Elezioni politiche, 13 - 14 Aprile 2008. La redazione di “Liberazione” ne discute con Fausto Bertinotti.

«Il 13 aprile nasce la nuova sinistra»

Bertinotti: «Nuova sinistra, processo irreversibile», «Governo Prodi: siamo stati sconfitti, ma dovevamo tentare», «Il Tibet? Importante perché pone il problema dell'autonomia», «Andremo all'opposizione, ma la sinistra non dovrà essere solo denuncia e protesta»

Fausto Bertinotti (Riccardo Antimiani - Eidon)

Fausto Bertinotti

Photo by Riccardo Antimiani (Eidon)

Una campagna elettorale ingessata dal duopolio Pd-Pdl sui media, i compiti della Sinistra Arcobaleno nella società e nelle istituzioni, i rischi di neocentrismo e le "praterie" che in futuro potrebbero aprirsi a sinistra. Più che ottimista, Fausto Bertinotti è «speranzoso». In un forum di un'ora e mezza con la redazione di Liberazione , il candidato premier della Sinistra Arcobaleno confida i suoi timori per il voto di aprile e per la fase politica che si è aperta, riconosce la difficoltà della sfida, ma sembra disegnare scenari che solo per un periodo potrebbero portare vacche magre a sinistra.
Le convergenze programmatiche tra il Pd di Veltroni e il Pdl di Berlusconi non porteranno stabilità, scommette Bertinotti. Tutt'altro: fa fede quanto sta succedendo in Germania, dove sotto un governo di Grande coalizione «sono ripartiti gli scioperi» e la Spd si guarda a sinistra, alla Die linke. E anche in Francia, dove lo sforzo calmieratore del conflitto sociale portato avanti da Segolene Royal in campagna elettorale (perfetto stile Pd) si è specchiato nelle politiche di Sarkozy e ora la sinistra cresce alle amministrative. Insomma, non tutto è perduto anche se al momento «la crisi della politica, che reca con sé anche la crisi di credibilità dei media, è pesante». La Sinistra Arcobaleno, avviata in un cammino unitario «irreversibile», sottolinea più volte il candidato premier, viaggia «verso l'opposizione, pur non dismettendo l'analisi del rapporto tra società e governo». Obiettivo: crescere. «In campagna elettorale dobbiamo dare il senso dell'impresa di costruire una nuova sinistra. Bisogna far sì che la sinistra non sia solo denuncia e protesta, è un pericolo che va contrastato».

PIERO SANSONETTI:Ci fai una valutazione di questa campagna elettorale? Abbiamo speranze di uscirne vivi?

