Guerra contro la magistratura

L'attacco del governo allo stato di diritto

Il centro-destra difende la propria sopravvivenza

Lo scontro istituzionale è arrivato a un livello mai raggiunto.
Il presidente del Consiglio ha parlato di “guerra civile”.

I fatti di questi mesi

Ma se vi è stata, in questi mesi, una “guerra” tra esecutivo e magistratura, è evidente che è stata provocata e combattuta da una parte sola. Un unilaterale e progressivo attacco, da parte del governo, all'autonomia e indipendenza della magistratura, a un corretto esercizio dell'azione penale, all'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Si è iniziato con provvedimenti legislativi - basti pensare al falso in bilancio e alle rogatorie - il cui unico fine era quello di tentare di azzerare procedimenti penali in cui sono imputati ben individuabili esponenti politici.
Si è continuato con l'introduzione nel nostro ordinamento di norme liberticide - malamente giustificate con l'emergenza terrorismo - chiaramente finalizzate a reprimere il movimento antagonista e l'opposizione sociale.
Con premeditata pervicacia, sono proseguite dichiarazioni diffamatorie, minacce di arresto e di provvedimenti disciplinari, nei confronti di singoli magistrati, e - in una escalation senza fine - di interi collegi giudicanti, colpevoli solo di interpretare le leggi sulla base dei principi costituzionali e di voler celebrare regolarmente processi anche nei confronti di imputati eccellenti.
E tutto ciò da parte di quelle forze politiche che esponevano in Parlamento “cappi per l'impiccagione” o invocavano la pena di morte, mentre eravamo quasi soli a non aver remore - credendo fermamente nelle regole di uno stato di diritto - a criticare e denunciare, sulla base di elementi concreti, eventuali eccessi, abusi, l'uso strumentale della carcerazione preventiva.
E ancora oggi - quando molti dicono che dopo l'11 settembre “nulla potrà essere come prima” - noi, con pochi altri, e tra questi vogliono ricordare il sen. Fassone nel suo intervento al Senato sul decreto antiterrorismo - continuiamo a ribadire che almeno una cosa deve restare come prima: la difesa scrupolosa ed intransigente dei diritti civili e delle garanzie individuali e collettive.
Chiunque, in buona fede, prende atto di questa situazione, non può avere dubbi sui responsabili dello scontro, a senso unico, tra poteri dello Stato. Basti pensare - ultima perla del Governo e della sua maggioranza - alla sfacciata mozione approvata dal Senato.

Le pseudo-giustificazioni del governo

Secondo il centrodestra, «le polemiche ricorrenti sul tema della giustizia, divenute sempre più aspre nell'ultimo periodo» e i recenti provvedimenti giudiziari, «che hanno disatteso una sentenza della Corte Costituzionale» avrebbero «allarmato l'opinione pubblica» e reso più difficile «lo svolgimento dei processi in corso».
Ma come? Ad insultare e minacciare, di arresto o di provvedimenti disciplinari, i magistrati che non applicavano la legge come voleva l'esecutivo, non sono forse stati proprio autorevoli esponenti di chi, quella mozione ha approvato!
Ma come? E' la stessa Consulta - e chi l'ha letta lo sa benissimo - che non ha annullato l'udienza preliminare che riguardava Previti, Berlusconi e i loro coimputati e ha espressamente precisato che spettava ai giudici valutare se vi fosse stato in concreto una violazione (peraltro del tutto insussistente) del diritto di difesa.
E che dire dei tempi lunghi dei processi, quando tutti sanno e le carte parlano - che quei determinati processi hanno tempi interminabili, con l'evidente obiettivo di arrivare alla prescrizione - a causa delle continue ricusazioni, delle richieste di non fare udienza per «impedimenti parlamentari», e dei defatiganti rinvii richiesti dagli imputati e dalle loro difese. Ma se tutto ciò è ormai, davanti agli occhi di tutti coloro che vogliono vedere, e capire.
Non tutti forse hanno ben presente che - in una situazione disastrosa (oltre 8 milioni di processi pendenti, che coinvolgono oltre 16 milioni di cittadini), il Governo non ha fatto una, dicasi una, proposta di legge tesa ad accelerare i tempi vergognosamente lunghi della nostra giustizia, penale e civile.

La “Riforma della Giustizia”

Ed ora, i responsabili di questa situazione, a dir poco drammatica, ci propongono 12 punti «da approvare in sei mesi» per riformare la giustizia.
Certo, alcuni punti sono condivisibili, se non fossero uno specchietto per chi ancora crede nella “casa delle libertà”.
Come non essere d'accordo sulla riforma del codice penale (ancora quello fascista) e sulla riforma del codice di procedura civile (da tempo è depositata una nostra proposta di legge).
Ma, guarda caso, ed è questa la conferma che si vuole solo scardinare il sistema giustizia, non si propone al Parlamento il lavoro, durato anni, delle Commissioni ministeriali, formate da autorevoli giuristi, la cui elaborazione è stato apprezzata da tutti gli operatori del diritto.
Ma si formano nuove commissioni che allungano ancora i tempi della giustizia.
Non si propone una più netta distinzione tra pm e giudici, che garantirebbe maggiormente l'imparzialità della giursdizione, e che potrebbe essere approvata in pochi mesi, ma la separazione delle carriere che spaccherebbe in due il paese, con nuovi contrasti, nuove polemiche, sempre a danno dei cittadini.
Non si vuole, per rendere effettiva e non virtuale l'obbligatorietà dell'azione penale, una più ampia depenalizzazione, o pene diverse dal carcere per i reati meno gravi, ma si intende demandare al Parlamento, e quindi a una maggioranza politica, ogni decisione sulle priorità dell'esercizio dell'azione penale, con le conseguenze ben intuibili sulla divisione dei poteri.
Tanto altro si potrebbe aggiungere, ma la conclusione è sempre la stessa: si vulele cancellare lo stato di diritto e l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Solo se sapremo unire una efficace opposizione istituzionale con la crescente opposizione sociale, «il giocattolo» - come Bossi ha chiamato l'accordo di Governo - si spezzerà, e mi auguro, non solo sui temi della giustizia.

Giuliano Pisapia
Milano, 8 dicembre 2001
da "Liberazione"