Elezioni politiche 2008

Riflessioni sulla catastrofe della sinistra

Occorre necessariamente essere in grado di elaborare una proposta politica che sia in grado di coniugare la nostra identità con i bisogni cui vogliamo dare risposta, una proposta di classe e anticapitalista che parli ai nostri ceti sociali di riferimento. Una proposta che proponga realmente una alternativa di società ma che sia anche sufficientemente pragmatica da essere credibile.

Design by Tubalinfo

Un po' di storia

Nel 1892 veniva eletto il deputato romagnolo Andrea Costa. Era il primo deputato socialista nella storia d'Italia: la sinistra di classe entrava in Parlamento.
Nel 1921 con la nascita del PCd'I la Camera dei Deputati vedeva per la prima volta la presenza dei comunisti. Sarà solo la dittatura fascista a fare sì che i comunisti, come tutti i democratici, non facessero più parte degli organi politici dello stato.
Con la vittoria della Resistenza ed il ritorno del nostro Paese alla democrazia, i comunisti ed i socialisti conquistano oltre il 35% dell'Assemblea Costituente.
Trenta anni dopo, nel 1976, i comunisti raggiungono da soli tale percentuale e fa la sua apparizione nel Parlamento Italiano anche la cosiddetta “Nuova sinistra”. Si mantiene una pattuglia di deputati e senatori comunisti anche quando nel 1991, dopo il “terremoto” del 1989, la leadership del PCI, al seguito di Achille Occhetto, oggi presidente di Sinistra Democratica, decidere di sciogliere il più grande partito comunista d'occidente e di trasformarlo in una formazione dall'identità politica incerta ed indefinita, ma di cui oggi vediamo i veri obiettivi, o almeno gli esiti della deriva moderata con esso iniziata.
Il 13 e 14 aprile 2008 una indistinta alleanza di sinistra denominata “la Sinistra l'Arcobaleno” con al suo interno i comunisti (che ne rappresentano l'80% del potenziale elettorale), raccoglie solo poco più del 3% dei voti ed esce dal Parlamento. Si conclude (speriamo solo temporaneamente) un ciclo di 116 anni di lotte, di speranze, di sogni, di grandi conquiste sociali.

Le elezioni del 13 e 14 aprile sono probabilmente di quelle che passeranno alla storia, proprio per l'affermarsi del modello bipartitico e per l'uscita dal parlamento della sinistra di classe, che ha subito una debacle tanto catastrofica quanto inaspettata. E anche il fatto che fosse “inaspettata” una debacle simile, che ha portato i consensi della sinistra dall'11 al 3%, che nessuno neppure lontanamente ne avesse avuto sentore già ci dice molto sullo stato di salute del nostro partito.

Le cause della sconfitta

Una sconfitta elettorale come quella che abbiamo subito è un fenomeno complesso e quindi necessariamente dipende da una molteplicità di fattori.

Il voto utile

Certamente il voto utile ha avuto un suo peso, come d'altra parte si è perso un 1,5% circa verso liste come Sinistra Critica e PCL. Ma queste cause fanno parte del “gioco” della politica. Non si possono addossare ad altri, che si chiamino Ferrando o Veltroni, le responsabilità delle proprie sconfitte. Casomai si può dire quanto sia stato dannoso (non solo per noi) il richiamo al voto utile, che ha avuto l'effetto di far uscire la sinistra dal parlamento e non ha permesso comunque a Veltroni di fermare Berlusconi.

Il processo di costruzione della “Sinistra arcobaleno”

La gran parte della responsabilità è da addossare a noi stessi ed in particolare a chi ha gestito il processo di costruzione della “Sinistra arcobaleno”.
Tutti abbiamo notato quanto tale operazione sia stata di vertice, quanto non abbia coinvolto gli iscritti di nessuno dei quattro gruppi politici che ne fanno (o facevano) parte.
Così si voleva far nascere una sinistra realmente unita e realmente plurale nel paese: con una decisione dei gruppi dirigenti ristretti senza un percorso condiviso e democratico che coinvolgesse le centinaia di migliaia di militanti dei quattro partiti ed i milioni di elettori che vi si riconoscevano.