BERTINOTTI: E' difficile farsi un'opinione sull'andamento della campagna elettorale e sul suo esito. Tanto vale essere fiduciosi, ottimisti, speranzosi. In questa campagna elettorale ci sono due piani che secondo me non interagiscono. Il primo è il piano dell'inchiesta. In campagna elettorale si moltiplicano le relazioni con il Paese, avviene un censimento dei bisogni e ne scaturisce anche una discussione interessante sul rapporto tra i bisogni e le risposte che tu dai. La gerarchia dei problemi di questa campagna elettorale è a favore nostro, indica la necessità di un discorso di sinistra.
Non c'è nessuno che non metta i salari al primo posto delle priorità. Non era così nella scorsa campagna elettorale, quando noi facemmo la campagna sul "non si arriva alla fine del mese", ma allora era una tesi molto radicale e molto configurata in una certa realtà socio-politica, non aveva alcuna capacità espansiva. Adesso, tutti, sia quelli che pensano che i salari vadano aumentati, sia quelli che fanno finta, sia che non fanno finta, considerano il tema al primo posto nella gerarchia. Non al primo posto in una gerarchia di coinvolgimento emotivo, però. Perché? In genere, nella nostra tradizione di esperienza di campagna elettorale, comizi e manifestazioni, la questione salario è immediatamente la questione giustizia ed è immediatamente la questione identitaria. Oggi, anche forse per la sua estensione, è una questione di necessità, di bisogno fortissimo, non così in rilievo di cultura politica da costituire un elemento identitario ed emozionante. Lo sono invece i diritti civili, i diritti della persona che, secondo quanto ho visto in campagna elettorale, assolutamente prendono il primo posto nella capacità di costituire emozione e passione. Lo misuri dagli applausi: l'intervento di una donna sulla nascita e l'aborto, per esempio, evoca un elemento di costituzione del tuo popolo che tempo fa si produceva sulle questioni sociali.
L'altro piano della campagna elettorale è come viene raffigurata nelle comunicazioni di massa. Parlo del duopolio Pd-Pdl. I contenuti programmatici di ciascuna forza hanno un evidente carattere strumentale, sono inattendibili. Quando vengono tradotti sul piano della comunicazione, nessuno crede che quello sia un discorso che abbia una pregnanza, che induca un rapporto con il voto. C'è solo la richiesta di parteggiare in termini passivi, di delega. La domanda non è più: "Quali problemi vuoi risolvere e come", ma "Chi vince". L'elettore è trattato come uno spettatore di una partita di calcio quando la sua squadra del cuore non è in campo. L'elettore è di fatto partecipe esterno di una competizione.
Ora, quale dei due piani vince? Non so dare una risposta. Nel sistema delle comunicazioni di massa è attesa la vittoria del secondo, io non ne sono così sicuro perché secondo me non c'è solo la crisi della politica e delle istituzioni ma anche la crisi della credibilità delle comunicazioni di massa e dei comunicatori. E' anche per questo che i sondaggi, con tutto il rispetto per le professioni, non sono attendibili. Per tutto questo è difficilissimo fare una previsione sul voto. Aggiungo un'altra ragione: oggi il carattere unitario del Paese è messo in discussione radicalmente, non c'è nel Paese reale e nei corpi intermedi, nelle istituzioni. La scomposizione sociale è enorme. Anche quando si dice nuove generazioni, di chi parliamo? Quante sono le facce di questo prisma? Certo che è un prisma, ma le facce muovono in direzioni totalmente diverse tra di loro, rifrangono mondi completamente diversi tra loro. Per questo bisogna trasmettere il senso dell'impresa. Come dicevano i vecchi: "Per non sapere né leggere, né scrivere questo faccio". Noi, per non sapere né leggere, né scrivere, dobbiamo porre l'accento sul senso dell'impresa di costruire una sinistra nuova in Italia. Non è una mossa del cavallo, ma l'unica conclusione possibile che puoi trarre in questo magma per tentare di ricomporre queste facce articolate in un'idea di società, di cambiamento.
I sondaggi contano poco. Per capire, è più utile uno sguardo soggettivo. In campagna elettorale ho notato che appena spunta la possibilità di questa nuova sinistra, non di un cartello elettorale ma di un soggetto politico, scatta una partecipazione coinvolta. A volte bastano anche solo elementi simbolici. Esempio: comizio alla Sala dei Notari a Perugia, così piena l'abbiamo vista solo con Ingrao in passato, per me è come una medaglia al valore... Parla Claudio Carnieri, pezzo storico della sinistra umbra. Il fatto che parli lui ed io, cioè due che ieri non stavano nella stessa formazione politica, fa scattare una condizione psicologico-culturale e sentimentale tutta diversa. C'è un salto rispetto al comizio ordinario perché è come se diventasse immediatamente credibile e alla portata la costruzione del soggetto della sinistra.
Il risultato della campagna elettorale dipenderà in larghissima misura da questo fattore, cioè da quanto riusciremo a dimostrare che è in corso di costruzione irreversibile il soggetto della sinistra italiana che nasce dalla Sinistra Arcobaleno.

SANSONETTI: Il tema che più appassiona è cosa farà la sinistra in futuro, come si fa, in che modo funzionerà...

BERTINOTTI: Di questo ne parliamo dopo il 14 aprile...

