Referendum sull'art. 18

Lo scalfarismo, malattia senile del liberalismo

un commento all'articolo di Eugenio Scalfari di domenica 19 gennaio su La Repubblica

Nell'immaginario collettivo, specie in quello di una larga parte dei ceti medi e medio-alti, Eugenio Scalfari gode di uno statuto speciale: a cavallo tra un Grande Giornalista e un Papa Laico. Al fondatore dell'Espresso e della Repubblica si tributano onori che vanno assai al di là dei suoi meriti o allori professionali: Scalfari è percepito, rappresentato, vissuto come un'Autorità della Repubblica. Un «Grande vecchio» che non solo ha attivamente contribuito alla diffusione del pensiero liberaldemocratico, ma che spesso è sceso in campo per influenzare il corso degli eventi, affermare scelte, valorizzare o svalorizzare leader politici. Come tale, certamente, egli si vive. Basti scorrere la cronaca dell'ultimo ventennio del XX secolo, per scoprire che sono sempre stati Eugenio Scalfari e la sua Repubblica a dettare le nuove leggi del market politico: il lancio di Luciano Lama come anti-Berlinguer, la resistibile ascesa di Ciriaco De Mita contro Bettino Craxi, la breve stagione felice di Achille Occhetto e dello scioglimento del Pci (un'idea originale, a quanto si è sussurrato, dello stesso padre fondatore), la campagna selvaggia di Mariotto Segni contro i partiti e per imporre in Italia il sistema notabilar-maggioritario, a tutt'oggi vigente. Ultimi «sponsorizzati», in ordine di tempo (ma con esiti analogamente imperfetti) sono stati Massimo D'Alema e Francesco Rutelli. Sì, a differenza degli altri (pochi) grandi quotidiani d'opinione, la Repubblica non è mai stata soltanto un giornale: è stata, ed è, un Partito, nel senso postmoderno del termine. Una fabbrica di ideologia. Un luogo "privilegiato" della formazione delle opinioni e del consenso - che nelle società moderne e di massa svolge una funzione analoga, mutatis mutandis, a quella di salotti illuministi nel '700, o risorgimentali dell'800.

Ora, questo sacro tempio dell'informazione e della politica italiana ha lanciato, domenica scorsa, un anatema contro Fausto Bertinotti e il referendum estensivo dell'articolo 18. Una scomunica in piena regola, come nota il politologo conservatore Panebianco. Una requisitoria politica scomposta, strumentale, velenosa, come ha puntualmente analizzato ieri, su queste stesse colonne, Claudio Grassi. Ma perché tanto livore, tanta arroganza? Perché, questa volta, il Papa Laico ha perso le staffe? Perchè questa voglia di demonizzare l'altro-da-sé?

Nella cultura liberale di Eugenio Scalfari - e nella sua versione azionista - è sempre stata presente, come elemento costitutivo, una vocazione autoritaria, una venatura totalizzante. Un «cattivo» giacobinismo, si potrebbe dire, che ha le sue radici in un disprezzo profondo per la politica di massa (quella organizzata, quella in cui le classi subalterne possono riconoscersi e crescere come soggetti egemoni) e in una conseguente visione elitaria della politica stessa: i cui compiti di fondo spettano, in fondo, a un pugno di «spiriti eletti» e superiori. Quell'avanguardia della borghesia che non soffre della miopia a (o se volete della rozzezza) da cui sono solitamente afflitte le classi imprenditoriali nostrane. E che, per ciò, si sente incaricata della missione di "costruire" nuove e più solide ragioni dell'egemonia padronale, anche attraverso la commistione con la sinistra politica.

A differenza degli azionisti che, conclusa la breve storia del Pd'A, scelgono il movimento operaio come sede del loro impegno, Eugenio Scalfari si autoassegna il ruolo, prima, di «coscienza critica» esterna del medesimo, di vera e propria regia, negli anni successivi. C'è un filo unitario che corre, dalla metà dei '70 in poi, nelle campagne della Repubblica: la distruzione della diversità del Pci, cioè del suo legame organico con il movimento operaio. Ma anche, per altri versi, l'autonomia del sindacato come soggetto che organizza il conflitto è un bersaglio costante e privilegiato. Perciò Scalfari è via via proto-migliorista, proto-"riformista" (nel senso neoliberista che il termine oggi ha assunto), referendario, radicale, dalemiano, prodiano, rutelliano - l'oscillazione è rilevante, anche per ragioni editoriali e di mercato, ma le invarianti sono facilmente riconoscibili. Viceversa, e in parallelo, costante è la disattenzione svalutativa per i movimenti, i conflitti sociali veri, la lotta sindacale, e la sinistra che rivendica o pratica un'autonomia strategica.

Nella sua complessa contaminazione con il Pci, Scalfari ne ha quindi rielaborato le metodologie e i valori meno convincenti: la trasformazione del dissenso - e dei dissenzienti - in nemici da sconfiggere ed, anzi, da annientare; l'accusa di «intelligenza col nemico», rivolta a coloro che propongono un punto di vista diverso da quello dominante; l'irrisione, spesso caricaturale, delle posizioni altrui, volentieri trasformate in errori capitali; la tendenza a scomunicare, ad espellere, comunque ad additare al pubblico ludibrio tutto ciò che disturba pretesi «progetti» razionali, o politicamente corretti. Fausto Bertinotti e Rifondazione comunista hanno ricevuto, negli anni, un trattamento adeguato. Ora, però, il referendum disturba, fa paura - è tempo di impugnare la frusta. Quando ero bambina, ho imparato che tutto questo si poteva riassumere in un termine un po' astorico, se volete, ma molto efficace: stalinismo.

Rina Gagliardi
Roma, 22 gennaio 2003
da "Liberazione"