Il referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello statuto dei diritti
dei lavoratori (obbligo della riassunzione in caso di licenziamento senza
giusta causa o giustificato motivo) va inserito dentro il conflitto sociale,
anzi ne rappresenta un primo sbocco politico concreto.
Il referendum è una risposta in avanti allo straordinario movimento di lotta
che è sceso in campo contro la pretesa di governo e Confindustria di peggiorare
le norme di tutela dei licenziamenti e, al tempo stesso, indica una risposta
più complessiva alla crisi sociale che stiamo vivendo. La proposta è, in sostanza,
che i diritti sociali si difendono estendendoli a tutte e a tutti; che è possibile
passare, dalla difesa delle conquiste dei decenni passati dall’incalzare arrembante
delle politiche neoliberiste, all’offensiva, cercando di riunificate quelle
realtà del mondo del lavoro e quei soggetti sociali che in questi anni sono
stati divisi, disarticolati o addirittura contrapposti.
Ci sono, a volte, passaggi decisivi che segnano il cambio di fase e vi sono
battaglie che assumono un enorme valore simbolico proprio perché identificano
quel momento di svolta.
Il referendum per l’estensione dell’articolo 18 ha, quindi, un grande significato
: può divenire elemento catalizzatore di una nuova stagione politica.
Per questo, il referendum riguarda i diritti dei lavoratori, ma assieme a
quelli, parla di una nuova stagione di diritti sociali. In un recente dossier
sulla legge finanziaria, abbiamo analizzato compiutamente i dati della sofferenza
sociale e la critica alle politiche neoliberiste imposte dal governo delle
destre. Ricapitoliamo qui, sommariamente, quelle valutazioni, rimandando a
quel lavoro gli elementi di approfondimento.
Stiamo vivendo un significativo impoverimento della popolazione del nostro
Paese, un impoverimento non neutro socialmente (colpisce, in particolare,
i redditi popolari da lavoro dipendente e da pensione, aggravando le già violente
discriminazioni, di genere, di nazionalità, di condizioni particolari legate
all'età, alle infermità, alle disabilità) e non neutro geograficamente (si
insedia con particolare asprezza nel sud e acuisce le differenze tra le diverse
aree del Paese).
L’evidenza di questo fenomeno è tale che ormai neanche i dati ufficiali degli
Istituti di ricerca riescono a nasconderla.
Quasi 2 milioni e 700 mila famiglie vivono al di sotto del limite di povertà,
pari a quasi 8 milioni di persone.
Di queste, il 66 % vivono nel Meridione, con una marcata tendenza all’acuirsi
delle distanze tra il centro nord e il sud del Paese (fonte ISTAT: La povertà
in Italia nel 2001).
Verso la recessione economica
L’economia italiana, al pari di quella internazionale, è entrata in una fase
di stagnazione che minaccia di trasformarsi in aperta recessione.
Nel corso del primo semestre di quest’anno la crescita economica è stata pari
a zero. Le previsioni (ottimistiche) ipotizzano una crescita annua per il
2002 dello 0,4%-0,6%.
Causa principale del forte rallentamento economico è il basso livello dei
consumi delle famiglie, a cui fa seguito una dinamica negativa degli investimenti
delle imprese.
Le esportazioni sono in calo per la debole domanda estera. Siamo ad un passo
da una crisi economica profonda e duratura.
E’ questo il risultato di un decennio di politiche neoliberiste. In tutta
l’area dell’euro il tasso di disoccupazione è tornato a salire (8,3% ad agosto,
+ 0,3% rispetto all’anno precedente).
In Italia la situazione è ancora peggiore con un tasso di disoccupazione pari
all’8,7%, concentrato in particolare nel Mezzogiorno (17,9%) e tra i giovani
tra i 15 e i 24 anni (26,1% in Italia, addirittura 49% nel Sud). Il Governo
Berlusconi è stato colto completamente impreparato dal peggioramento dell’economia.
L’anno scorso il Governo prevedeva una crescita addirittura del 3% per il
2002 e fino al luglio scorso le stime governative indicavano una crescita
più che doppia (1,3%) rispetto a quella reale.
Sul fronte dei prezzi, la crescita segnalata dai dati ISTAT descrive una tendenza che, nella realtà, è assai più marcata, come dimostra l’esperienza reale di milioni di famiglie di lavoratori e pensionati. La polemica, rilanciata da tutte le associazioni dei consumatori, riguarda la composizione del paniere sulla cui base l’ISTAT rileva le variazioni dei prezzi e la diversa incidenza sociale e territoriale che gli aumenti hanno in relazione ai livelli di reddito familiare (in particolare a causa del peso maggiore che hanno determinati generi di consumo, quali l’alimentazione e la casa, per le fasce di redditi bassi).
Negli ultimi dieci anni il valore reale delle retribuzioni nette è diminuito
di oltre il 5%, mentre la produttività del lavoro (cioè la ricchezza prodotta
da ogni lavoratore) aumentava in media del 2% all’anno (dati Banca d’Italia).
Ad appropriarsi della nuova ricchezza prodotta sono stati esclusivamente il
profitto e la rendita. Infatti, negli ultimi 20 anni, la quota del monte salari
sul PIL diminuisce di quasi il 10% (dati Eurostat) e raggiunge i livelli degli
anni 50. E’ stato questo il frutto perverso per i lavoratori e per i pensionati
dell’abolizione della scala mobile. Fissando un tasso di inflazione programmata
falso (pari all’1,4% nel 2003, contro un’inflazione reale attuale del 2,7%),
a cui dovranno adeguarsi le dinamiche contrattuali, il Governo continua a
ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati.
Per il Mezzogiorno la situazione è ancora peggiore. Tra il 1989 e il 1998,
le differenze nelle retribuzioni nette tra il centro nord e il sud passa dal
2% a quasi il 15%, l’incidenza dei bassi salari sul monte retribuzioni è cresciuta
in tutto il Paese, ma in particolare nel Sud: si passa dall’8% omogeneo sull’intero
territorio nazionale nel 1989 al 14% nel centro nord e al 28% nel Mezzogiorno
alla fine degli anni 90 (Indagine di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie
italiane).
