Metropoli in cerca di futuro: Il sindaco raccoglie critiche per le occasioni mancate. E non solo dalla Caritas e dai sindacati

A Milano Albertini non serve più

I piccoli imprenditori lo attaccano, la destra è pronta a scaricarlo

Nella città dello shopping e del golf anche i ricchi soffrono. Si sta alzando una nuova nebbia di mugugni e frustrazioni

Il “ponte”, il fine settimana lungo, è la dimensione ideale, forse l’unica veramente vivibile: chi se ne va è felice di essersi lasciato alle spalle la città e il suo carico di stress; chi resta sa accontentarsi e, oltre a godersi il silenzio, gongola compiaciuto tra gli appetitosi varchi aperti al parcheggio proprio sotto casa. Anche questa, ci si creda o no, può essere una sensazione piacevole a Milano. Dà il senso di possesso della città, di uno spazio proprio che - una volta tanto - non c’è bisogno di conquistare lottando. E’ lì che ti aspetta, è tuo. Ma è proprio in questi momenti che il milanese finisce per rendersi conto di quanta parte della propria vita viene abitualmente risucchiata da gesti che non dovrebbero rappresentare un problema e che invece sono diventati momenti ad altissima tensione: parcheggiare, andare al lavoro, andare al cinema (coda un’ora prima, salvo scoprire che quella sala accetta prenotazioni e allora si torna indietro), mangiare (spesso male) al ristorante («Avete un tavolo riservato?»), o peggio avere bisogno di una casa o, peggio del peggio, di un asilo nido per il bimbo. E non tutto si può risolvere o alleviare con qualche soldo in più da spendere.

Certo, il denaro, almeno, favorisce la fuga: il sacro weekend, che ormai per molti inizia già al venerdì a mezzogiorno e non finisce prima del lunedì mattina. Perché Milano è una città “ricca”, ce n’è di gente che guadagna abbastanza bene da permettersi la seconda casa, il viaggetto a ogni buco nel calendario lavorativo o un hobby anche un po’ costoso (preferibilmente sci alpinismo, squash, vela, rafting o l’emergente e dilagante golf). Ma qui anche i ricchi soffrono e per quanto le classifiche dei centri studi di mezzo mondo ribadiscano periodicamente che il capo luogo lombardo è uno dei posti d’Italia dove il reddito è più alto e certi servizi sono su standard europei, piaccia o no Milano è immersa in una nuova nebbia di mugugni, tristezze e frustrazioni, che convive con i raggi di luce gettati dalla città degli aperitivi, delle inaugurazioni di nuovi locali trendy (spesso sono gli stessi che ogni due anni si rifanno il look), dei circuiti della moda o del nuovo e temporaneo boom di borsa.

La città cambia volto

E intanto la città cambia. Cambia volto perché la spasmodica ricerca del piacere, l’ansia di stare bene ti-chiede un’offerta precisa e mirata: così, mentre rispetto a dieci anni fa c’è meno tempo per un pranzo come-dio-comanda (i fast food sono cresciuti dal 1988 al 2001 del 546%), si direbbe che la tappa serale pressoché obbligata dei milanesi siano i bar e ristoranti dove c’è qualche forma di intrattenimento (+425% nello stesso periodo), ma soltanto dopo la doverosa seduta per la cura del proprio corpo (palestre +168%, istituti di bellezza +123%), senza dimenticarsi - non appena si può - di passare all’agenzia di viaggi (÷78%) per preparare la prossima fuga. Edonismo, insomma. Forse per necessità, per compensare lo stress. Ma tutto ciò, ovviamente, cancella qualcosa di quel che c’era, per esempio manda in pensione le vecchie professioni: calzolai (-40%), riparatori di orologi (-18%), lavanderie (-23%). Tanto quello che non è a posto ora si può sempre ricomprare. E lo shopping, in effetti, potrebbe essere annoverato tra gli “sport” o tra gli hobby ambrosiani, perché aiuta a scaricare le tensioni, a sentirsi bene, integrati.