SANSONETTI: Ne parleremo dopo il 14 aprile, quando ci troveremo in una situazione politica nuova a conclusione di una campagna elettorale fra le più curiose che io ricordi, con due partiti fondamentali che si affrontano senza mordersi. E' probabile che dopo il voto ci ritroveremo in una situazione politica con elementi consociativi, non sappiamo quali, non sappiamo se ci sarà la grande coalizione. Ma la soluzione consociativa per gran parte delle forze politiche in Parlamento è dietro l'angolo: parte dalla dichiarazione di cancellazione del conflitto sociale del Pd, si conclude con la messa in mora della lotta politica. Io credo che una delle conseguenze sarà un'ulteriore divaricazione tra popolo e politica. Una situazione di questo genere non rischia di spingere l'attuale crisi della democrazia verso una crisi delle libertà?.

BERTINOTTI: Mi pare evidente che ci sia una propensione che non so se chiamare consociativa. La chiamerei neocentrista. Il punto cruciale è la tendenza a farsi centro da parte delle principali forze politiche, tendenza che non è lineare perché ognuna di queste forze si porta dentro delle contraddizioni rilevantissime. Il posizionarsi verso il centro vuol dire non potersi attenere all'idea del semplice temperamento del liberismo. La destra risponde alla recessione con il mantenimento dell'impianto liberista nel rapporto impresa-mercato-lavoro cui giustappone una copertura protezionistica sul mondo degli affari, mentre rielabora una pulsione autoritaria sul governo della società. Perché lo fa? Perché, secondo me, non crede per nulla alla pacificazione della società, idea che invece è il cavallo di battaglia del Partito Democratico. C'è una differenza tra realtà e illusione perché la destra si rapporta in termini allarmanti, ma coglie la realtà, mentre il Pd può avere una fisionomia iperconciliativa pagando il prezzo di cancellare i conflitti, le contraddizioni reali. Non a caso non parla di recessione: su Alitalia non sa che dire. La destra si inventa la soluzione italiana, gli altri non sanno che dire perché non prevedono né la crisi, né il conflitto. Tenta di fondarsi su un "nuovo" che accoglie la continuità del primato e dell'impresa e va oltre l'interclassismo. Scusate lo sfizio: non è vero che questa roba è figlia della Democrazia Cristiana. La cultura democratico-cristiana era interclassista, ma nei suoi lati più dinamici è stata in grado di analizzare due lati fondamentali di quella fase del capitalismo. Uno: l'importanza dell'intervento pubblico in economia. Due: la dinamica del conflitto sociale, la contesa industriale. L'interclassismo della Dc non passava per niente per la negazione del conflitto sociale. Più che interclassista, dunque, il Pd è a-classista e ha un'idea dell'innovazione che assume come paradigma generale quello della crescita e dell'impresa.