Le differenze salariali tra il nostro Paese e i principali Paesi europei
sono molto grandi e sono divenute evidentissime dopo l’entrata in vigore dell’euro,
testimoniando una acuta differenza di potere di acquisto dei salari.
Ormai, come dicono i dati sopra indicati, abbiamo prezzi omogenei a quelli
dei principali Paesi europei mentre i nostri salari sono inferiori di circa
un terzo.
Si ripropone nel nostro Paese una grave situazione occupazionale che la propaganda
del governo ormai non riesce a nascondere. Aumenta solo la precarietà del
lavoro (gli incrementi dell’occupazione segnalano questa tipologia di assunzioni
temporanee, attraverso le varie forme di precarietà introdotte in questi anni).
Diminuisce, invece, il “lavoro buono”, quello stabile.
Il caso FIAT mette in luce l’ assenza di una politica industriale nel nostro
Paese, che non sia quella di favorire la finanziarizzazione dei capitali,
le privatizzazioni delle industrie e dei servizi pubblici, i progetti di grandi
opere inutili se non dannose per la vita sociale e per l’ambiente, la facilitazione
per l’ingresso dei capitali delle multinazionali.
La legge finanziaria aggrava ulteriormente tutti i dati della crisi: è una finanziaria che ha tagliato lo stato sociale direttamente (attraverso i tagli alla sanità e alla scuola) e indirettamente (attraverso i tagli alle regioni e agli enti locali), è una finanziaria che ha finto di dare qualcosa con la riduzione dell’IRPEF (aumenti ridicoli per i redditi più bassi, rimangiati con gli interessi dall’aumento dei prezzi, dai tagli allo stato sociale, dalla riduzione del potere di acquisto dei salari e delle pensioni) e ha dato largamente alle imprese con risorse a fondo perduto e con i condoni, è una finanziaria immorale e che ha avvantaggiato gli speculatori e chi ha imbrogliato, attraverso il varo del condono fiscale “tombale” e delle altre sanatorie (a partire da chi la illegalmente esportato i capitali all’estero), è una finanziaria recessiva perché non ha previsto alcun intervento in favore dell’occupazione e non ha proposto minimamente, a partire dalla vicenda emblematica della FIAT, alcun ruolo dell’intervento pubblico.
Una recente indagine del CNEL “L’agenda degli italiani 2002”, i cui dati
sono stati anticipati lo scorso 20 gennaio, getta una luce assai interessante
sulle reali opinioni degli italiani in merito agli interventi necessari nelle
politiche economiche e sociali. Esce uno spaccato del “Paese reale” assai
diverso da quello rappresentato dal cosiddetto “Paese legale”.
Dai dati del CNEL, emerge come la principale preoccupazione degli italiani
sia il lavoro, che aumenta l’opposizione a una maggiore flessibilità delle
imprese di licenziare o assumere (si passa dal 45% del 2001 al 52% nel 2002),
mentre i favorevoli scendono dal 39% al 32%. Il 52% degli intervistati sono
convinti che lo Stato debba garantire il lavoro mentre solo il 37% pensano
che le imprese debbano essere libere di operare. Ben il 63% dei cittadini,
ritiene che non si debba intervenire con modifiche sul sistema previdenziale
e il 65% sono per il mantenimento della gestione pubblica della sanità contro
le ipotesi di privatizzazione. Sulle dismissioni pubbliche e le privatizzazioni,
i fautori sono appena il 16% e i contrari ben il 71%.
Possiamo, così, comprendere come il senso profondo del referendum (l’estensione
dei diritti del lavoro e di quelli sociali) vada incontro a un vero e proprio
sentimento popolare. Dentro quel sentimento profondo, dobbiamo calare le nostre
iniziative per il referendum.
Lo statuto dei lavoratori è il risultato degli anni di grande fermento sociale
e civile che vanno sotto il nome di autunno caldo.
Sono gli anni del conflitto e del grande protagonismo operaio e della contestazione
giovanile e studentesca, gli anni dei grandi conflitti industriali nelle fabbriche,
gli anni della partecipazione, della spontaneità e della radicalità. Le lotte
hanno come principali protagonisti: l’operaio massa, il lavoratore dequalificato
impiegato nella produzione taylor-fordista, spesso immigrato dal sud, la cui
rabbia e il cui disagio sociale si incontra con l’avanguardia operaia che
ha resistito agli anni 50, grazie a una travagliata rielaborazione politica
e alla capacità di proporre un coraggioso dibattito interno e lo studente
massa, proveniente dalle classi meno abbienti, fino a poco tempo prima escluse
dall’accesso all’istruzione superiore.
Sono gli anni dell’unità sindacale. Il primo maggio del 1970, per la prima
volta dal 1948, le tre confederazioni celebrano insieme la festa dei lavoratori
e preparano, dopo decenni di aspri conflitti, il processo che nel 1972 porterà
all’unificazione organizzativa.
Sono gli anni dei consigli di fabbrica. La struttura sindacale vive in questi
anni un processo di profonda trasformazione da cui nascono forme di rappresentanza
dirette dei lavoratori, in grado di intervenire efficacemente nella messa
in discussione dei livelli di sfruttamento nel posto di lavoro.
La Statuto dei lavoratori garantisce il rispetto delle libertà costituzionali
in fabbrica, promovendo e sostenendo la piena cittadinanza del sindacato nei
luoghi di lavoro.
L’articolo 18 integra la disciplina prevista dalla legge 604 del 1966 in materia
di licenziamento individuale.
Esso prevede che il giudice, rilevando l’inefficacia di un licenziamento perché
privo di giusta causa o giustificato motivo possa ordinare al datore di lavoro
di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
Il valore principale dell’articolo 18 è nella sua funzione di contenere preventivamente
un utilizzo disinvolto della procedura di licenziamento individuale da parte
dei datori di lavoro. Anche se in Italia il numero dei licenziamenti individuali
impugnati e conclusi con sentenza di accoglimento attraverso la reintegrazione
è relativamente scarso, è evidente che l’abolizione dell’articolo 18, esporrebbe
i lavoratori alla privazione delle tutele fondamentali e alla minaccia alla
dignità personale.