Il nuovo volto produttivo e l'opinione della CGIL

Ma la città cambia anche nel suo volto produttivo. E’ vero che a Milano nasce un’impresa ogni 17 minuti (così dice la Camera di commercio), oppure 3,5 ogni mezz’ora, o meglio 85 al giorno, per un totale di 412.313 aziende registrate alla fine del 2001; ma è anche vero che la grande impresa, l’industria dei nomi storici dell’economia ambrosiana, batte silenziosamente in ritirata e lascia sempre più spazio (sono 290.686 le aziende con meno di 15 dipendenti contro le 12.826 che ne hanno più di 15) a “fabbrichette” che impegnano da uno a una decina di lavoratori al massimo. E’ la piccola impresa, infatti, la vera locomotiva anche della metropoli lombarda, ormai. «La situazione sul fronte dell’economia e del lavoro è molto buona, con un tasso di disoccupazione del 4,6% - riconosce senza indugi Antonio Panzeri, segretario della Camera del lavoro di Milano, ma anche uno dei punti di riferimento politico di una sinistra qui più che altrove davvero smarrita - perché qui bene o male c’è sempre l’élite economica e anche un mercato che tira, con buone ricadute sull'occupazione. Diciamo che è in atto un processo di riorganizzazione del sistema. Oggi, infatti, bisogna prendere atto che c’è un 92% di imprese che produce ricchezza e un altro 8% che produce immagine.

Il problema "infrastrutture"

Ma la città, l’area metropolitana resta prigioniera di un grave deficit strutturale che penalizza soprattutto le tante piccole imprese produttive, prive di quella che potremmo de finire “sponsorizzazione amministrativa”, cioè pubblica, mentre il Comune dedica grandi attenzioni ai Tronchetti Provera, che peraltro firmano l’operazione del Teatro degli Arcimboldi».
Infrastrutture, insomma, di questo si tratterebbe. A Milano, nel 2002, nascono imprese al ritmo dei bambini in India, ma ancora si dibatte della mancanza di infrastrutture. Ma attenzione, perché non si tratta solo di un tormentone da convegni: al contrario, potrebbe essere il grimaldello che rovescerà il supersindaco Gabriele Albertini, eletto il 13 maggio 2001 per la seconda volta con un plebiscito (57,2%) che ha evitato anche la seccatura del ballottaggio all’imprenditore diventato sindaco sotto la bandiera dell’impoliticità.

C'è chi non vede l'ora di fare la "festa" a Gabriele Albertini

Ebbene, a saggiare gli umori della città, si direbbe che proprio il sistema delle imprese da una parte e la politica dall’altra abbiano avviato una sorta di conto alla rovescia per il giorno in cui il secondo governo Albertini compirà due anni e mezzo, cioè sarà arrivato alla metà del suo mandato.
Per ché da quel giorno lo stesso Albertini perderà formalmente la possibilità di ripresentarsi per un’eventuale nuova tornata elettorale, visto che secondo la legge, dopo la metà della seconda legislatura da sindaco, la stessa persona non è più candidabile. E grande industria, piccole imprese, ma anche fazioni della Casa delle libertà milanese e di Forza Italia in particolare aspettano con ansia di fare la festa al primo cittadino, senza neanche correre il rischio che possa riprovarci con una propria lista, forte del consenso popolare accumulato in questi anni.
Albertini è ritenuto colpevole da una parte di non aver dato al-la città quei progetti di grande respiro che tutti si attendevano da un sindaco in sella senza ostacoli dal 1997. dall’altra di aver so stanzialmente soffocato le consuete dinamiche politiche interne alla maggioranza, provocando malumori e sogni di rivalsa. Basti ricordare gli scontri in alcuni casi finiti con le dimissioni di alcuni dei più stimati assessori della sua giunta (Salvatore Carrubba, Paolo Del Debbio, Sergio Scalpelli).

Il malcontento delle piccole imprese

Fantapolitica? Trascurando il fronte strettamente partitico (dove Allenza nazionale resta sulla riva del fiume con il vicesindaco Riccardo De Corato che presenta ogni settimana nuovi pali della luce, qualche isola pedonale e la manutenzione delle strade o delle case popolari in conferenze stampa che sembrano annunciare chissà quali meravigliose opere metropolitane), a dimostrazione che nel mondo produttivo per definizione, quello della piccola impresa, c’è parecchio malcontento possono bastare poche e chiare parole del presidente dell’Api (Associazione piccole imprese) milanese, Danilo Broggi, che rappresenta circa 3000 aziende (almeno 75.000 addetti), 800 delle quali con sede in città: «Rendiamoci conto che qui è stata presentata come grande impresa la realizzazione del teatro degli Arcimboldi in 18 mesi. Bellissima cosa, bene, ma io non mi ci ritrovo. Soprattutto se guardo città come Lione, Stoccarda o Monaco, dove le strutture e le infrastrutture rispondono alla domanda di efficienza, dove già dagli aeroporti si respira la vocazione dell’area metropolitana. E’ scandaloso, per esempio, che Milano ancora non abbia quel centro intermodale, e penso a un semplice snodo gomma-gomma che intercetti il traffico dei veicoli più grossi e faccia smistare i carichi per la città e la provincia in modo funzionale ai meccanismi economici della città».