Queste tendenze neocentriste - un arco che con tutte le sue articolazioni possiamo chiamare di pensiero unico, con un punto di convergenza sulla crescita - possono determinarsi con delle variabili. Ci può essere la Grande coalizione, che sarebbe la forma più organica; può determinarsi un governo asimmetrico convergente e unitario sul terreno delle riforme istituzionali; oppure un governo dell'esecutivo, ipotesi non meno insidiosa perché l'obiettivo di questa campagna elettorale, quella di andare verso una soluzione presidenzialista e maggioritaria, rispolvera l'idea di una riforma non solo della legge elettorale. Uno dei pericoli da denunciare è che si costituisca una maggioranza parlamentare tale da poter fare una riforma presidenzialista e sostanzialmente bipartitica, per esempio con un'accentuazione del modello francese.
Le variabili potrebbero essere anche più di tre, ma una cosa assolutamente da evitare è attribuire a queste tendenze neocentriste un elemento di stabilità. Perché nei paesi europei cova un'instabilità e un'incertezza di fondo. Prendiamo la Germania: il paese più stabile del mondo si è dato un assetto di grande coalizione, ma che sta succedendo? Ripartono gli scioperi, Berlino è rimasta paralizzata per una settimana dallo sciopero dei dipendenti dei trasporti, è ripartito il conflitto nel pubblico impiego e nei comparti industriali, ci sono mille conflitti compresi quelli ecologisti, c'è un dissenso crescente nei confronti della Grossekoalitione, cresce il successo della Die Linke, si apre una crisi nella Spd che sembrava impermeabile a qualunque discorso anche vagamente di sinistra. In Francia: non c'è un assetto neocentrista in corso? Perché Segolene Royal cosa ha spiegato in campagna elettorale con il suo populismo dolce assai simile a quello che conosciamo in Italia? Segolene ha fatto un'operazione veltroniana ante-litteram, pur essendo donna. Poi succede che vince Sarkozy, coopta socialisti nella sua squadra, si va alle amministrative, lui prende una botta e quella sinistra che sembrava morta si rianima, pur restando dispersa.
Perché? Un conto è l'annuncio, un conto è la realtà. Questo capitalismo, con queste sue contraddizioni e questa vocazione totalizzante, di tenere tutto sotto controllo, non ce la fa. Chi è al governo è tendenzialmente sbalzato dalla sella, che sia Sarkozy o no. Non sono in grado di configurare delle politiche di consenso e integrazione, grande tema del capitalismo d'antan che riconosceva il conflitto, anzi per un periodo l'aveva sussunto come elemento di dinamizzazione della produttività e della competitività. Qui sta la forza della proposta della sinistra di alternativa, non in un marchingegno politicantista ma nel prendere visione che: facciano come vogliono, su quella strada vanno a sbattere su nuove contraddizioni e un quadro destabilizzato. Se la sinistra ha un progetto, un'aderenza ai processi, l'instabilità e i conflitti possono assumere una fisionomia progressiva, sennò ne acquistano una distruttiva. Ma l'idea che questa società europea così squassata da mille contraddizioni venga disciplinata da lor signori, è un'idea che non esiste.