La tutela in materia di licenziamento rappresenta un principio di emancipazione
e un valore decisivo ed è condizione essenziale per garantire il processo
di sindacalizzazione nei posti di lavoro. Esso regola i rapporti di potere
all’interno dell’impresa e attenua in parte lo squilibrio tra lavoratori e
datori di lavoro.
Non è assolutamente vero che in Italia non si licenzino i lavoratori. Secondo
l’Istat, negli ultimi 10 anni, vi sono stati 2 milioni e mezzo di licenziamenti,
con una media, quindi, di 250 mila licenziamenti all’anno. Questi licenziamenti
rientrano nella stragrande maggioranza nella fattispecie dei licenziamenti
collettivi, derivanti da processi di ristrutturazione aziendali.
Va ricordato, invece, che l’articolo 18 può essere attivato esclusivamente
nei casi dei licenziamenti individuali.
Le norme che, nel nostro Paese, regolano i licenziamenti individuali dei lavoratori
dipendenti, si differenziano a seconda della “soglia dimensionale” del datore
di lavoro (il numero dei dipendenti dell’impresa), ad esclusione di situazioni
assai particolari per le quali sussiste il cosiddetto regime di “libera recedibilità”
(i dirigenti, i prestatori di lavoro domestico, gli sportivi professionisti,
i lavoratori assunti in prova).
La disciplina vigente distingue tra “tutela reale”, prevista dall’articolo
18 dello statuto dei diritti dei lavoratori e “tutela obbligatoria”, prevista
dalla precedente normativa (la legge 604 del 1966).
Nel primo caso (tutela reale), il datore di lavoro, nell’ipotesi di licenziamento
illegittimo o ingiusto, ha l’obbligo di reintegrare il lavoratore (a meno
che, quest’ultimo non preferisca farsi liquidare un’indennità sostitutiva
della reintegrazione), nel secondo caso è il datore di lavoro che può scegliere
tra reintegrazione e corresponsione di un’indennità, stabilita tra un minimo
di 2,5 fino a un massimo di 6 mensilità dell’ultima retribuzione.
Il primo caso (obbligo della reintegrazione - la cosiddetta “tutela reale”)
si applica nei confronti dei datori di lavoro che occupino più di 15 dipendenti
(ovvero 5 dipendenti per gli imprenditori agricoli) in ciascuna sede, stabilimento,
filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento.
Il secondo caso (cosiddetta “tutela obbligatoria”), si applica per le imprese
fino a 15 dipendenti nonché ai datori di lavoro non imprenditori, che svolgono
attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di
religione o culto.
L’articolo 18 parla di licenziamenti senza “giusta causa o giustificato motivo.”
Cosa vogliono dire questi termini?
Per giusta causa (art.2119 del codice civile), si intende il verificarsi di
una causa che”non consente la prosecuzione anche provvisoria del rapporto
di lavoro”. Il medesimo articolo del codice civile, stabilisce che non costituisce
giusta causa il fallimento o la liquidazione dell’azienda (le due fattispecie
rientrano nel concetto di “giustificato motivo”).
La “giusta causa”, quindi, fa riferimento al ricorrere di fatti che, valutati
oggettivamente e soggettivamente, sono tali da configurare una grave ed irrimediabile
negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro (possono, quindi,
verificarsi anche esternamente alla sfera del contratto, per esempio una condanna
penale del lavoratore).
Per giustificato motivo (art. 3 della legge 604 del 1966) si intende un notevole
inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore (cosiddetto giustificato
motivo soggettivo) ovvero ragioni inerenti l’attività produttiva, l’organizzazione
del lavoro e il regolare funzionamento della stessa, come per esempio la soppressione
di un reparto o di una lavorazione (cosiddetto giustificato motivo oggettivo).
Frequentemente, nei contratti di lavoro di categoria si è provveduto alla
tipizzazione delle condotte che legittimano il licenziamento per giusta causa
o per giustificato motivo.
E’, comunque, sempre l’autorità giudiziaria a valutare la legittimità o la
giustificazione del licenziamento, dopo aver sentito le parti in causa.
Possiamo citare a tale proposito la valutazione dei giuristi della consulta
giuridica della CGIL a commento della delega al governo per il mercato del
lavoro. Essi parlano di triplice valenza positiva dell’articolo 18:
tTutela della dignità e della sicurezza del lavoratore al momento in cui perde
il lavoro per un motivo ingiusto. Un licenziamento arbitrario non può essere
compensato con un rimborso meramente economico (in più assai modesto e tale
da non poter compensare il danno del licenziamento);
tTutela preventiva del lavoratore contro la rappresaglia datoriale per esercizio
da parte del lavoratore degli altri diritti sanciti dalle leggi e dai contratti
di lavoro. In pratica, solo chi ha la ragionevole certezza di non subire la
rappresaglia del licenziamento, possiede le condizioni oggettive per richiedere
altri diritti negati (riconoscimento di mansioni, pagamento straordinari,
misure di sicurezza ecc.);
tEfficacia diffusiva delle migliori condizioni di lavoro. L’esercizio del
fondamentale diritto a non essere licenziato ingiustamente favorisce la diffusione
di norme di protezione e tutela anche in altri ambiti che regolano la vita
lavorativa (salute, orario, agibilità sindacale ecc.)
La reintegrazione è ordinata dal giudice con l’emanazione di una sentenza che dichiara inefficace il licenziamento per mancanza della forma scritta o della comunicazione, sempre in forma scritta, delle motivazioni del licenziamento o annulla il licenziamento, perché intimato senza giusta causa o giustificato motivo o, infine, dichiara nullo il licenziamento in quanto discriminatorio (perché motivato da ragioni di credo politico, religioso, razziali, di lingua, sesso ecc.). Con la medesima sentenza, che è immediatamente esecutiva, il datore di lavoro è condannato al risarcimento del danno, che non può essere inferiore a 5 mensilità di retribuzione globale. Fermo restando il suddetto risarcimento economico, il lavoratore ha la facoltà di chiedere, al posto della reintegrazione in servizio, la liquidazione di un’ulteriore indennità pari a 15 mensilità di retribuzione globale.