Broggi non perdona ad Albertini - e non è il solo - la scelta di mettere sul tavolo dei grandi interventi” per il traffico lo studio di fattibilità per l’istituzione di un ticket di ingresso per gli autoveicoli e, sin da questa primavera, severi limiti alla circolazione di furgoni e camion per il carico e scarico delle merci in una vasta area del centro.
Provvedimenti che, insieme alla regolamentazione della sosta (ormai quasi soltanto a pagamento o riservata ai residenti), all’attivazione di varie telecamere anti-infrazione e di inviti (quasi minacciosi) a multare a tutto spiano rivolti alla polizia municipale, hanno presentato il sindaco come un grande moralizzatore della viabilità milanese. «Ma questo non significa aver affrontato il problema del traffico, ma intervenire sulle sue conseguenze - insiste Broggi - così come sui trasporti di persone, vorrei sottolineare che Milano e la sua area offrono praticamente gli stessi treni di 20 anni fa, al massimo si è inseguito qualche modello di privatizzazione all’inglese, e intanto i pendolari lottano ogni mattina per venire a lavorare. Io non credo che privatizzare significhi automaticamente modernizzare, anzi, potrebbe tradursi nello scaricare sui privati i pezzi di inefficienza del pubblico, e ho paura che alla fine chi rischia di pagare il conto finale sia il cittadino».
Il presidente dei piccoli imprenditori si pone una domanda. E dal tono con cui gli esce spontanea nel corso della sua fluviale requisitoria contro la politica milanese si intuisce che si tratta di un interrogativo retorico che tormenta ogni giorno il mondo di chi produce e lavora. «Possibile che in 20 anni Milano non abbia saputo ripensare il suo sistema ai trasporti!».

Un salto di qualità che non c'è stato

Ripensare. Ecco un verbo chiave per capire la frustrazione ambrosiana di questi anni. Sul sindaco impolitico, sull’industriale prestato alla pubblica amministrazione il mondo produttivo aveva scommesso e si attendeva quel salto di qualità, peraltro più volte promesso da lui stesso e dai suoi sponsor politici, il primo dei quali, Silvio Berlusconi. è anche imprenditore milanese e dovrebbe conoscere bene i limiti strutturali dell’area metropolitana. E, infatti, nell’inverno del 2000, in visita a Palazzo Marino non seppe trattenere un lamento pubblico per il traffico incontrato dal l’aeroporto al municipio. Ripensare, dunque, ecco quel che continua a mancare. E a soffrirne sono soprattutto le aziende: con la differenza che i grandi gruppi, marginalizzati a un ruolo di visibilità o poco più, si lamentano sottovoce, mentre le piccole aziende gridano la loro rabbia, «perché oggi la competizione non la rappresenta più la Pirelli - sotto linea ancora Danilo Broggi - la competizione siamo noi, tra le nostre aziende c’è chi fornisce la Nasa e gli ospedali di mezzo mondo».

Milano non è solo la capitale della moda. E’ anche la città di otto università, dell’editoria, del commercio, del volontariato e delle fiere

E allora ecco che i servizi rivolti a favorire cittadini e piccole imprese diventano strategici: “sponsorizzazione amministrativa”, la chiamava Panzeri, “marketing territoriale” è l’etichetta suggerita da Broggi: «La città deve puntare sulla propria vocazione, solo che a mio parere dichiarare Milano la capitale della moda rischia di essere piuttosto riduttivo. Questa è anche la sede di otto università, del commercio, del volontariato, dell’editoria, delle fiere. E’ la seconda città al mondo, dopo New York, per numero di consolati... insomma c’è il meglio di quasi tutto, perciò non si tratta di abbellire la città, sebbene la bellezza sia importantissima, ma di avere in mente un disegno per valorizzare tutto ciò. Ed è questo che continua a mancare». Ma anche i piccoli imprenditori reclamano dal sistema politico quelle attenzioni verso la città che dovrebbero portare benefici alla qualità della vita di chi vi abita: dalle case al verde, dai trasporti alla viabilità. E sotto questo profilo, purtroppo, Milano non è una città facile, per effetto della doppia polarizzazione anziani-immigrati e anche della de-localizzazione produttiva che prosegue senza sosta: anche perché in città il suolo costa troppo e i servizi non sono migliori che altrove, e allora ecco che anche un grande gruppo bancario come IntesaBci sceglie di abbandonare il centro di Milano per trasferire il proprio quartiere generale a Sesto San Giovanni, ex Stalingrado d’Italia, ora emergente come polo tecnologico e terziario. Risultato? Milano resta una città molto “usata” e poco vissuta, nonostante il disperato dibattersi dei suoi abitanti più giovani e inseriti. «Oltre alle tante occasioni mancate sul piano delle infrastrutture - accusa ancora Antonio Panzeri - quasi tutte le risorse attirate dalla città sono state poi concentrate nel centro, tagliando fuori le periferie, che sono poi le zone dove la gente “vive” di più, dove ci sono molti anziani e molti immigrati».

