milano ripropone alle forze politiche e sociali della sinistra la necessità di un confronto serio e approfondito sulle ragioni della sconfitta.
Albertini viene riconfermato sindaco con un consenso alto (il 57,54%), inferiore alle aspettative, ma superiore al risultato della coalizione che lo sosteneva. Antoniazzi raggiunge il 30,47%: un risultato da cui ripartire per costruire l'opposizione politica alla giunta che purtroppo è mancata in questi anni. Siamo reduci da cinque anni di vuoto: un centro-sinistra inesistente e una sinistra divisa ed incapace di produrre lotte ed iniziative.
La responsabilità prioritaria sta nella crisi dei Ds milanesi. Ma anche Rifondazione deve interrogarsi criticamente sui proprio operato. Eppure in questa città, in questi anni, ci sono stati anche alcuni significativi conflitti, soprattutto sul piano sociale, contro le scelte della giunta: un aspro e difficile conflitto sindacale a partire dalla significativa vicenda della Polizia municipale, o, solo per citare l'ultimo esempio, la vertenza Atm dove, pur con scelte complicate sulla riorganizzazione dell'azienda, si è sconfitta la logica della privatizzazione totale dei servizi propugnati dal sindaco. E poi: il referendum contro la privatizzazione dell'Aem, sulle farmacie comunali, sull'acquedotto, sull'Amsa, sulla Centrale del latte.
La strategia della giunta milanese ha raggiunto il suo apice con il "Patto per il lavoro". Quel progetto anticipava un disegno strategico nazionale che ha trovato una puntuale conferma nelle scelte di Confindustria e della Casa delle libertà: obiettivo, la liberalizzazione dei contratti a termine, cioè la libertà di licenziamento attraverso l'istituzionalizzazione della precarizzazione dei rapporti di lavoro. Su questo punto la Cgil milanese ha detto no, subendo un accordo separato. Alla fine, grazie all'iniziativa della Cgil, lo stesso sindaco ha dovuto ammettere il fallimento di quel piano.
Su tutte queste vicende economico-sociali la Camera del lavoro è stata protagonista insieme alle Rsu che spesso sono riuscite a produrre iniziative unitarie al di là delle divisioni sia tra le sigle confederali che tra le organizzazioni confederali ed extraconfederali. Tutto ciò ha determinato da parte del sindaco e della maggioranza di centrodestra una vera e propria campagna anche mediatica, contro la Camera del lavoro di Milano accusata di svolgere un ruolo di supplenza nell'opposizione politica che non le competeva. Ma nella città il conflitto non è stato solo economico-sociale.
I Centri sociali, in particolare il Leoncavallo, hanno fatto un salto di qualità: si sono poste il problema di misurarsi - a partire dai temi dell'immigrazione, dell'antiproibizionismo, del pacifismo, della precarietà del lavoro, della lotta alla globalizzazione liberista, della produzione culturale alternativa - con il terreno
dell'elaborazione propositiva, costruendo un rapporto dialettico con le forze politiche e sociali e con le istituzioni. Ciò che ha determinato non solo una rottura del loro isolamento, ma anche reso evidente la strumentalità della campagna di Albertini. Certo, la realtà dei Centri sociali è variegata e non omogenea. Ma è di grande importanza che un esponente del Leoncavallo si sia candidato e sia stato poi eletto, come indipendente, nelle liste di Rifondazione comunista.
Parallelamente a queste esperienze sono nati sui territorio comitati che hanno espresso partecipazione e iniziativa su singoli temi in contrasto con le scelte della giunta: dal comitati contro le gronde, al Comitato Piazza Vetra, fino all'ampia e positiva battaglia sul tema del traffico e della qualità ambientale della città che ha ottenuto, con la oltre 25.000 firme, l'indizione del referendum per il 30 giugno.
Non voglio con questo quadro dare un'immagine tutta
positiva di ciò che si muove nella città. Rimangono limiti profondi nell'azione della Cgil, che non riesce a unificare i diversi conflitti e soggetti sociali, (dal metalmeccanici al "precari" ai lavoratori della "new economy" a quelli dei servizi) e a costruire una vera e propria piattaforma per Milano. Ma questo obiettivo è stato almeno messo all'ordine del giorno con la Conferenza programmatica della Cgil milanese. Poi, a dispetto di divisioni profonde, ha dato origine alle Proposte per Milano redatte da Cgil Cisl Uil milanesi. In questo quadro va valutato il risultato elettorale per le elezioni comunali conseguito dalle forze della sinistra milanese.
Nel voto proporzionale della Camera, i Ds raggiungono il 14,3% e la Margherita il 15, 49% (ma non è possibile un confronto con le regionali dove erano collocati nel listone del centrosinistra)- Rifondazione comunista passa dal 7 al 6% cioè da 44.379 voti a 39.708, mentre al proporzionale della Camera ottiene 46.769 voti, con uno scarto negativo consistente tra il voto politico e quello amministrativo. Il Pdci arriva allo 0, 92%, 5.995 voti, e non elegge consiglieri. Vi è quindi un arretramento complessivo della sinistra, di cui vanno indagate le ragioni. Per quel che riguarda il Prc esse non stanno nell'intesa col centrosinistra (che ha portato quasi dovunque a risultati positivi, tranne che a Roma e a Milano) - il fatto è che il lungo lavoro che ha portato all'intesa unitaria programmatica e a indicare la candidatura di Sandro Antoniazzi non si è tradotto né in una crescita elettorale né in un'aggregazione della sinistra antiliberista (che si è divisa in varie liste) né a "sfruttare" la crisi dei Ds milanesi. A Milano che sia i Ds che Rifondazione comunista arretrano: tutte la sinistre milanesi devono ora ripensare la loro linea, e ricostruire un reale radicamento sociale.