La vittoria del referendum estenderebbe anche alle imprese fino a 15 dipendenti
l’applicazione della cosiddetta “tutela reale”, ovvero l’obbligo della reintegrazione
in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
Inoltre, si eliminerebbe la deroga prevista per partiti, sindacati, ordini
religiosi e così via. Quindi, di fronte alla medesima ingiustizia, di un licenziamento
senza giusta causa o giustificato motivo (decretata da una sentenza emessa
da un giudice), si avrebbe il medesimo diritto al risarcimento del “danno
reale”, ovvero il reintegro in servizio (salvo la facoltà per il lavoratore
di optare per un’indennità di 15 mensilità).
Come è noto, le destre al governo vogliono modificare in peggio l’articolo
18, introducendo una deroga alle tutele attualmente previste, che, nella sostanza
prefigurano la cancellazione del diritto.
Questo è il testo delle modifiche all’articolo 18, contenute nel cosiddetto
“Patto per l’Italia” e che sono in discussione al Parlamento:
“Ai fini del sostegno della occupazione regolare e della crescita dimensionale
delle imprese, il governo è delegato ad emanare in via sperimentale uno o
più decreti legislativi, entro il termine di un anno dalla data di entrata
in vigore della presente legge, nel rispetto dei seguenti principi e direttive:
tAi fini della individuazione del campo di applicazione dell’articolo 18 della
legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, non computo nel
numero dei dipendenti occupati dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato,
anche se a tempo parziale, o con contratto di formazione lavoro, instaurati
nell’arco di tre anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi.”
Tradotto in termini più semplici, ciò vuol dire che un’impresa che, in forza
di nuove assunzioni, nell’arco del prossimo triennio, superi la soglia dei
15 dipendenti è comunque esclusa dal campo di applicazione dell’articolo 18.
Si crea un “vulnus” gravissimo nella normativa esistente (a parità di dipendenti,
non vi sarebbe più un’uguaglianza dei trattamenti) che prepara, evidentemente,
una manomissione ancora più profonda della tutela della reintegrazione in
servizio in caso di ingiusto o illegittimo licenziamento. Non solo, ma i dipendenti
esclusi dal computo rimarrebbero tali anche una volta scaduto il periodo di
sperimentazione. Ciò significa che verrebbe stabilita in modo permanente una
differenza di trattamento e di diritti tra i lavoratori. Questo testo (disegno
di legge 848 bis) è stato stralciato dalla delega sul mercato del lavoro,
e deve essere ancora approvato dal Parlamento.
Anche qui, il referendum sarebbe risolutivo: eliminando la soglia dei 15,
cadrebbe la possibilità di qualsiasi deroga. Il si al referendum per l’estensione
dell’articolo 18 allarga i diritti, affossa il “patto per l’Italia” e impedisce
definitivamente la manomissione prevista nelle proposte di legge che il governo
vuole fare approvare dal Parlamento.
A fronte di una media annua di 250 mila licenziamenti, le sentenze per la
reintegrazione nel posto di lavoro sono meno di 1800 all’anno in tutta Italia
(lo 0,72% del totale dei licenziamenti emessi). Questa cifra non deve trarre
in inganno in quanto i licenziamenti individuali senza giusta causa o giustificato
trovano una forte limitazioni proprio dall’esistenza dell’articolo 18 che
li rende inefficaci.
E’ evidente, inoltre, il significato simbolico connesso alla limitazione (o,
al contrario, come vuole il referendum, all’allargamento) delle tutele previste
dall’articolo 18 è fortissimo.
Per fare un esempio, basti ricordare l’intervento di Craxi per l’eliminazione
dei 4 punti di scala mobile congelati, agli inizi degli anni 80. Dal punto
di vista economico, erano in gioco cifre modeste (infatti, per minimizzare,
veniva affermato che si trattava di “un caffè al giorno”). Dal punto di vista
simbolico, però, la cosa era incredibilmente importante: infatti, da quella
prima manomissione, si è passati dopo pochi anni all’eliminazione totale della
scala mobile e, quindi, a un più deciso attacco al potere di acquisto delle
retribuzioni.
Oggi si vuole percorrere la stessa strada della scala mobile: si inizia con
una parziale manomissione oggi, per giungere alla cancellazione domani.
Il referendum che estende le tutele dell’articolo 18, al di là del numero
dei lavoratori coinvolti e delle sentenze che saranno emesse in futuro per
la reintegrazione dei lavoratori ingiustamente e illecitamente licenziati,
ha un fortissimo impatto simbolico: aumentare le tutele e le garanzie per
una nuova stagione dei diritti sociali estesi a tutti.
In Italia, circa il 92% delle imprese conta meno di 15 dipendenti, quota
di 2,23 volte superiore alla media europea, (e anche questo dovrebbe dire
qualcosa circa l’arretratezza della struttura economica e della polverizzazione
della produzione). La maggior parte delle imprese con meno di 15 dipendenti
è collocata al sud (95% in Calabria, 94% in Sardegna e Sicilia), mentre i
settori più interessati sono quelli delle costruzioni e dell’edilizia (il
60,6% dei dipendenti è in imprese sotto la soglia delle 15 unità). L’estensione
dell’articolo 18 non si applicherebbe a tutte le “microimprese”, essendo moltissime
di queste costituite da liberi professionisti, coadiuvanti familiari, con
contrattazione atipica e così via. L’estensione dell’articolo 18 riguarderebbe
direttamente le figure di lavoro dipendente in imprese con meno di 16 dipendenti
(secondo le varie stime tra 3 milioni e 3 milioni e 500 mila lavoratori, che
si aggiungerebbero ai circa 9 milioni oggi tutelati).