RINA GAGLIARDI: Il quadro analitico è molto chiaro, ma l'argomento "come fa un paese a non avere una forza di sinistra" sembra non sfondare. Persuade la parte militante, per noi è ovvio, ma non convince gli altri. Mi sembra che la percezione delle grandi categorie sinistra-destra sia un po' perduta. Cos'è che non fa scattare il tema del bisogno di sinistra?

BERTINOTTI: La cosa non ci piace, ma è comprensibile per due ragioni. La prima: tu parli della consapevolezza di un vissuto, di cosa significa sinistra di massa. E' vero che buttato il sasso della sinistra, i cerchi concentrici non vanno molto più in là. Perché? Perché una sinistra per la cui esistenza le masse siano disposte a mobilitarsi è quella che alla prova dei fatti, nel quotidiano, abbia dato una mano, abbia costituito un elemento di risposta al problema, non sia, invece, un elemento del problema. Il punto è che negli ultimi 25 anni questa sinistra come potenza di intervento non si è data. Secondo: nell'89 e dintorni, quando il movimento operaio e comunista arrivò a un punto della sua storia in cui gli fu richiesto un mutamento, in quel momento sarebbe stato possibile proporre un cambiamento nella continuità. Come dire: da questa crisi, dal crollo del muro, ricostruiamo una nuova forza comunista. In quel momento sarebbe stato possibile perché avresti lavorato sull'esistenza di un patrimonio diffuso e accumulato, di storie personali e collettive, di istituzioni ancora esistenti, di presenze nella società che avrebbe potuto farsi forza per operare questa riconversione in marcia. C'è stata Rifondazione Comunista, ma non è avvenuta una riconversione del movimento operaio. Anzi: la lezione prevalente è stata l'uscita da destra dalla crisi del movimento operaio, cioè l'idea che dovevi progressivamente spostarti verso l'abbandono della categoria fondativa della sinistra nel movimento operaio che è quella dell'uguaglianza.
Dunque, noi scontiamo una perdita di efficacia, fuori dal quadro militante. Che memoria si ha oggi della sinistra? Non è più quella del movimento operaio e del partito comunista, ma è quella di questi ultimi 20 anni durante i quali la sinistra si è fatta progressivamente centro. La nozione di sinistra si è frantumata in mille schegge. Cito una frase di Luigi Pintor, bisognerebbe scriverla sulle nostre bandiere: "Ci vorrebbe un nuovo inizio, una nuova assunzione di responsabilità personale e collettiva. Basterebbe ritrovare la fiducia nella propria gente, quella che non si riconosce in questa società e rimeritarsene la fiducia. Se c'è questa comune ragione d'essere, questa dignità antica, ci si può dividere e scontrare su tutto il resto. Ma se manca, come oggi manca, il vecchio e il nuovo partito si dissolveranno". Adesso è un nuovo inizio per la sinistra e, se non riusciamo a darne conto, non ce la possiamo fare, perché veniamo, oltre che dalla sconfitta del '900, anche da una sconfitta del nostro tempo. L'esperienza di Rifondazione è meritevole, ma è parte di questa sconfitta anche se è senza colpe. Per questo, io credo che nel processo unitario a sinistra ognuno deve dire per sé cosa tiene e cosa lascia. Cioè: Rifondazione per Rifondazione, Pdci per il Pdci, i Verdi per i Verdi, stessa cosa per Sd e la sinistra diffusa. Bisogna che proviamo a fare questo esercizio per il nuovo inizio e il collegamento con la propria gente.
Facendo un esercizio drastico, io penso che vada portato nel processo di costruzione della Sinistra Arcobaleno il rinnovamento politico-culturale che è vissuto dentro Rifondazione Comunista, dalla rottura di fondo con la cultura dello stalinismo fino alla nonviolenza, passando per l'immersione nei movimenti. Cosa va abbandonato? La cultura organizzativa in cui abbiamo lasciato imprigionare questa innovazione. Il nostro rinnovamento culturale si è prodotto sul terreno delle culture politiche e non sul terreno delle forme di organizzazione della politica. Dobbiamo sperimentare forme di organizzazione che consentano una riconnessione sentimentale con il tuo popolo, sennò non ce la facciamo e l'organizzazione funziona come intercapedine e si ferma lì. Faccio un'autocritica rispetto al periodo della mia direzione di Rifondazione: rivendico il coraggio innovativo del congresso di Venezia, ma, curiosamente, visto che noi veniamo dalle culture critiche ed eretiche del movimento operaio e abbiamo assorbito la lezione del femminismo e della cultura di genere, c'è stato anche un errore politico. Parlo per me: ho pensato che si potesse fare l'innovazione politico-culturale solo pagando il prezzo di non toccare il paradigma organizzativo.

ANUBI D'AVOSSA LUSSURGIU: Ma intanto il processo di ristrutturazione del quadro politico sta andando avanti e noi potremmo non avere in mano gli strumenti adatti. Allora, a proposito di forma politica e riorganizzazione del conflitto, il progetto politico della sinistra è in grado di farsi carico di questioni quali quella della crisi della democrazia rappresentativa e del rapporto tra simbolico e pratico?.