Il “Partito unico ”

Vero è che il precipitare della situazione politica del Paese e lo scioglimento anticipato delle Camere ha costretto a “fare in fretta”, come ammoniva Pietro Ingrao, ad unire la sinistra.
Vero è anche che non c'era nessun obbligo di creare, di fatto (o a dare l'impressione di volerlo fare) un partito in pochi mesi avviando, di fatto, senza nessuna discussione, lo scioglimento dei quattro partiti, partiti che peraltro avevano connotazioni politiche, identità e riferimenti internazionali ben diversi.
Credo che questo sia stato un altro elemento che ha portato a questa sconfitta. Niente ci vietava di dire chiaramente agli elettori: “vogliamo unire la sinistra di questo Paese, mantenendone le identità; si tratta di un processo che ha bisogno di passaggi democratici che richiedono tempo.
Per il momento ci presentiamo come una coalizione (magari mantenendo i simboli dei vari partiti in un simbolo unico), ma il cammino dell'unità della sinistra – per quanto lungo - è iniziato”. Insomma, Roma non si costruisce in un giorno.
Invece si è fatto il contrario: abbiamo forzato verso il partito unico accentuando i malumori presenti in almeno tre dei quattro partiti, in un percorso a tappe forzate nel quale i grandi esclusi sono stati i militanti ed i dirigenti di base.

Non solo, tre giorni prima del voto, muovendosi come un elefante in una cristalleria, Bertinotti ha avuto la bella idea di affermare che nel nuovo partito (già lo si dava per scontato: per sciogliere il PCI sono stati necessari due congressi e due anni e mezzo di tempo, per sciogliere il PRC sarebbe bastata la decisione di un ex Segretario nazionale) il comunismo sarà presente solo come tendenza culturale, esasperando ancora di più i malumori di coloro che materialmente avrebbero dovuto fare campagna elettorale nei territori.

E quanto poi queste forze fossero realmente unite lo si vede oggi: il PDCI si sfila, i Verdi iniziano a guardare al PD, Solo Sinistra Democratica non abbandona il progetto di una formazione che sia costruita a propria immagine e somiglianza ma solo più in grande, mentre una parte del PRC continua a riproporre masochisticamente una formula che si è rivelata disastrosa.

La questione del “simbolo elettorale”

Anche la questione del simbolo non è stata, probabilmente irrilevante. Mettendo frettolosamente in soffitta simboli storici come la falce ed il martello e, a suo modo, il sole che ride e presentandosi con un simbolo nuovo ma estraneo ai nostri elettori, proprio nel momento in cui fare leva sull'identità e sull'orgoglio di dire “io sono di sinistra” poteva essere un antidoto al richiamo al voto utile, abbiamo lasciato campo aperto alle scorribande del PD fra la nostra gente.

I nostri elettori tradizionali, trovandosi di fronte due simboli nuovi e poco eloquenti hanno scelto quello che almeno poteva sconfiggere Berlusconi, contribuendo così all'affermarsi di un sistema bipartitico e all'affossamento (forse irreversibile) dell'unità della sinistra, perdendo una occasione storica e forse irripetibile.

Esperienza di governo fallimentare

A questo poi si aggiunge una grandissima disillusione del nostro popolo deluso da una ulteriore esperienza di governo fallimentare dove alla prima fase, quella del risanamento economico, non è seguita la fase della redistribuzione. Di questo non abbiamo colpa ma abbiamo lasciato che altri ci addossassero queste responsabilità senza controbattere. E anche un fatto, marginale ma significativo, non è sfuggito ai nostri elettori: l'unica volta in questi due anni che abbiamo minacciato la stabilità del governo è stato quando si sono manifestate resistenze da parte dei settori moderati della maggioranza del governo Prodi all'elezione di Bertinotti alla presidenza della Camera dei Deputati.

La situazione attuale

La situazione in cui ci troviamo oggi è, senza mezzi termini, catastrofica. Trovandoci fuori del parlamento la nostra agibilità politica è prossima allo zero, specialmente in una situazione di gravissimo arretramento organizzativo del partito, il cui radicamento non è più quello di dieci anni o più fa. E non lo è più un po' perché il mondo è effettivamente cambiato negli ultimi dieci anni, ma un po' anche perché lo abbiamo trascurato, considerandolo quasi una zavorra, puntando tutto, di volta in volta, sull'internità ai movimenti o sulla nostra presenza istituzionale.

Per cinque anni almeno saremo assenti o quasi dalla televisione, che come tutti sappiamo, riveste un ruolo di primaria importanza nella formazione delle opinioni dei cittadini. Per cinque anni almeno non saremo in grado di partecipare alla formazione delle leggi dello stato, non potremo mettere in pratica nessuna opposizione parlamentare. Quando si privatizzerà, quando si decideranno missioni all'estero, quando si precarizzerà, noi non ci saremo a dire di no. Se avremo le forze lo potremo dire in piazza, ma c'è il rischio che i nostri megafoni non siano abbastanza per farsi sentire. Cinque anni almeno in cui saremo meno che marginali. Saremo assenti.