Naturalmente, l’estensione dell’articolo 18 non ha solo un enorme valore politico
simbolico.
Riguarda direttamente una porzione di lavoratori (circa tre milioni e mezzo)
ma parla, più generalmente, del tema dell’allargamento dei diritti a tutti
i lavoratori esclusi dalle tutele (circa 14 milioni, il 62% del totale degli
occupati), indipendentemente dalla tipologia contrattuale con la quale sono
stati assunti.
La flessibilità del lavoro con il referendum non c’entra nulla. Il tema del
referendum, infatti, riguarda esclusivamente la disciplina dei licenziamenti
individuali mentre il tema della flessibilità è regolato da altre norme e
leggi.
E’ chiaro, però, che il referendum solleva un problema più generale. Qui,
lo scontro contro i liberisti di destra e di centro sinistra deve essere condotto
a viso aperto. C'è già troppa flessibilità: in Italia è tra le più elevate
d'Europa e noi la contrastiamo per affermare i diritti sul lavoro e del lavoro.
Attraverso il referendum si vuole, quindi, affrontare criticamente il tema
della precarizzazione delle condizioni di lavoro. Il tema dell’allargamento
delle tutele dell’articolo 18 alle piccole imprese parla dell’apertura di
una nuova stagione di diritti del lavoro e di diritti sociali. Si collega,
per esempio, alla proposta di salario minimo intercategoriale e allo stabilire
una soglia di diritti di cui debbono godere tutti i lavoratori, a prescindere
dalla tipologia del contratto (deve riguardare, quindi, i cosiddetti co.co.co,
i soci lavoratori ecc.). Effettivamente, quindi, proponiamo l’introduzione
di nuove rigidità contro la precarietà determinate dalle politiche neoliberiste.
Nel Parlamento è stata approvata la “legge delega” sul mercato del lavoro,
tratta dal cosiddetto “libro bianco” del ministro Maroni. E’ un intervento
totalmente destrutturante dell’insieme delle garanzie e delle tutele del lavoro.
Con la sua approvazione la precarietà si estende fino a farne l’elemento sostanziale
di qualsiasi rapporto di lavoro: si liberalizza il collocamento, si cancella
la norma che vieta l’intermediazione di mano d’opera e si introducono nuove
flessibilità come il lavoro a chiamata, il “lavoro in affitto” viene ulteriormente
ampliato e reso condizione stabile di lavoro. In uno stesso stabilimento,
addirittura nel medesimo reparto, potranno essere impiegati perennemente lavoratori
con stipendi, orari, condizioni di lavoro e tutele del tutto differenti tra
loro. In pratica, si arriva all’obiettivo di eliminare il contratto nazionale
di lavoro. Anche, rispetto a questo intervento, il referendum costituisce
un argine di grande valore politico proprio perché indica una strada opposta:
rendere il lavoratore titolare di diritti fondamentali e inalienabili, indipendentemente
dal tipo di azienda e dalla condizione contrattuale.
Il lavoro nero in Italia c’è ed è due volte superiore a quello di Francia
e Germania. Secondo i dati forniti dagli istituti di ricerca, l’economia che
è sorretta dal lavoro nero si aggira a quasi il 25% del Prodotto Interno Lordo.
L’evasione contributiva in Italia è di alcune decine di migliaia di miliardi
di vecchie lire (almeno 20 milioni di euro) e i dati delle poche ispezioni
che vengono effettuate dimostrano che, specialmente nell’edilizia, il ricorso
al lavoro nero è superiore al 50%.
Non è un caso che l’Italia è, tra i Paesi con maggiore ricchezza in Europa,
quello con la più alta incidenza di incidenti e morti sul lavoro (oltre 1000
l’anno).
Eppure, oggi, non c’è l’estensione dell’articolo 18.
Il lavoro nero, in realtà, si va estendendo a causa della politica del governo
delle destre. Quando si approvano in Parlamento tutta una serie di condoni
e di sanatorie in favore dell’evasione fiscale, anche di quella contributiva,
il messaggio è chiaro: è un incentivo ad evadere e ad aggirare le normative
sulla regolarità del lavoro. Il risultato di tutte le sanatorie e dei cosiddetti
incentivi all’emersione è stato insignificante. Il lavoro nero si contrasta
con le leggi, gli strumenti per applicarle, gli Ispettorati del lavoro, la
sindacalizzazione, efficaci politiche del lavoro, ecc.
Inoltre, purtroppo, esistono molte forme giuridiche di rapporto di lavoro
diverso dal tempo indeterminato, ma neppure a queste accedono quanti sfruttano
il lavoro nero. La vittoria del referendum non estenderà l'area del lavoro
nero, al contrario estendendo la tutela fondamentale del diritto al reintegro
se licenziato ingiustamente, favorirà la sindacalizzazione e, quindi, l’introduzione
di tutele maggiori.
Servirà, anche, solo per fare un esempio molto concreto, a dare la possibilità
a un lavoratore di una piccola impresa (quelle dove si condensano il maggior
numero di morti bianche) di poter rivendicare le norme sulla sicurezza senza
correre il rischio di essere licenziato.
Questa critica è veramente assurda. Cosa c’entra, infatti, una norma che
tutela i lavoratori dai licenziamenti ingiustificati con lo sviluppo economico
del Paese? In realtà, chi avanza questa obiezione lo fa in nome di un ragionamento
che possiamo così sintetizzare: lo sviluppo economico ha bisogno che vengano
tolti tutti i “lacci e laccioli” che vincolano la libertà dell’impresa di
competere sul mercato globale.
Parliamo, quindi, dell’impianto fondamentale delle politiche neoliberiste:
privatizzare qualsiasi forma di intervento pubblico, liberalizzare il mercato
da qualsiasi regola, inseguire il costo del lavoro al più basso livello possibile,
deregolamentare tutele e garanzie del lavoro, estendendo ogni forma di precarietà
possibile.
Contro questa impostazione, anche con il referendum, avanziamo una critica
di fondo e lanciamo una sfida aperta.