BERTINOTTI: Intanto, vorrei segnalare la natura e il tipo di questa discussione, di cui dovremmo non solo menar vanto ma anche a portare alla luce del sole il carattere unico nella vicenda politica italiana; fatemi vedere qualcosa che gli assomigli! Che in una camapgna elettorale, invece di discutere di cosa dice il sondaggio o di cosa ha detto quel leader lì o quell'altro, c'è qualcuno che fa discussioni di questo tipo vorrei che fosse messo in rilievo. Il che vuol dire che questa cosa di cui parliamo, la Sinistra arcobaleno come luogo di costruzione della nuova sinistra, ha una corrispondenza reale, non è un oltrepassamento volontaristico. Per restare ai temi citati c'è effettivamente un filo da tirare, in una interlocuzione aperta. Agambem, secondo me, individua bene, sul tema della governabilità e della progressiva sostituzione del governo persino allo stato, uno degli elementi di logoramento, di crisi della democrazia rappresentativa. E indubbiamente la riflessione sul simbolico è parte cruciale della ricostruzione del rapporto democratico tra il popolo nelle sue articolazioni classiche e inedite e la rappresentanza.
Il punto è che siamo precipitati in una condizione di massacro del simbolico e di sconfitta del processo di allargamento della democrazia, soverchiata radicalmente dal processo di globalizzazione. E noi non siamo riusciti a far frone alle fasi di passaggio con cui quella globalizzazione ha prima istituito nuove istituzioni a-democratiche e poi ha eroso tutti gli elementi di confine tra la democrazia rappresentativa e le forme di democrazia diretta e partecipata. Laddove invece si è prodotta una riconnesione, per quanto discutibile, tra il simbolico, una nuova alleanza tra le sinistre e il popolo e un'idea nuova di democrazia (come in America latina) e, in particolare, laddove l'elemento critico della rappresentanza si è concentrato in un soggetto capace di portare questa critica anche dentro il processo costituente, lì hai persino una reale possibilità di successo: la questione indigena. Cosa diceva l'indigeno: fammi pure votare quanto vuoi, ma io sto fuori comunque, perché sta fuori la mia lingua, la mia cultura, la mia civiltà. Con Morales, è la cultura stessa indigena che cambia le modalità della formazione democratica e va oltre una testa un voto, va oltre la delega, perché propone una modalità di organizzazione del consenso su basi più arricchite. Si poteva dire: non ce la faranno mai. Per ora, questa connessione di nuova alleanza, simbolico, idea critica della democrazia rappresentativa e dei meccanismi che la travalicano riesce a costituire un'esperienza straodinaria. Non penso che si possa dire può succedere solo nelle Ande.

CLAUDIO JAMPAGLIA:
Una domanda veloce e abbasso un po' il livello...

BERTINOTTI: ...sennò non ci vota nessuno.... ( Risate )

JAMPAGLIA: Ecco, non volevo dirlo...Dunque, la domanda. Ci sono due problemi ai quali dobbiamo rispondere. Uno è contro di noi: l'antipolitica; uno è a nostro favore: i giovani. Come ci poniamo verso queste due questioni, anche rispetto al ragionamento "alto" che abbiamo fatto fino adesso? C'entra o no, anche, il modo come ci siamo organizzati in questi anni?.

BERTINOTTI: Il problema fondamentale è come ricostruire il lavoro politico. Perché siamo in una condizione in cui quella che chiamiamo antipolitica ha semplicemente colmato (malamente) un fossato che si è prodotto tra il paese ufficiale e il paese reale. Dobbiamo contrastare gli elementi di imbroglio, anche volgare, che l'antipolitica contiene. L'imbroglio lo si vede dal fatto che l'antipolitica non è mai in grado di contrastare privilegi e poteri, anche incomparabilmente superiori a quelli della "casta", se sono extrapolitici. Il che non vuol dire, tuttavia, che non esista un problema di moralità pubblica. Contrastare l'antipolitica vuol dire combattere il carattere spesso insopportabile di un populismo che è sempre stato servitore delle classi dirigenti; ma contemporanemanete, una politica di riforme la devi fare, il problema è reale. In questo quadro, quello che è fondamentale è il riapparire di una presenza diretta dell'organizzazione politica a ridosso delle situazioni di vita quotidiana che non hanno un'interlocuzione. Faccio un esempio. Torino, il giorno dopo i morti alla ThyssenKrupp: un silenzio tombale e un astio percepibile. Di chi? Degli operai nei confronti di tutti gli altri. Come se fosse caduta una saracinesca sui cancelli della fabbrica: un noi indeclinabile in termini politici, chiuso, rinserrato.