Lo accusano, come fa la Caritas ambrosiana, di aver abbandonato le periferie, di non aver ripensato il sistema dei trasporti, di non aver affrontato l’emergenza alloggi. Di obbedire allo stereotipo: lavorare e basta.

Niente da fare. Alla faccia dei programmi elettorali e degli annunci da conferenza stampa, le periferie, anche in una città ricca ed efficiente come Milano, restano periferie. Lontane, sole, desolate. Con il loro carico di potenzialità abbandonate alla grande probabilità di generare tensioni e disagio. «Per ultima è stata la new economy a spazzare via la lettura della città attraverso i suoi quartieri - commenta amaro don Virginio Colmegna, direttore della Caritas Ambrosiana, un incrollabile punto di riferimento operativo della città solidale - almeno se guardiamo a cosa sta accadendo alla Bovisa con l’avvento del Politecnico, e allora ci ritroviamo con i contrasti ancora più stridenti di prima, racchiusi ora in poche centinaia di metri, come per esempio a Quarto Oggiaro, dove a pochi metri dall’ultimo investimento dell’Edilnord ci sono ancora le vecchie case minime. Esistono ancora “tracce di comunità” ma di sperse all’interno di una città sempre più scomposta». Quello che don Colmegna reclama da anni sono anche i servizi alla persona che, soprattutto dove si concentrano gli anziani, «dovrebbero essere visti come patrimonio e non soltanto come occasione di business ulteriore».

Già, perché qui affidare il proprio vecchio a una struttura specializzata non costa meno di 1500-2000 euro al mese. E invece no, sottolinea il direttore della Caritas, «in questo campo non c’è progettualità, tutto viene gestito in termini residuali, basti pensare che qui non c’è una politica adeguata per l’abitare, per la casa, un problema centrale per Milano». E in effetti, gli operatori sociali non si stancano di ripetere che buona parte delle nuove povertà metropolitane sono innescate proprio dalle difficoltà di garantirsi un alloggio: costi troppo elevati a fronte di redditi ancora bassi (eh sì, c’è ancora chi guadagna non più di 700 euro mensili, a Milano...), quindi pochi soldi per il resto, con il rischio di sfratto o di non farcela proprio più che finisce per gravare sulle strutture di ospitalità per i senza dimora. Il dormitorio di viale Ortles, per esempio, è pieno di sfrattati o di “poveri” che hanno un lavoro e uno stipendio insufficienti a garantire una casa.

Li chiamano “working poor” e si stima che qui non siano meno di 20-30 mila. Mica pochi. E i conti tornano anche se si considera che almeno un quinto dei milanesi (circa 250 mila persone) vive nelle case popolari e che le liste di attesa dell’Aler sono sempre lunghissime. Quindi anche don Colmegna ripete sostanzialmente lo stesso concetto già affermato da Panzeri e Broggi: «Manca la capacità di governo metropolitano, temo che ci sia poco pensiero sulla città, salvo la retorica dei principi». Lo dice il sindacalista, lo dice il rappresentante dei piccoli imprenditori, lo dice il prete. Praticamente è una sentenza: Milano è senza progetto. E la città resta inchiodata al suo stereotipo: lavorare e basta.

Persino il cardinale Martini, sebbene ormai “prepensionato” ha scelto il primo maggio per lanciare il suo (forse ultimo) appello: milanesi, prendete un po' di tempo anche per vivere.

Andrea Lopez
Milano, 24 maggio 2002
da "Avvenimenti"