Questa politica, infatti, è allo stesso tempo iniqua e sbagliata, crea ingiustizie
e disuguaglianze e neanche è in grado di saper affrontare i nodi di fondo
dello sviluppo economico.
Infatti, come abbiamo già detto precedentemente, siamo entrati in fase di
stagnazione e di vera e propria recessione. In Europa sale il tasso di disoccupazione
e si riduce la domanda a causa della perdita del potere di acquisto delle
retribuzioni, cresce la fascia della popolazione che vive sotto la soglia
della povertà (ormai 8 milioni di persone) che comprende, ormai, non solo
i disoccupati e i pensionati al minimo ma, anche, porzioni crescenti di lavoratori
dipendenti (basta leggere i dati recenti dell’indagine dell’Eurispes).
Il caso della FIAT è emblematico. L’azienda torinese, in questi anni, ha potuto
fare ciò che voleva: attraverso le ristrutturazioni ha potuto drasticamente
ridurre la forza lavoro e ha introdotto forme estreme di flessibilità (vedi
Melfi), ha goduto di ingenti finanziamenti pubblici: il risultato è sotto
l’occhio di tutti, la crisi e il fallimento. Il punto di fondo è che le politiche
neoliberiste hanno fallito nella promessa fondamentale che, tagliando regole
e garanzie e ogni forma di controllo pubblico, si sarebbe assicurato sviluppo
e progresso.
Occorre cambiare quella politica: un nuovo intervento pubblico, regole e garanzie
per tutti i lavoratori, sottrarre alla logica del profitto i beni e i servizi
essenziali (l’acqua, l’energia, i trasporti ecc.).
L’estensione dell’art. 18, inoltre, coglie un elemento fondamentale collegato
ai processi di ristrutturazione dell’apparato produttivo: diminuiscono gli
occupati nelle grandi imprese e le produzioni vengono sempre di più polverizzate
(a questo proposito, si vedano i dati dell’allegato 1) sono sempre meno i
lavoratori tutelati dal diritto al reintegro in caso di licenziamento ingiustificato
e si espande l’area della non tutela. Il referendum coglie, quindi, un elemento
fondamentale delle modificazioni intervenute nel mondo del lavoro. A chi,
poi, parla tanto di Europa, va ricordato che la Carta Europea, approvata a
Nizza (malgrado i limiti e i difetti che contiene e che sono tali da determinare
la nostra opposizione), prevede che :
"OGNI LAVORATORE HA DIRITTO ALLA TUTELA CONTRO OGNI LICENZIAMENTO INGIUSTIFICATO"
e non fa alcuna distinzione tra pubblico e privato, tra aziende con più o
meno di 15 dipendenti, tra lavoratori a termine o a tempo indeterminato, tra
subordinati e atipici. Inoltre afferma, art.51,1, che l'esercizio del diritto
deve essere effettivo e non mera enunciazione di principio.
E’ assolutamente falso che estendere l’articolo 18 impedirebbe alle imprese
di licenziare. Chi usa questo argomento fa disinformazione. In Italia, si
fanno circa 250.000 licenziamenti l’anno e, di questi, meno dell’1% è sanzionato
attraverso lo Statuto dei diritti dei lavoratori. L’articolo 18, infatti,
riguarda solo i licenziamenti individuali senza giusta causa o giustificato
motivo, circostanza che viene accertata dal giudice attraverso un’udienza
nella quale le parti hanno la facoltà di far sentire le proprie ragioni.
Come ricordato, il valore principale dell’articolo 18 consiste nel prevenire
comportamenti scorretti da parte dei datori di lavoro.
Se, come dicono le associazioni di categoria delle piccole imprese e delle
associazioni artigiane: “Nelle microimprese, al di sotto dei 15 dipendenti,
a differenza di quanto sostengono i referendari, non sono mai venuti meno
i diritti fondamentali e non ci sono stati licenziamenti individuali indiscriminati”
(comunicato del 17 gennaio 2003 della Cgia - Associazione artigiani e piccole
imprese), perché tanta ostilità all’estensione dell’articolo 18 che si applica
esclusivamente a quella tipologia di licenziamenti?
Se, inoltre, dalla propaganda si passa alla realtà dei fatti (si veda l’allegato
n. 2), si vede come, in realtà, l’estensione dell’articolo 18 riguarda direttamente
solo i lavoratori dipendenti in imprese sotto i 16 dipendenti (compresi tra
circa 3 milioni e 3 milioni e mezzo di lavoratori), mentre la maggior parte
delle imprese artigiane, commerciali e dei lavoratori autonomi (le piccolissime
imprese) hanno rapporti di lavoro che non rientrano nella categoria “lavoratori
dipendenti”.
Quindi, anche l’accusa contenuta in un recente articolo di Eugenio Scalfari
(“diverrebbe impossibile rompere il rapporto di lavoro nell’azienda familiare
della fioraia che divorzia dal marito”) rimane solo una battutaccia un po’
misogina ma, nel merito, è irrisoria e pretestuosa.
Esiste certamente un problema di aiuto alle piccole imprese e all’artigianato.
La questione, però, non può essere risolta con la diminuzione dei diritti.
Al contrario, sono necessarie misure di politica economica e industriale a
favore delle piccole e medie imprese come, ad esempio, la creazione di utili
infrastrutture sul territorio, la riforma dell’accesso al credito bancario,
l’estensione degli ammortizzatori sociali nei periodi di crisi, la garanzia
di una formazione dei lavoratori garantita dal sistema.
Potremmo semplicemente rispondere che sarebbe importante che tutte le sinistre
si unissero per sostenere il si, tanto più che il governo ha deciso di scendere
in campo direttamente guidando i comitati per il no. Se, infatti, si è condotta
la battaglia contro il governo, sostenendo che l'art. 18 è un elemento di
civiltà, perché non è giusta la battaglia per estenderlo a quella metà di
forza lavoro che non ha mai avuto questa protezione? La civiltà non si ferma
al di sotto di una soglia.
