L'Europa, il quotidiano della Margherita, interviene in modo argomentato per sostenere le ragioni del no al referendum per l'estensione dell'articolo 18.
E' un fatto positivo che si avvii un confronto di merito e che, nel metodo, si concordi nell'opinione che il referendum vada preso sul serio e che, anche da sponde diverse, si concorra al raggiungimento del quorum. Anche nel merito, le argomentazioni fornite dall'Europa vanno prese sul serio perché corrispondono ad elementi critici sollevati nei confronti del referendum. Sono quattro gli argomenti usati.
Questo argomento è davvero singolare, almeno a non voler chiudere gli occhi. La questione dell'articolo 18 è all'ordine del giorno perché ci sono il governo e la Confindustria che vogliono cancellare il diritto al reintegro se licenziati ingiustamente e nel Parlamento c'è un disegno di legge del governo che comincia a introdurre delle deroghe alle tutele oggi previste. Contro questo tentativo, nel Paese si è sviluppata una grandissima mobilitazione dei lavoratori. La vittoria del referendum impedisce la deroga che il governo vuole introdurre e, nel contempo, determina uno sbocco politico al movimento di lotta, proponendo un'inversione di tendenza nelle politiche economiche e sociali portate avanti in questi anni e che hanno esteso la precarietà. In quella nuova tendenza, che la vittoria del referendum apre, può trovare una risposta anche il tema della disoccupazione di massa innescata dalla crisi economica (che è crisi delle politiche neoliberiste). Per loro (il giornale della Margherita), infatti, il problema è solo quello di come si finanzia la cassa integrazione, mentre il tema del referendum si collega all'avvio di una nuova politica economica (a partire da due proposte in concreto, il salario sociale e un nuovo intervento pubblico).
In questi anni, attraverso l'introduzione di forme sempre più estreme di precarietà, ciò che è stato diviso e frantumato è il mondo del lavoro. Il referendum, al contrario, propone un'inversione di tendenza, favorendo un processo di ricomposizione. Il referendum, infatti, ha una conseguenza diretta e immediata: l'estensione del diritto ad essere reintegrato se licenziato senza giusta causa, per i lavoratori dipendenti delle aziende sotto i 16 dipendenti (si tratta, secondo le statistiche, di circa 3 milioni di lavoratori) e una conseguenza politica: pone il problema di estendere tutele e garanzie a tutti i lavoratori, a prescindere dalla tipologia del contratto e dalle modalità di esplicazione della mansione lavorativa (altri 14 milioni di lavoratori, dove dilagano le varie forme di vecchio e soprattutto nuovo precariato). Più in generale ancora, pone il tema dell'allargamento dei diritti sociali, oggi negati dai processi di privatizzazione e liberalizzazione a partire dai servizi pubblici e dai beni essenziali, quali l'acqua. La potenzialità unificante del referendum, quindi, va oltre il movimento dei lavoratori in senso classico.
L'argomento è veramente pretestuoso. Ciò per due motivi. Il primo è che la stragrande maggioranza delle piccolissime imprese (compresi gli esercizi commerciali e artigianali) non saranno direttamente interessate dal referendum perché hanno rapporti di lavoro che non rientrano nella categoria dei lavoratori dipendenti. Il secondo, e più significativo, è che è veramente miope, oltre che ingiusto, che il tema del sostegno alle piccole imprese e all'artigianato venga risolto con la diminuzione dei diritti. Al contrario, sono necessarie misure di politica economica e industriale, come la creazione di infrastrutture sul territorio, la riforma dell'accesso al credito bancario, la garanzia della formazione del lavoro, l'estensione degli ammortizzatori sociali nei periodi di crisi, ecc. Confrontiamoci con queste, se veramente vogliamo parlare del tessuto economico diffuso.
No, francamente, tutto il contrario. Il referendum è una grande occasione di discussione sulle conseguenze delle politiche economiche e sociali indirizzate nel senso della precarizzazione dei tempi di lavoro e di vita. E' arrivato il tempo di un bilancio complessivo di una intera stagione. I lavoratori hanno perso potere di acquisto e diritti, le condizioni sociali del Paese dimostrano un impoverimento complessivo e spesso drammatico. Questo impoverimento economico e di diritti si accompagna all'esplodere della crisi economica, fattore che la guerra aggraverà ulteriormente. A questa crisi, la risposta delle classi dirigenti è nella direzione di un ulteriore inasprimento di quelle medesime politiche. Il referendum è la prima occasione davanti a noi per invertire concretamente quella tendenza e aprire una nuova pagina.
In questo senso, ebbene sì, il referendum divide perché chiede una scelta. I cittadini vengono chiamati a scegliere tra due impostazioni differenti. E' stato sempre così, nei momenti maggiormente significativi, a partire dal referendum sul divorzio. Due schieramenti si confrontano: uno chiede l'estensione dei diritti, l'altro vuole ridurli o cancellarli.
Una recente indagine del Cnel, "L'Agenda degli italiani 2002", dimostra come il Paese reale la pensi assai diversamente dal Paese legale nel merito di scelte fondamentali quali il sistema previdenziale, la sanità, le privatizzazioni.
Così come sulla guerra, la maggioranza degli italiani la pensa diversamente da chi la governa. Per questo pensiamo che il referendum possa veramente vincere.