L'ex portavoce del Genoa social forum si candida al parlamento di Strasburgo nelle liste di Rifondazione.

Un'altra Europa è possibile

Dalle ragioni del movimento alla costruzione di una sinistra antiliberista nel vecchio continente

Vogliamo un mondo senza patria in armi, senza confini tracciati coi coltelli, l'uomo ha due patrie: una è la sua casa, e l'altra è il mondo, e tutti siam fratelli. Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi, quando c'è ancora chi di fame muore; vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera anche se ruba nel nome del Signore».

E' probabile che i Gufi non potessero immaginare quanto attuali sarebbero rimaste le loro parole anche a distanza di qualche decennio; eppure per molti tra coloro che, non più giovanissimi, hanno manifestato sabato a Roma, i testi della canzone Non maledire questo nostro tempo possono ben rappresentare la continuità di un impegno durato tutta una vita. Allora quelle parole esprimevano le speranze comuni di una generazione che si affacciava alla ribalta della Storia, oggi rappresentano un imperativo categorico per garantire un futuro possibile all'umanità.

Ma i coltelli sono stati sostituiti dalle bombe all'uranio, mentre una quantità sempre maggiore di persone è costretta ad abbandonare la propria casa ed a sentirsi straniera in ogni angolo del pianeta. Il numero di coloro che muoiono di fame aumenta incessantemente, con la stessa velocità con la quale una minoranza sempre più ridotta accumula profitti incommensurabili. Nemmeno il Signore può riposare, scomodato ora per benedire le guerre, ora per giustificare l'ennesima strage: diversi sono solo i nomi con i quali è invocato. Ma è sempre e solo il Signore degli eserciti ad essere celebrato dalle nostre televisioni e dai nostri giornali, nuove fanfare di guerra nelle mani dei generali di sempre.

Di fronte all'assassinio dello sceicco Yassin, pianificato in una regolare riunione del consiglio dei ministri dello stato d'Israele, di fronte ad una guerra scatenata su delle bugie di Stato, le parole che abbiamo fino ad ora utilizzato per definire le categorie politiche non bastano e si confondono; ed estremamente attuale risulta, paradossalmente, un breve brano del De civitate dei di sant'Agostino (ricordato recentemente da Revelli nel suo ultimo libro La politica perduta): «Intelligente e verace fu, perciò, la risposta data ad Alessandro il Grande da un pirata che era caduto in suo potere. Avendogli chiesto il re per quale motivo infestasse il mare, con audace libertà, il pirata rispose: `Per lo stesso motivo per cui tu infesti la terra; ma poiché io lo faccio con un piccolo naviglio sono chiamato pirata, perché tu lo fai con una grande flotta, sei chiamato monarca'».

Dal Kosovo all'Afghanistan all'Iraq è evidente come nessuna di queste guerre abbia raggiunto i propri obiettivi: la pace è ben lungi dal regnare indisturbata ed il terrorismo che doveva essere sconfitto ne esce rafforzato. «I fatti sono argomenti testardi» diceva il moderato George Bernard Shaw; ed infatti di fronte a queste evidenze risulta impossibile comprendere come la maggioranza della neonata lista riformista anziché protestare contro il governo che non gli ha permesso (rifiutandosi di sdoppiare il decreto) di votare a favore delle missioni in Afghanistan ed in Kosovo, non abbia ritenuto doveroso avviare un'autocritica sulle guerre umanitarie delle quali è stata protagonista o comprimaria.

«Tra i vinti la povera gente faceva la fame. Tra i vincitori faceva la fame la povera gente. Egualmente», scriveva Bertolt Brecht ne La guerra che verrà. Ed infatti in tutti i Paesi occidentali cala il potere d'acquisto dei salari, aumentano l'insicurezza sociale delle famiglie in modo speculare alla paura per possibili attentati. Il legame tra la globalizzazione liberista e la guerra, è da sempre al centro dei lavori del Forum Sociale Mondiale, da Porto Alegre a Mumbay e di tutte le campagne realizzate dal movimento: da quella contro la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici a quella per l'accesso ai farmaci anti-Aids e per la sovranità alimentare. E' su questi terreni che si gioca la credibilità del movimento nel rappresentare una reale speranza agli occhi delle grandi masse del emisfero sud come dell'emisfero nord; e le vittorie anche parziali su temi così importanti per l'umanità rappresentano anche l'unica vera possibilità di prosciugare quel mare di povertà ove il terrorismo internazionale cerca di reclutare la propria disperata manovalanza.

«Se offro da mangiare ai poveri mi chiamano santo. Se chiedo perché i poveri non hanno da mangiare mi chiamano comunista», affermava don Hélder Camara e, ovviamente, per i suoi accusatori, «comunista» era uno dei peggiori insulti possibili. E' permesso fare donazioni e opere di carità, ma se oltre a gestire una mensa per gli immigrati o ad assistere un malato di Aids ti batti per chiudere un centro di permanenza temporanea o per contrastare i profitti stratosferici delle multinazionali farmaceutiche, allora sei un soggetto pericoloso da reprimere. E' la politicità del movimento che è contrastata e non solo da destra. Al massimo, ci viene detto, il movimento può rappresentare dei bisogni, sollevare degli interrogativi, ma non certo misurarsi sulla realizzazione di proposte concrete. Ma il movimento è ormai fuoriuscito da qualunque riserva indiana, e sta costruendo quello che potremmo definire come un nuovo umanesimo: un sistema di pensiero fondato su grandi ideali ma saldamente ancorati a una progettualità concreta ed in grado di raggiungere progressivamente sintesi sempre più alte. In questo percorso coabitano alcuni filoni di pensiero che hanno le loro radici nelle grandi tradizioni culturali del XIX e XX secolo, nel socialismo, nel comunismo, nel cristianesimo, nell'ambientalismo, nel femminismo... spesso si rifanno a percorsi eretici o comunque critici verso le esperienze storiche realizzate in nome dell'ufficialità delle proprie ideologie. Sarà fondamentale per il movimento, in Italia come in Brasile, mantenere anche in futuro un'autonomia dal quadro politico, qualunque esso sia, evitando esperienze passate di cinghia di trasmissione o di obbligato silenzio per non disturbare il guidatore.