In realtà il centro sinistra è diviso sulle questioni del lavoro, del mercato
del lavoro e della democrazia sui luoghi di lavoro. Le ipotesi di D'Alema
e quelle contenute nella proposta di legge Amato-Treu non sono alternative
a quelle del libro bianco di Maroni e sono assai diverse da quelle avanzate
dalla CGIL e da altri esponenti dei DS.
Il centro sinistra si è diviso nel giudizio sullo sciopero generale della
Cgil. Le divisioni attraversano i sindacati, Cgil e Cisl Uil e anche quelli
dei meccanici.
La CGIL ha scelto di dividersi dalla CISL e dalla UIL e ha fatto degli scioperi
generali in contrasto con gli altri sindacati confederali.
La FIOM ha presentato una piattaforma sindacale per il rinnovo del contratto
differente da quella presentata dagli altri sindacati metalmeccanici.
Tutto questo avviene indipendentemente dall'esistenza o meno del referendum.
Anche nei confronti del referendum, le posizioni del centro sinistra sono
assai diversificate (si va da un no secco di Fassino e Rutelli, al ritenere
valide le finalità dei referendari senza condividere lo strumento del referendum,
come nel caso di Cofferati, alla dichiarazione a favore del si di molti esponenti
della sinistra DS per giungere al sostegno pieno, fin dall’inizio, di un’altra
parte della sinistra DS, l’area di Salvi e dei Verdi).
L’unità tra le sinistre non si costruisce sulla base di uno schieramento pregiudiziale
e a prescindere dai contenuti concreti ma, al contrario, sulla base delle
scelte di fondo, va costruita la più ampia unità. I promotori del referendum
appartengono già a uno schieramento pluralistico (Rifondazione Comunista,
i Verdi, Socialismo 2000, la FIOM, la sinistra della CGIL, i COBAS, le RdB,
altre organizzazioni sindacali di base, associazioni e comitati). Questo schieramento
si è ulteriormente allargato e sono già diversi gli esponenti della sinistra
politica, sindacale e di movimento che si sono schierati. Nelle realtà territoriali,
interi settori di delegati di posti di lavoro e di strutture territoriali
sindacali si pronunciano per il si. Anche le organizzazioni sindacali confederali,
in primo luogo la CGIL, pur nella distinzione della posizione, mantengono
un’attenzione e hanno rifiutato di fare la campagna per il no.
Il referendum esprime, quindi, una grande spinta unitaria per il cambiamento.
Questa critica è davvero un po’ “pelosa” allorché ci viene rivolta da quanti
(è il caso di molti esponenti del centro sinistra) non hanno alcuna intenzione
di estendere le tutele.
Noi sappiamo bene che l'effetto giuridico, in caso di vittoria del referendum,
amplia i diritti solo al lavoro a tempo indeterminato ( e si parla di una
cifra consistente, tra i 3 e 3 milioni e mezzo di lavoratori). Ma, questo,
per noi, è solo il primo passo: fin dall'inizio il referendum è stato promosso
con l'obiettivo di unificare sul terreno dei diritti tutto il mondo del lavoro,
incluso quello con contratti atipici. Consideriamo il SI al referendum, quindi,
un passo concreto e gigantesco verso un si ad una legge che estenda le tutele
ai lavoratori e lavoratrici con contratti diversi dal tempo indeterminato.
Sono presenti proposte di legge in Parlamento, presentata da Rifondazione
e da altri esponenti della sinistra DS, e la Cgil ha raccolto circa 5 milioni
di firme con l'impegno a proporre una legge di iniziativa popolare per estendere
un arco di diritti ai lavoratori oggi non tutelati.
Questo obiettivo, per ragioni sociali e politiche, di materiali condizioni
di vita di milioni di persone (in particolare, giovani e donne) con lavori
incerti , senza diritto al posto di lavoro, previdenza, ferie, malattia, salario
minimo garantito, è sicuramente importante quanto la stessa estensione dell'art.18
e certamente altrettanto dirompente.
Questo obiettivo è, però, lontanissimo dalla possibilità di essere recepito
da un Parlamento dominato dalle destre e, nel quale, anche una parte consistente
del centro sinistra è ostile.
Oggi, grazie al referendum, è veramente possibile imprimere una svolta.
La vittoria al referendum è una vittoria per tutti perché apre una nuova stagione
dei diritti: questo è il messaggio decisivo che il referendum consegna alle
coscienze dei lavoratori e dei cittadini italiani, in altre parole, i diritti
si estendono a tutti e tutte o verranno complessivamente ridotti.
Votare Si è primo passo in questa direzione, va controcorrente perché estende
diritti quando il Governo vuole comprimerli anche nelle grandi fabbriche e
pone le basi per estenderli a tutti e tutte.
E’ un’argomentazione assai pretestuosa e del tutto fuori tempo: oggi che
il referendum c'è, che senso ha la separazione tra obiettivo e strumento?
Inoltre, il referendum è uno strumento dato dalla Costituzione per abrogare
leggi esistenti o parti di esse: il voto popolare può quindi svolgere una
vera funzione legislativa in forma che viene definita di democrazia diretta
in quanto può pronunciarsi anche in contrasto con le rappresentanze elette,
cioè il Parlamento. Esiste una proposta maggiormente realistica? Non sarebbe
meglio, oggi che il referendum è stato dichiarato valido e manca solo l’indicazione
della data, che tutti coloro che condividono le intenzioni del referendum
si uniscano per far vincere il SI?
La vittoria del SI al nostro referendum non lascia alcun vuoto legislativo:
la tutela del reintegro si applica semplicemente a tutti i lavoratori dipendenti,
senza, quindi, alcun riguardo al numero degli addetti.