Cinque anni almeno in cui dovremo, come forza politica ma anche come individui, rifuggire da due rischi mortali: rifluire nel ribellismo e /o nell'identitarismo oppure nell'omologazione al PD. Ammetto (e me ne vergogno) che il mio primo pensiero a caldo, dopo aver visto i dati elettorali è stata: “che senso ha essere nella Sinistra arcobaleno adesso? Se devo stare in un partito che non incide niente allora meglio stare nel PCL che almeno ha un bel simbolo e si richiama alla mia identità politica; altrimenti se devo stare in un partito che nega la mia identità politica allora meglio stare nel PD, dove almeno c'è la possibilità di parlare a più persone e di incidere di più nella vita politica”. Questo modo di ragionare va combattuto e lo si può fare solo dando fiducia nell'efficacia nella nostra azione politica di tutelare i ceti sociali che ci proponiamo di rappresentare e di difendere.

Che fare?

Per questo non esistono ricette precostituite, nessuno sa esattamente cosa fare. Da parte mia, faccio alcune proposte. Certamente un primo passo, per quello che ci riguarda è che gli iscritti e le iscritte riprendano la parola, che si vada subito al congresso e che chi ha guidato il partito verso questo disastro si assuma le proprie responsabilità. Non si tratta di tagliare teste o di trovare capri espiatori, si tratta di prendere atto che una linea politica è fallita in modo tragico, portando il partito alla catastrofe. Un dirigente politico con un minimo di senso di responsabilità e anche di dignità ha il dovere morale di farsi da parte.

E' ora di cambiare rotta. Basta con le suggestioni immaginifiche, basta con le “mosse del cavallo”, basta con il liquidazionismo nei confronti della nostra storia e della nostra identità che ha solo mortificato, demotivato e spiazzato i nostri militanti invece che i nostri avversari.

Ma, anche dopo aver fatto emergere un nuovo gruppo dirigente (e bisogna farlo in fretta), cosa fare per sopravvivere per questi (almeno) cinque anni di “invisibilità”?

Credo che un nodo sia ormai ineludibile: Ha ancora senso che nel nostro paese ci siano due partiti comunisti, peraltro con la stessa collocazione? O meglio, ha senso che i comunisti in Italia non siano uniti?

Credo che ricostruire una soggettività comunista autonoma ed unitaria sia condizione necessaria per la ricostruzione di una sinistra in Italia, per ragioni storiche ma anche per la necessità di unire le nostre (deboli o debolissime) forze organizzative, che non ha senso disperdere per divisioni che, risalendo a tutt'altra fase politica, non hanno oggi alcun senso se non quello di renderci ancora più deboli.

Occorre poi necessariamente essere in grado di elaborare una proposta politica che sia in grado di coniugare la nostra identità con i bisogni cui vogliamo dare risposta, una proposta di classe e anticapitalista che parli ai nostri ceti sociali di riferimento. Una proposta che proponga realmente una alternativa di società ma che sia anche sufficientemente pragmatica da essere credibile.

Soprattutto una proposta che sfugga ai due rischi che citavo prima: il riflusso ribellista-identitario e l'omologazione. Mi rendo conto che è il compito più arduo ma è un nodo che non possiamo fare a meno di affrontare. Altrimenti non si capirebbe cosa ci stiamo a fare e perché non facciamo l'ala sinistra del PD.

Dobbiamo risolvere il nostro problema di visibilità. Da questo punto di vista grande responsabilità dovranno avere i nostri eletti nelle istituzioni: Parlamento Europeo, Regioni, Province, Comuni. In qualche modo queste compagne e questi compagni dovranno farsi carico di dare visibilità all'attività istituzionale del partito, compensando, almeno in parte, il vuoto lasciato dalla mancanza di Parlamentari. Queste compagne e questi compagni dovranno cercare di essere presenti sulla stampa, di “tenere botta”, di avere sempre qualcosa da dire, stando attenti a trappole e passi falsi.

Uguale attenzione andrà rivolta al sindacato. Dobbiamo essere in grado di inserire quante più persone possibili nel sindacato, spingere i nostri compagni ad assumersi ruoli sindacali nei posti di lavoro. Si può dare un minimo di visibilità, se non al partito, ad una proposta politica, ad una cultura politica, anche parlando ad assemblee di lavoratori. Lo stesso, dove e quando è possibile, va fatto negli organismi rappresentativi delle scuole e delle università.

