Oltre la positiva conclusione sullo sciopero, nel congresso Cgil l'idea dell'unificazione a sinistra (e dello scioglimento del Prc)

Il "partito" di Cofferati e il futuro di Rifondazione

Sul congresso della Cgil appena alle nostre spalle il giudizio politico, anche e soprattutto a sinistra, non è stato univoco. Diverse, ovviamente, le posizioni della sinistra moderata, della sinistra critica, del movimento no global: forze a vario titolo interne alla dialettica del sindacato o alla ricerca di un rapporto attivo con esso. Ma la discussione (come sempre accade di fronte ad eventi complessi, che non si producono in vitro ma nel vivo della battaglia sociale) è andata oltre le collocazioni "precostituite" ed ha attraversato anche le sparse fila della sinistra critica: per esempio, tra Liberazione e il manifesto la differenza politica è risultata evidente. Pochi giorni fa, Rossana Rossanda definiva la Cgil, in un commento conclusivo dedicato alle giornate di Rimini, «il solo soggetto politico d'opposizione. Il solo, poiché i Ds sono nel marasma e Rifondazione guarda altrove». E ieri, la Jena (firma redazionale di graffianti corsivi quotidiani) gratificava il nostro giornale di un trafiletto molto sarcastico, a proposito delle nostre oscillazioni, appunto, sulla "rotta" intrapresa dal maggior sindacato italiano. Non si tratta, crediamo, della solita polemica tra giornali cugini (o tra "parenti serpenti"), ma di una questione assai più complessa, che riguarda, allo stesso tempo, il sindacato e la politica, il movimento e la sinistra. Forse, conviene parlarne, pacatamente e apertamente.

La posta di Rimini

E' evidente che questo congresso Cgil si è collocato in una fase particolare, dal punto di vista politico e sociale. L'affondo del centrodestra è tutt'altro che genericamente antipopolare: le proposte del ministro Maroni puntano dritte al cuore del mondo del lavoro e della classe operaia "garantita", per demolirne diritti, garanzie, tutele presenti e future. Sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si gioca una partita sinistramente analoga a quella che si giocò, quasi vent'anni fa, sulla scala mobile: e oggi come allora la logica è quella dell'accordo separato, anzi degli accordi "a gemetria variabile", con la delegittimazione politica del più grande dei sindacati e la deflagrazione di quel che resta dell'unità sindacale. Dunque, la politica detta della concertazione, che il sindacato ha perseguito con costanza negli ultimi dieci anni è abbattuta, ma da destra: il "patto scellerato" stipulato con i due accordi di luglio del '92 e del '93 - moderazione salariale e contrattuale in cambio di peso istituzionale - non ha più corso. Ne è un importante indizio la vicenda della Fiom: dall'organizzazione metalmeccanica, in questi mesi, è venuta una risposta adeguata, per capacità di mobilitazione (i due grandi scioperi nazionali), recupero di consenso di massa, innovazione (Genova e il rapporto organico con il movimento). Una risposta tanto straordinaria quanto in solitudine, privata cioè dell'apporto sostanziale della forza del movimento confederale.

La nuova Cgil

In questo quadro, anzi in questa tenaglia, la Cgil aveva di fronte a sé la necessità vitale di tornare ad "essere sindacato": una scelta che implicava sia fatti concreti - lo sciopero generale anche contro il potere di veto di Cisl e Uil - sia l'avvio di una sostanziale revisione strategica. Si trattava di definire un nuovo percorso. E di rispondere alla domanda: morta la concertazione, qual è, appunto, l'orizzonte strategico perseguito dal sindacato? Quali ne sono gli obiettivi generali, la cultura politica, le piattaforme di massima e di minima? A Rimini, il gruppo dirigente ha risposto soltanto a un corno del problema: lo sciopero generale che, speriamo, si farà anche contro le opinioni di Pezzotta e Angeletti. La risposta strategica, invece, per un verso è stata assente, per l'altro verso ha rivendicato - con orgoglio - l'intatta validità delle politiche e delle pratiche di questi anni. In un senso preciso, la Cgil ha proposto se stessa non più come un "contropotere", ma come un partito: diverso dai partiti esistenti della sinistra, perché comunque vincolato ad una logica e ad una rappresentanza di tipo sindacale, ma proprio per questo più credibile.