Puoi spiegargli le cose fin che vuoi in campagna elettorale. Ma finché non ricostruisci un rapporto quotidiano, permanente, con loro, senza uno scambio permanente tra te e lui, non si può risalire la china. Perché lui si fida soltanto di chi ha fatto un lavoro politico continuativo con lui. Poi c'è la propaganda, la demistifacazione. Sono ad esempio sconvolto dalla sfacciataggine rispetto a Genova e al G8. Almeno bisogna riuscire a bonificare il dibattito politico da quegli elementi che altrimenti si aggiungono ad alzare il tono dell'antipolitica. Insomma, se non si riesce a far percepire le diversità, il mondo politico diventa un elemento omologato ed è evidente che l'antipolitica cresce: dobbiamo riuscire a dire che non siamo tutti uguali, che una differenza tra noi e gli altri c'è e c'è stata.

SIMONETTA COSSU: Mi sembra che questa sia una campagna elettorale chiusa, che non guarda cosa accade nel resto del mondo. A parte il caso del Tibet, che però appare sui giornali perché mette d'accordo tutti. Non è anche questo un elemento della crisi della politica?.

BERTINOTTI: E' indubbio che ci sia un condizionamento dell'agenda politica da parte delle principali forze. Però terrei fuori il Tibet, perché è una questione che ci interessa direttamente. Anche perché dobbiamo scrollarci di dosso l'idea che le grandi crisi internazionali siano affrontabili secondo la nostra vicinanza con i protagonisti dei conflitti. Per questo è importante il Tibet: è evidente che noi non siamo i monaci, ma quelli pongono un problema di autonomia, di riconoscimento di cultura, di civiltà. Portano avanti una linea che a me interessa molto, perché diversa sia dal separatismo (Kosovo) sia dal centralismo autoritario. Una sorta di "autonomia nell'unità" e quindi mi interessa molto. E poi c'è il fatto che la repressione, qualunque regime la faccia, è intollerabile.

ANGELA MAURO: A propostito di conflitti e movimenti: papa alla Sapienza. Ho notato un deficit di incisività della sinistra in quella occasione. Cosa ne pensi?.

BERTINOTTI: Sulla vicenda specifica, può esserci una diversità di toni. Però, anche in questa campagna elettorale, della questione della laicità abbiamo fatto un elemento connotante della nostra fisionomia. Mi seMbra incontestabile. Anzi, si può dire che questo è uno di quei temi che entra nel Dna della Sinistra arcobaleno. Laddove, anche nella storia delle sinistre, invece, entrava (come quello ambientale) più come battaglia di tendenza per affermarsi che come elemento costitutivo. Insomma, su questo versante, come su quello della scuola pubblica, abbiamo detto cose convincenti. Naturalmente, c'è sempre il problema di riconoscere per tutti il diritto all'espresione; ma lì è evidente che si trattava di una cosa diversa dalla possibilità di esprimersi.

TEFANO BOCCONETTI:
Mi sembra che tra i temi scomparsi da questa campagna elettorale ci sia anche quello dell'analisi, della valutazione di questo anno e mezzo di governo Prodi. Perché la Sinistra arcobaleno non ne parla? E ti chiedo: che cosa non ha funzionato in questo anno e mezzo nel rapporto tra politica e movimento? Infine, brutalmente, in questa campagna elettorale c'è una sorta di delega al gruppo dirigente della sinistra: pensi che le tappe successive al voto saranno quelle ufficiali dei congressi; o c'è bisogno di una "forzatura" come tutti si aspettano?.

