La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile il referendum sull’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori

Referendum articolo 18, una grande occasione

Ha detto bene Stefano Folli ieri sul Corriere della Sera: il referendum per l'estensione dell'articolo 18 è un sasso nello stagno. Un sasso - aggiungiamo noi - che, nel breve giro di qualche ora, ha provocato già una scossa di terremoto che si aggiunge a quelle che hanno squassato il nostro sistema politico in questi ultimi mesi.

Secondo noi una scossa salutare, un benefico esercizio di democrazia, un atto di lotta politica che costringe a pronunciarsi, a scegliere, a schierarsi. E' giunto il momento di dire - e possiamo farlo - che alle leggi del mercato e della flessibilità si può contrapporre non una flessibilità meno dura, un mercato più clemente, ma le ragioni e i diritti di chi lavora. Che da lì bisogna partire per ricostruire il mondo del lavoro e la sinistra.

Perché il valore grande di questo referendum sta proprio qui, in un capovolgimento di priorità, di punti di partenza. Non si parte dalle esigenze del mercato globalizzato per arrivare a difendere più o meno bene (in genere male) i bisogni e i diritti di chi lavora. Si fa l'opposto. Si parte da chi lavora, dalla variabile "indipendente" del valore della sua dignità e dei suoi diritti per cambiare il mercato e l'impresa. Una nuova rigidità? Sì, una nuova rigidità. Una scelta senza "se" e senza "ma" per dirla con un efficace slogan.

Ora la parola spetta ad altri, e soprattutto spetta a quella sinistra ancora grande che nei partiti, nei movimenti, nei sindacati, nelle associazioni ha, in questo ultimo anno, mostrato segni di vitalità, insofferenza e critiche feroci ai leader, ha detto di voler cambiare e per questo è scesa in piazza.

Per loro, come per tutti noi, questo referendum è una occasione. Lo è per chi, come il movimento dei girotondi, ha fatto in questi mesi una coerente e non effimera battaglia per i diritti. Il diritto all'informazione, il diritto alla giustizia, sono importanti e fondamentali. Ma non lo è altrettanto, e forse di più, il diritto al lavoro, il diritto a non essere sbattuti fuori da un'azienda di dodici dipendenti senza un giusto motivo? Non è un sacrosanto diritto conservare il posto di lavoro se si dimostra che il licenziamento è arbitrario e non ha alcun motivo se non la volontà padronale? La vocazione di questi movimenti alla democrazia può trovare nella battaglia referendaria un suo allargamento ed un sua coerenza interna. Con il referendum non si propone alcun obiettivo "rivoluzionario" ma semplicemente una istanza democratica e civile.

Ma questo referendum è un'occasione anche per i sindacati, per quei milioni di persone che sono scese in piazza per difendere l'articolo 18 dagli attacchi del centrodestra. Ora non si tratta solo di difenderlo, ma di estenderlo. Si tratta di portare a compimento un percorso. Non essere licenziati senza un giustificato motivo è una questione di dignità. La dignità si può fermare alla soglia dei 15 dipendenti? Riflettiamo insieme. Vi sembra logico dire che un uomo e una donna che lavorano in una azienda di 16 persone abbiano diritto alla dignità e chi lavora in una di 12 non ce l'abbia?

E ancora ci rivolgiamo a tutti coloro che in questi anni hanno chiesto un'opposizione più vera, più ferma al governo Berlusconi. Possono dimostrare a chi li ha accusati di essere apocalittici, di fare un'opposizione formale, di non essere nella sostanza e nei contenuti diversi da chi governa, che così non è. La loro opposizione a Berlusconi è concreta, muove dalle condizioni materiali e dai diritti di chi lavora, è radicale, non massimalista o populista.

E ancora la questione riguarda tutti coloro che il 15 febbraio saranno con noi in piazza contro la guerra. Riflettano un momento. La guerra globale e permanente oggi non è solo militare. Nel mondo della globalizzazione è economica sociale. Scendere in piazza contro la prima non può che avere come conseguenza una scelta netta contro la seconda.

Il referendum per l'estensione a tutte e a tutti dell'articolo 18 esprime questa scelta, dà contenuti all'opposizione, salda una battaglia per la democrazia ad un battaglia per il lavoro, congiunge radicalità di posizioni e concretezza di obiettivi. Perché non provarci insieme, ancora una volta, senza "se" e senza "ma"?

Ritanna Armeni
Roma, 17 gennaio 2003
da "Liberazione"