Sia chiaro: la questione non concerne soltanto il futuro politico di Sergio Cofferati - tema che certo in questo contesto di crisi dei Ds e della leadership ulivista pesa, e come - ma riguarda prima di tutto la fisionomia e, perfino, la natura profonda del sindacato. Se ci domandiamo qual è stato il ruolo effettivo della Cgil nella determinazione degli scenari concreti di questi ultimi sette-otto-dieci anni, non possiamo che rispondere che questo ruolo è stato di primaria grandezza: certo non inferiore, e tendenzialmente superiore, a quello dei partiti. Nella configurazione di una sinistra "tutta di governo e niente di lotta", nella diffusione di una cultura politica sostanzialmente apologetica nei confronti dell'esistente, nel drammatico indebolimento organizzativo delle classi sociali subalterne, infine nelle scelte di politica economica e sociale che hanno caratterizzato il quinquennio governativo del centrosinistra, la Cgil ha svolto sicuramente una funzione molto rilevante - e assai più capillare dei Ds o dell'Ulivo. Lo ha svolto, certo, in autonomia, nella linea che storicamente, nella peculiarità italiana, conferisce alle confederazioni sindacali uno statuto appunto di indipendenza e di piena sovranità soggettiva. Ma accentuando via via la "politica politicista" come l'unica via di fuga dalla crisi generale della sinistra e dalla crisi specifica del movimento sindacale: cos'altro è stata la concertazione se non una scorciatoia tutta istituzionale per uscire dalle sconfitte degli anni 80 e al degrado della sinistra politica?

Ora, questa caratterizzazione della Cgil diventa ancora più esplicita. Dispone di un leader non ancora consumato dal gioco del Palazzo centrale. Ha la forza di una grande organizzazione di massa, giustamente orgogliosa della sua storia. Ha una natura giocoforza pluralista, ancorché bilanciata in complesse alchimie di componenti interne. Ed ha una cultura politica moderata sì, ma "riformista", nel senso che resta, per una parte significativa, interna alla storia del movimento operaio: una sorta di senso comune, o di minimo comun denominatore, di una sinistra che resta naturalmente "in mezzo". E non sceglie, né la critica radicale della globalizzazione - del nuovo capitalismo - né l'appiattimento totale su di essa.

E domani?

A nostro personale parere, dietro le diversità di giudizio sul congresso Cgil stanno queste ragioni politiche generali. La Cgil appare, nonostante tutto, un positivo punto di riferimento a tutti coloro che pensano (come i compagni del "manifesto") a una sinistra che, per crescere, deve "moderare" i suoi orizzonti, rinunciare, per il momento, ad ambiziosi obiettivi di trasformazione, raccogliere proprio quel senso comune moderatamente non liberista e pacifista: il ruolo personale di Sergio Cofferati, l'idea (lanciata proprio da Riccardo Barenghi) di un partito unico a sinistra degli "antidalemiani" (mi si scusi la semplificazione), la sistematica sottovalutazione del ruolo di Rifondazione comunista, sempre rappresentata solo come forza transeunte, sempre percepita solo nei sui limiti (del resto evidenti anzitutto a noi), sono solo la conseguenza di questa visione. Del tutto legittima, s'intende. Esattamente come quella, appunto molto diversa, di coloro - come chi scrive - che pensano anch'essi a una sinistra più grande - Porto Alegre ce l'ha appena mostrata, nella sua concretezza. Dove Rifondazione comunista si trova fino in fondo a proprio agio.

Rina Gagliardi
Roma, 13 febbraio 2002
da "Liberazione"