BERTINOTTI: Domande complicate. No, anzi semplici, ma meriterebbero più tempo. Sul governo non sento alcun imbarazzo. E' un bel guaio perché abbiamo perso. Ma a): dopo 5 anni di governo Berlusconi, c'era un'area così vasta di richiesta di cambiamento che se una forza di sinistra non l'avesse accolta, nell'unico modo possibile (costruire un'alleanza per cercare di vincere) sarebbe stata giustamente cancellata. b): si è cercato di dare una consistenza a questa alleanza con un programma persino dettagliato. Si è sorriso, ma era un buon programma nell'ispirazione. Col senno di poi, certo, c'era un vizio politico, lo riconosco: abbiamo cercato di essere garantiti attraverso il dettaglio della formulazione, cioè quasi creando la possibilità di traduzione in una proposta legislativa, punto per punto. Laddove, invece, c'è proprio il primato della politica: l'unico modo doveva essere quello di un confronto sulle grandi opzioni, strategiche, sull'interpretazione di fondo. Forse abbiamo cercato una scorciatoia che poi si è rivelata inadeguata. c): in quel governo si sono fatte delle cose buone. Come al solito, ne prendo una per tutte, perché è un compromesso: la politica internazionale. Secondo me ha segnato un'innovazione rispetto al governo precedente. L'Italia è stata vista diversa da tutto il mondo. Soltanto che sul terreno delle politiche economiche e sociali, dei diritti civili, dell'organizzazione democratica, a parte qualche piccola misura, sull'essenziale, cioè su una politica di riforme, siamo stati sconfitti. Questo riguarda anche il parziale insuccesso iniziale del Senato. E però determinante è stata la diversa permeabilità del governo tra i poteri costituiti e forti da un lato e le domande della società dall'altro. E noi, che eravamo vicini alle seconde, siamo stati schiacciati dal progressivo allineamento del governo alle istanze dei primi. E infatti, abbiamo cominciato presto a suonare l'allarme, anche con un carattere a volte un po' fantasioso. Il punto di crisi dove si registra non casualmente? Giugno-luglio, quando la trattativa tra le parti sociali e il governo sulle questioni pensioni e mercato del lavoro diventa la cartina al tornasole per cui si capisce che il governo, al di là del fatto che cade da destra, ha visto il suo logoramento e la sua crisi di consenso nel momento in cui si è precluso la possibilità di indicare una via di uscita, per esempio, dalla crisi salariale contrastando la precarietà. La discussione sul perché non ce l'abbiamo fatta è una discussione che, anche qui senza imbarazzo, possiamo cercare di fare. Certamente il rapporto tra noi e i movimenti, noi e la società è il terreno prioritario che deve essere indagato a questo proposito. Non penso ci sia un deficit solo da un lato; penso che ci sia una connessione da reindagare e dobbiamo farlo, perché adesso attraverseremo l'opposizone; non possiamo dismettere, perché andremo all'opposizone, il terreno della ricerca sul rapporto tra la riforma della società e il governo. Non perché consideriamo il governo il vertice della politica, ma perché è una questione che non possiamo derubricare. Dobbiamo stare a sinistra e riscostruire la sinistra; ma non possiamo far sì che la sinistra diventi semplicemente la possibilità della denuncia e della protesta. Questo è un pericolo che è scritto nel necessario e sacrosanto passaggio all'opposizione. Ma questo pericolo va contrastato. Non è di sinistra chi urla di più o chi denuncia con più aggressività l'avversario. La nonviolenza va ripresa anche dal punto di vista della produzione di cultura politica. E infine, torniamo dove abbiamo cominciato la discussione. Penso che questo passaggio fosse obbligato: cioè l'intuizione, che pure era maturata, dell'esigenza della costruzione di una sinistra di alternativa. Ha preso la forma della Sinistra arcobaleno come era giusto che avvenisse, anche sfidati dalla campagna elettorale: i passaggi non tutti te li scegli tu. E' evidente che non è il più proficuo dei passaggi dal punto di vista della produzione dell'innovazione; ma, necessariamente, in questa campagna elettorale gli attori stanno già moltiplicandosi. Bisogna investire ognuno per questo processo. Anche il fatto che 250-260 sedi della Sinistra arcobaleno si aprono, non prendiamolo come un fatto burocratico: la domanda di avere delle case della Sinistra arcobaleno è una domanda di costruzione di un popolo. Perciò, penso che dobbiamo liberare questo processo di costruzione. E' un processo irreversibile? Sì, io penso che lo sia.

A cura di Angela Mauro e Romina Velchi

Angela Mauro, Romina Velchi
Roma, 23 marzo 2008
da “Liberazione”