D'altra parte si pone fin da ora la necessità di costruire in Italia, ma anche in Europa, una sinistra antiliberista, plurale, nonviolenta ma capace di disobbedire alle leggi di morte di questa società, in grado di guardare in modo propositivo al futuro. Mi pare, senza volerne forzare il pensiero, che andasse in questa direzione l'appello rivoltoci da Pietro Ingrao, durante il Forum sociale europeo a Firenze, quando ci spronava ad interrogarci sull'efficacia del movimento anche sul/nel quadro politico istituzionale. Su questo terreno allo stato attuale nessuno può parlare a nome del movimento o rivendicarne la rappresentanza. Oggi chi decide di avventurarsi in quello spazio che sta tra un'ampia area antiliberista presente sul terreno sociale e culturale (che stimo abbia già oggi un'ampiezza del 12-15 per cento) e le attuali forme della rappresentanza politica, nel tentativo di ridurne le distanze, è consapevole che compie una scelta, utile e anche necessaria, ma la responsabilità della quale è ovviamente personale, anche se, senza dubbio, è maturata nell'esperienza collettivamente vissuta in questi anni.

In Italia il nascente partito riformista appare sempre più spostato verso il centro, si colloca dentro le compatibilità del sistema liberista riproponendo l'illusione di poter governare in modo temperato l'attuale globalizzazione semplicemente sostituendo gli uomini collocati ai posti di comando. Contemporaneamente un'area vastissima, segnata da un'ampia presenza di provenienza cattolica, vive il proprio attivismo sociale e la domanda di coerenza etica, di cui si sente portatrice, come orfana di una stabile interlocuzione politica. Questa sofferenza attraversa con forza anche molti che per ora continuano a votare Ds o Margherita, cercando, all'interno di tali formazioni, di ridurre i danni andando alla ricerca di quei volti che sono percepiti come meno distanti dalle proprie posizioni. La costruzione di un'area politica antiliberista, rispettosa delle identità di ciascuno, richiederà un percorso difficile, non sempre lineare, ma che va avviato senza settarismi, guardando al futuro con la consapevolezza che non tutto si gioca in pochi mesi, ma anche sapendo bene che non abbiamo davanti a noi tempi infiniti: il precipitare degli eventi non ci autorizza alcuna esitazione. Tra le diverse soggettività che potranno/dovranno avere un ruolo fondamentale in tale percorso ritengo che la funzione de il manifesto, ovviamente nel pieno rispetto della propria autonomia, sia, per la storia antica e recente della quale è portatore, naturalmente essenziale. In Italia la necessità di trovare comunque una qualche intesa, la più ampia possibile, per sconfiggere quanto prima il governo Berlusconi rappresenta una priorità fortemente condivisa, ma le modalità attraverso le quali costruire tale rapporto non sono certo ininfluenti. E' essenziale che l'insieme della sinistra antiliberista sia in grado di far pesare, nella definizione di un programma, i propri comuni punti di vista.

Dalle riflessioni fin qui espresse è scaturita la mia disponibilità ad accettare, come indipendente, la candidatura per le elezioni europee propostami da Rifondazione Comunista. Nella mia decisione è stata fondamentale la scelta, compiuta da Rifondazione, di porsi l'obiettivo della costruzione in Italia ed in Europa di una sinistra antiliberista plurale che non sia la semplice crescita del Prc su se stesso, né la classica annessione di spezzoni di altre organizzazioni politiche piuttosto che l'accordo tra gruppi dirigenti, ed in questo senso mi pare decisamente interessante il percorso avviato con la costruzione della Sinistra Europea. Un percorso da condividere con pari dignità anche con chi è portatore di riferimenti culturali ed ideologici differenti. Nella medesima direzione va il riconoscimento, più volte ribadito dai dirigenti di Rifondazione, della pluralità delle forme in cui si organizza oggi la politica e la sua rappresentanza, non più di esclusiva proprietà dei partiti. D'altra parte questa fruttuosa convivenza tra diversi Rifondazione l'ha sperimentata nel pieno dell'evoluzione del movimento, da quando, allora unica forza politica, partecipò fin dall'inizio alla costruzione di quello che poi sarebbe diventato il Gsf, il Genoa Social Forum, fino all'attuale straordinaria esperienza del movimento per la pace.

Le elezioni europee costituiscono una prima opportunità per avviare un percorso in questa direzione, valorizzando le tante esperienze che il movimento ha accumulato su questo specifico terreno. Ma sul ruolo dell'Europa e sullo spazio che una presenza nel Parlamento Europeo può offrire a chi proviene da un'esperienza di movimento, spero, con il permesso de il manifesto, di poter fornire su queste pagine uno specifico contributo nel prossimo futuro.

Vittorio Agnoletto
Roma, 28 marzo 2004
da "Il Manifesto"