Anche le strutture di partito devono sopperire a questa mancanza di visibilità: ben venga un comunicato stampa al giorno, giornalini locali, newsletter per email al maggior numero di indirizzi possibili, proliferazione di siti internet e blog, senza trascurare i più classici volantinaggi ai mercati, davanti alle fabbriche eccetera. Oggi fortunatamente la tecnologia ci permette di raggiungere con poco sforzo tante persone con costi modesti.

Occorre soprattutto ricostruire il partito

Ma soprattutto occorre ricostruire il partito. Il nostro partito è stato organizzato tradizionalmente come un classico partito di massa di ispirazione togliattiana. Oggi siamo la caricatura di un partito di massa ma senza essere neppure un partito di avanguardia di tipo leninista. Infatti quando si sono cessati gli sforzi per costruire un partito di massa si è semplicemente lasciato che il partito morisse d'inedia. Non se ne è curato il radicamento, non si è fatto partecipare alle decisioni di linea politica, si è usato solo come comitato elettorale e come mezzo di legittimazione plebiscitaria per decisioni già prese che creavano sconcerto in larga parte dei militanti e che avevano l'unico scopo di liquidare tutta l'esperienza storica del comunismo.

Occorre curare particolarmente il tesseramento ma soprattutto occorre rimotivare e formare i nostri dirigenti di base, segretari di circolo eccetera. Compagni che sono stati sulle barricate, spesso da soli, a difendere il partito dagli assalti predatori dell'Ulivo prima e del PD poi, dagli assalti del berlusconismo e della sua egemonia culturale. Compagni esposti alle imprevedibili mutazioni di linea politica del capo senza poterne discutere. Bene, questi compagni oggi sono la nostra ultima speranza. Questi compagni hanno bisogno, per poter continuare a fare quello che hanno fatto fino ad oggi, di una linea politica chiara e coerente. Solo così potremo avere un minimo di corpo militante che possa tornare a far politica sui territori, sui luoghi di lavoro e del conflitto in modo stabile, limitando il turn-over dovuto ai cambiamenti frequenti di linea, per cui durante le fasi “movimentiste” si avvicinava un certo tipo di compagni che poi si allontanavano durante le fasi “istituzionaliste”, durante le quali però si avvicinavano altri compagni. E' chiaro come questo, alla lunga “sfibri” il partito e lo renda poco credibile.

Non mi si dica che il tipo di partito che prospetto, basato sul radicamento territoriale e sociale e anche sull'identità, è superato, vecchio, impossibile oggi da realizzare e inefficace: è vero o no che in queste elezioni il partito che più ha puntato sull'identità e sul radicamento, cioè la Lega, è quello che ha ottenuto il miglior risultato? E' vero o no che in vasti settori popolari l'identità territoriale offerta dalla Lega ha soppiantato quella di classe, cui noi, in questi anni, abbiamo costantemente (e colpevolmente) messo la sordina?

Nei prossimi cinque anni ci aspetta un duro lavoro, ma ci sono i margini di recupero. Il misero 3% ottenuto alle elezioni non rappresenta tutto il bacino della sinistra. Sarebbe disperante. Non a caso alle amministrative il dato, pur non brillante (anzi, decisamente brutto), della sinistra arcobaleno (talvolta del PRC da solo) è molto migliore di quello nazionale.

E' evidente che in sistemi elettorali a doppio turno la trappola del voto utile scatti di meno. Scattano altri tipi di trappole (come quella del non fare accordi con noi confidando in un voto contro le destre al secondo turno) che però, in una fase come quella attuale, dove dobbiamo vincere (ancora una volta) la sfida dell'esistenza, sono meno perniciose.

D'altra parte dobbiamo essere consci della necessità di recuperare questi margini per poter sperare di sopravvivere.

Ci aspettano cinque anni di lavoro duro, anzi durissimo. Ma vanno affrontati. Va affrontata questa lotta come se fosse l'ultima, e per quanto mi riguarda forse lo sarà se saremo sconfitti. Perché se saremo sconfitti non ci sarà più nessuno con cui lottare, e lottare da soli per me ha poco senso. Dobbiamo combattere la battaglia della vita. Come dice il testo francese dell'Internazionale “C'est la lutte finale”, è la lotta finale. In alto le bandiere, compagni. O ci riusciremo o, come recita una nostra vecchia canzone “pugnando si morrà”.

Roberto Fabio Cappellini (Capogruppo PRC Consiglio Provinciale di Pistoia, ... ma soprattutto militante comunista)
Pistoia, 17 aprile 2008
da “Valorizzare il saper fare”