Durante l'assemblea sull'articolo 18 tenutasi a Carate Brianza il 30 maggio 2003 una interessante lettura politico - economica del referendum è stata data da Roberto Romano dell'ufficio studi della CGIL: il nocciolo dell'arretratezza industriale italiana è l'eccessiva frammentazione delle imprese e l'estensione dell'articolo 18 può contribuire a rendere le imprese italiane più vicine alla situazione europea. In definitiva, ribaltando le affermazioni di Confindustria, chi vota SI è per l'Europa chi vota NO non lo è. Non riassumiamo l'intervento di Robero Romano ma riportiamo un suo articolo per Il Manifesto che illustra bene le sue argomentazioni. (Redazione di Brianza Popolare)
L’estensione dell’art. 18 alle imprese con meno di 16 addetti sta sollevando un acceso dibattito. Le posizioni in campo sono articolate, ma quelle che dichiaratamente sono contrarie all’estensione della reintegra, qualora vi fosse un licenziamento senza giusta causa, si muovono su un orizzonte più ampio rispetto a quelle posizioni che vedono nel diritto il principale elemento di discrimine. Nella migliore delle ipotesi si afferma che le ragioni dei promotori del referendum sono apprezzabili e condivisibili, ma la particolare struttura produttiva del Paese non potrebbe sostenere, economicamente, l’estensione di questo diritto. La stessa Confindustria, ma anche le associazioni categoriali come Assolombarda e Confartigianato, non contrastano l’iniziativa referendaria sul piano del diritto, ma adottano delle motivazioni economiche, fino a prevedere una crisi economica e di competitività che allontanerebbe l’Italia e le poche regioni europee, la Lombardia, dalla stessa UE.
Sostanzialmente queste associazioni “denunciano” i promotori del referendum come un “gruppo” di persone che porteranno il Paese ai margini dell’economia internazionale. Inoltre, l’estensione dell’articolo 18 determinerà un esito diverso da quello prospettato dai promotori.
Secondo Confindustria, in ragione dell’estensione del diritto alla reintegra,
gli imprenditori aumenteranno gli investimenti labour saving e per questa
via il numero degli occupati.
Sono ragioni credibili?
Hanno un fondamento teorico ed economico?
L’estensione dei diritti ha un vincolo economico?
Chi sostiene l’estensione dell’articolo 18 non può e non deve eludere le argomentazioni
avanzate da chi contrasta il sì al referendum. Soprattutto, occorre uscire
dagli stereotipi e dalle frasi fatte, come quella che le imprese nazionali
comunque non fanno investimenti. In realtà, sono ormai 10 anni che l’economia
del Paese e della Lombardia diverge da quella europea.
Questa divergenza interessa i principali indicatori economici (PIL, inflazione,
tasso di occupazione, distribuzione del reddito), ma in particolare la struttura
produttiva, cioè il “soggetto istituzionale” preposto alla creazione di valore
aggiunto.
Non a caso l’Italia è una anomalia rispetto alla media dei Paesi europei.
Tra l’inizio e la fine degli anno ’90 l’Italia si discosta fortemente dal
resto degli altri Paesi (UE-ITA), incrementando in senso assoluto e relativo
la propria presenza nelle classi delle “piccolissime imprese” con un numero
di addetti compreso tra 1 e 9, quindi molto distante dalla fatidica soglia
dei 15 dipendenti.
In termini assoluti, le piccole e medie imprese italiane con meno di 10 addetti
danno oggi impiego ad una quota dell’occupazione totale circa il doppio della
media europea (il 45%).
L’appiattimento del Paese sulla piccolissima dimensione non sembra peraltro
essere influenzato dallo stato delle normative, quanto piuttosto dalla sopravvivenza
di una specializzazione produttiva che si ritaglia spazi nel mondo della piccola
impresa e nei distretti, con una attività produttiva di beni e servizi pesantemente
condizionata dai fattori di costo piuttosto che di qualità tecnologica. In
un certo senso la struttura produttiva del Paese condiziona lo sviluppo di
diritti adeguati, e tanto più la struttura produttiva diverge da quella europea,
tanto più i diritti, anche quelli acquisiti, saranno condizionati.
Chi sceglie di votare NO al referendum in qualche misura è consapevole di
questi vincoli, ma occorre sottolineare che la scelta del NO implica anche
la rinuncia a diventare un Paese europeo. Fino a quando il tessuto produttivo
opererà nei settori tradizionali, il cosiddetto Made in Italy, sarà difficile
riposizionare il target dell’attività manifatturiera e, purtroppo, i diritti
che in qualche modo hanno uniformato il “capitalismo moderno”.
Il presidente di Confindustria giustamente, afferma che in Italia non c’è
una crisi di imprenditorialità, ma è altrettanto vero che questa “imprenditorialità”
opera su beni e servizi che hanno tassi di crescita contenuti rispetto a quelli
fatti registrare dai prodotti a media e ad alta tecnologia. Inoltre, è proprio
la specializzazione produttiva del Paese a piegare la dimensione delle imprese
al di sotto dei 9 addetti. Sostanzialmente il Paese ha rinunciato a un ruolo
attivo nell’internazionalizzazione dell’economia e preferito importare innovazione
piuttosto che realizzarla sul proprio territorio. Infatti, i tassi di crescita
degli investimenti fissi lordi sono sempre più alti della media europea, ma
il saldo della bilancia tecnologica aumenta il segno meno ogni qualvolta le
piccole imprese decidono di aumentare gli investimenti. Il referendum sull’estensione
dell’art. 18, indubbiamente, “intercetta” un senso comune che è stato diffuso
proprio dalla CGIL con la difesa dello stesso articolo 18, ma ha anche il
pregio di “intervenire” su un vincolo che condiziona il Paese: il sottodimensionamento
della propria base produttiva.
Non sarà certo la vittoria del SI a modificare lo stato dell’arte della base
produttiva, questi processi sono lunghi e dovrebbero essere guidati dalla
mano pubblica, ma la vittoria del NO allontanerebbe nel tempo la “conversione”
del target della struttura e alimenterebbe la divergenza tra l’economia nazionale
e quella europea. Un lusso che il Paese non può permettersi.
Di altro spessore sono le implicazioni della auspicabile vittoria del SI
al referendum. Se la struttura produttiva è quella descritta e la vittoria
del SI indubbiamente condizionerà l’operato dei soggetti sociali, non credo
che sia sufficiente l’acquisizione dell’esito referendario. Il diritto all’articolo
18 è esteso, ma chi governa le implicazioni economiche che questo esito determinerà?
Il mercato del lavoro, in ragione delle sue caratteristiche, non dovrebbe
essere condizionato negativamente; semmai le imprese che operano in regime
di mercato possono trarne solo beneficio in quanto sarà possibile “colpire”
con maggiore efficacia il lavoro sommerso, che nei fatti implementa una concorrenza
sleale.
Ma è possibile estendere i diritti se allo stesso tempo non si realizzano
le condizioni per esigerlo e non solo dal lato legislativo?
Quali sono le azioni “microeconomiche” devono essere adottate per evitare
che ciò che è uscito dalla porta rientri dalla finestra?
Oggi è ancora presto per aprire questo dibattito, ma il giorno dopo il 15
giugno sarà necessario, almeno che non si sia fatta solo una battaglia contingente.
Con il voto del 15 giugno l’Italia può diventare un Paese un po’ più europeo,
ma diventare un Paese europeo, nella struttura produttiva, nella specializzazione,
nel ruolo pubblico in economia, è una strada che non è ancora stata imboccata.