Le proposte di legge presentate dal centro sinistra, occorre ricordarlo di
nuovo, sono tra loro assai diverse e si muovono in direzioni contrastanti:
per fare un solo esempio, la proposta contenuta nel disegno di legge Amato
- Treu è assai diversa da quella presentata da alcuni esponenti della sinistra
DS e dalla medesima proposta CGIL. In ogni caso (oltre alla valutazione nel
merito) è evidente che, con l'attuale maggioranza parlamentare, nessuna legge
proposta dall'opposizione può essere approvata . L’unica legge che l’attuale
Parlamento, visti i rapporti di forza, potrebbe essere costretto ad approvare
è quella peggiorativa che il governo ha presentato, come la legge delega che
estende la precarietà del lavoro, recentemente approvata, dimostra chiaramente.
Quindi, anche chi preferirebbe un intervento legislativo per aumentare le
tutele del lavoro in caso di licenziamento illegittimo non può che convenire
che l’unica possibilità è data dalla vittoria referendaria.
Al fondo delle critiche, c’è una valutazione politica che va affrontata direttamente:
tutti gli argomenti a favore del referendum sono giuste, però alla fine si
perde.
E’ la sindrome della sconfitta, malattia senile di una sinistra che ha smarrito
la propria identità e ha deciso di non proporsi come alternativa di fondo
alle destre, finendo per assumerne i riferimenti di fondo nelle grandi scelte
di politica economica e sociale.
Senza voler parlare a nome dei lavoratori, è lecito affermare che la grande
maggioranza è favorevole all'estensione del diritto a non essere licenziato
ingiustamente e che, se correttamente informata, possiamo conquistare il consenso
della maggioranza dei cittadini. Nel contenuto, chi mai può essere favorevole
ad un licenziamento e per giunta ingiustificato? Tutti i sondaggi, finora
pubblicati, parlano chiaramente di una maggioranza favorevole a recarsi al
voto e di un orientamento degli elettori assai diverso da quello del “cielo
della politica”.
Dunque, esiste una maggioranza sociale favorevole al SI e una grande attenzione
sul terreno dei diritti, prodotta dalle mobilitazioni dello scorso anno, (dalla
manifestazione del 23 marzo a Roma agli scioperi generali , promossi dalla
Cgil).
Il governo, al contrario, è sceso direttamente in campo per guidare direttamente
i comitati per il no. Già questa circostanza, non chiarisce le cose?
All’inizio di questo documento, abbiamo parlato di una recente ricerca del
CNEL, “L’agenda degli italiani 2002” in cui si rende chiaro come il Paese
reale la pensa assi diversamente dal Paese legale nel merito di scelte fondamentali
come il sistema previdenziale, la sanità, le privatizzazioni. Così come sulla
guerra, la maggioranza degli italiani, la pensa diversamente da chi la governa.
Sarebbe necessario che tutte le sinistre, e più in generale le opposizioni,
si mettessero in sintonia con questo vero sentimento popolare. Questo facciamo
con il referendum per l’estensione dell’articolo 18 contro i licenziamenti
ingiustificati.
Il nodo dello scontro è chiaro e semplice: andare nella direzione dell’estensione
dei diritti sociali o, al contrario, alla loro ulteriore compressione e a
un ulteriore inasprimento delle politiche neoliberiste che già tanti danni
hanno recato alle classi popolari e all’intera società.
“Un nuovo mondo possibile”, nel nostro Paese, passa anche dall’esito del referendum.
Settori, imprese e dipendenti per regione
interessati direttamente dall’estensione dell’art. 18
Incidenza percentuale rispetto al totale delle imprese e dipendenti
|
Classe dimensionale da 1 a 15 dipendenti
|
||
| n. dipendenti | n. imprese | |
| Calabria | 53,28% | 95,09% |
| Sardegna | 49,18% | 94,35% |
| Molise | 48,78% | 92,68% |
| Valle D’Aosta | 48,58% | 95,05% |
| Sicilia | 45,86% | 94,14% |
| Puglia | 45,21% | 93,22% |
| Toscana | 43,89% | 92,44% |
| Trentino Alto Adige | 43,82% | 92,62% |
| Umbria | 43,47% | 92,93% |
| Campania | 41,48% | 92,93% |
| Basilicata | 41,31% | 93,74% |
| Liguria | 40,02% | 94,04% |
| Marche | 39,63% | 90,28% |
| Abruzzo | 39,39% | 91,92% |
| Veneto | 36,20% | 89,22% |
| Friuli Venezia Giulia | 34,62% | 91,15% |
| Emilia Romagna | 34,51% | 90,66% |
| Lombardia | 28,73% | 89,60% |
| Piemonte | 26,98% | 91,16% |
| Lazio | 23,62% | 92,72% |
| ITALIA | 34,17% | 91,49% |
|
Classe dimensionale da 1 a 15 dipendenti
|
||
|
|
n. dipendenti | n. imprese |
| Ind. costruzioni e installazione impianti edilizia | 60,6% | 94,9% |
| Commercio, pubblici esercizi e alberghi; riparazione beni consumo | 54,8% | 95,7% |
| Servizi pubblici e privati (escl. Pubblica Amministrazione) |
38,0% | 94,5% |
| Ind. manifatt., alimentari, tessili, pelli e cuoio, abbigl. legno e mobilio | 33,0% | 85,2% |
| Credito e assicurazione, servizi alle imprese, noleggio | 24,6% | 94,1% |
| Ind. manifatt., lavorazione e trasformazione metalli. Meccanica precisione |
24,3% | 83,2% |
| Trasporti e comunicazioni | 16,9% | 87,1% |
| Ind. estrattive e manifatt. e trasf. metalli non energetici Ind. chimiche |
16,5% | 78,3% |
| Energia, gas e acqua | 2,3% | 61,5% |
| TOTALE | 34,2% | 91,5% |
Elaborazioni Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati INPS
L’Italia senza articolo 18 |
|
| Occupati totali nel 2000 | 23.494.600 |
| di cui, non coperti dall’articolo 18: | |
| lavoratori irregolari | 3.538.000 |
| lavoratori autonomi | 6.470.000 |
| dipendenti delle imprese sotto i 16 dipendenti | 2.900.000 |
| lavoratori a termine | 1.530.000 |
| altri | 45.400 |
| TOTALE (62% dell’occupazione totale) |
14.483.000 |
Elaborazione CsC su dati ISTAT