Quelle che seguono sono riflessioni a caldo dopo tre giorni di full-immersion nella valutazione dei dati referendari, in diverse sedi di partito, con una discussione rapida tra alcuni compagni. Il contributo dovrà tradursi nell'articolo introduttivo della rivista ERRE, per essere così a disposizione di una discussione più generale, nel partito e nel movimento..
Non c'è dubbio che il referendum abbia rappresentato una sconfitta. Lo ha detto, forse troppo seccamente, lo stesso Bertinotti. Il vero problema, però, non è soffermarsi al mero dato numerico o a un'interpretazione funzionale a diversi progetti politici, quanto cogliere il significato effettivo di questa sconfitta, analizzarne la provenienza, la collocazione nell'attuale fase politica e le implicazioni per il futuro. Solo se si attua un ragionamento con questa prospettiva - sia sul passato che sul futuro - si può dare un volto più definito ai "misteriosi" 11 milioni che, contravvenendo alle indicazioni di tutti gli apparati nazionali - industriali, politici e, per due terzi, sindacali - hanno approvato la nostra battaglia.
Questa affermazione appare così scontata che finora, nei commenti e nelle valutazioni ascoltate, ci si è sorvolato sopra (ma lo si è fatto anche in sede di previsione sul risultato: nessuno ha mai ipotizzato una percentuale di affluenza al di sotto del 30%; ci tornereremo sopra). Eppure, il nodo strategico è qui. Nel suo intervento in Direzione nazionale Gigi Malabarba ha efficacemente ricordato alcune recenti sconfitte dei lavoratori: il contratto dei metalmeccanici che non si chiude; la Fiat; migliaia di licenziamenti in diverse fabbriche; l'approvazione del "pacchetto Biagi", la legge 30 e quindi una tornata di precarizzazione formidabile. Possiamo aggiungere, il cattivo contratto del pubblico impiego, il passo indietro segnato dalle mobilitazioni per la scuola pubblica - dopo una fase di grandi manifestazioni - ulteriori arretramenti su tanti altri settori nevralgici ai fini dello scontro sociale. La stessa "astuzia" degli assistenti di volo Alitalia rappresenta un segno della difficoltà a scioperare nel comparto dei trasporti. Insomma, dopo venti anni di sconfitte i lavoratori non riescono a uscire da uno stato di minorità sociale e di arretramento e la stessa azione della Cgil (che ha sì sostenuto il referendum ma con un impegno ridotto e, soprattutto, senza modificare la linea concertativa), non ha certo aiutato a uscire da questa impasse. Per non parlare dei Ds e, purtroppo, della difficoltà che incontra Rifondazione a invertire la tendenza.
In questo contesto, però, 10 milioni e 500mila persone sono uscite di casa il 15 e il 16 giugno e hanno deposto un Sì nell'urna. Ad alcuni questa dinamica può apparire consolatoria, ad altri insufficiente, per molti in questi giorni è stata motivo di conforto. Bisogna invece analizzare questo fenomeno per quello che è - e davvero ci servirebbe moltissimo una radiografia più "scientifica" del voto - e provare a capire se la sconfitta è l'ultima di una serie molto lunga o se invece indica qualcosa di nuovo. Questa domanda è forse quella decisiva. Se inscriviamo il voto del 15 giugno nel triste calendario che scaturisce dalla sconfitta alla Fiat dell'80 o, quasi per consonanza, dal referendum sulla scala mobile dell'85 costruiamo una serie storica imprecisa che non tiene conto delle lotte recenti, del ciclo di mobilitazione del movimento, del ricambio generazionale in fabbrica e di altri fattori ancora. Questo referendum sarebbe stato possibile qualche anno fa? Il fronte che lo ha sostenuto avrebbe avuto la stessa credibilità e la spinta a lavorare? In realtà è più probabile che il referendum sia solo la prima sconfitta di una fase in cui si sta cercando faticosamente di risalire la china. Un'analisi dei referendum degli ultimi sette anni - quasi sempre falliti, si badi bene - mostra che l'adesione ai quesiti referendari - cioè allo sforzo fatto dai proponenti - si è attestato sempre intorno agli undici milioni. Nel 2000, nel referendum per l'abolizione della quota proporzionale i Sì sono stati "solo" 11.637mila. Il risultato del 15 giugno non si discosta quindi dall'andamento di molti altri referendum. Ma a differenza di tutti quelli, per la prima volta ha riproposto un contenuto di classe altamente qualificato. Si è parlato di precarietà a livello di massa; qualche anno fa lo si faceva solo in pochi circoli politici e sindacali. Il referendum, dunque, ha provato a invertire una tendenza e, alla luce del risultato, ha registrato un dato sociale piuttosto che provocarlo. Il suo esito si colloca in una nuova fase sociale che sconta tutta la negatività dei rapporti sociali, ma in cui è possibile, dopo molto tempo, parlare di lotta alla precarietà, di estensione dei diritti, di antiliberismo. Per certi versi, il risultato referendario è una sorta di misuratore del tasso di lotta di classe, un coefficiente che registra la densità di resistenza alle politiche liberiste accresciuta, in questo caso, dalla determinazione a estendere un diritto di base. Questo tasso è ancora basso, insufficiente. Sta alla capacità di riprendere il conflitto, all'incisività dell'azione del nostro partito, a un'attenta analisi su ruolo e natura del movimento, aumentare questo tasso, innanzitutto con un'azione qualificata sul piano sociale che provi a incidere su quei rapporti di forza sfavorevoli.
Sulla positività degli undici milioni di voto abbiamo già detto. Però tutti
pensavamo a qualcosa di più. Nessuno, ma proprio nessuno, ha mai pensato a
un risultato inferiore al 30%. Su questo occorrerà indagare ancora. Al momento
possono essere utili due chiavi di interpretazione: il ruolo del movimento
e il funzionamento del meccanismo unità/radicalità. Nel partito, e sui giornali,
sta passando l'idea che il movimento abbia esaurito il suo ciclo.
Lo stesso dato referendario, mette in luce un voto che proviene principalmente
dalle "zone rosse" dai vecchi insediamenti di Ds e Prc (dunque dal Pci). Nulla,
sembrerebbe, dal movimento. In realtà, le cose sono più complesse e comunque
difficili da verificare concretamente. Per quanto riguarda il movimento c'è
da dire che emerge con chiarezza quel limite che abbiamo più volte cercato
di indicare, spesso da soli: il movimento si muove su un'onda simbolica, di
critica etica all'esistente, aggrumandosi intorno agli eventi, ma senza tradursi
in movimento quotidiano con meccanismi di radicamento, di battaglia intorno
a vertenze definite, senza obiettivi dichiarati e senza programmare l'ottenimento
di vittorie.
E' così da Genova, da dopo Genova, da Firenze, da Porto Alegre. Oggi questa
realtà viene a galla: nel voto del referendum, il "popolo dei social forum"
fa senza dubbio parte degli undicimilioni (così sembrebbe dall'affluenza più
alta nelle grandi città), ma non produce effetti a catena, non attiva legami
forti sul territorio, sui posti di lavoro, in altre sedi che permettano di
"sfondare" sul resto della popolazione. Da questo punto di vista c'è ancora
molto da fare e il movimento, nella sua capacità di agire in profondità, di
mettere radici, gioca la propria sopravvivenza.
Inoltre, bisogna precisare limiti e inadeguatezze che spesso non appaiono evidenti:
E' qui che sta il merito principale del movimento antiglobalizzazione: aver
permesso questo riconoscimento, aver prodotto una sintesi che è sempre stata
più alta della somma di tutti i fattori. E' stato così a Genova, così a Firenze,
così a Porto Alegre, è stato così il 15 febbraio e nella lotta contro la guerra.
Tutti eventi, però, che se non si misurano con la fatica del movimento quotidiano
rimarranno allo stato gassoso. Diverso il problema del rapporto unità/radicalità.
Questa è stata finora la cifra del lavoro di movimento, in cui l'ampiezza
delle forze e la nettezza dei contenuti hanno permesso la realizzazione di
avvenimenti di massa. Al referendum, è giusto riconoscerlo, è mancata l'unità.
Questo dato, però, non può essere imputato, come fa il manifesto ai promotori
che, anzi, sono stati capaci di aggregare via via nuove forze. Se il centrosinistra
avesse colto l'opportunità di rivedere il segno delle politiche liberiste
condotte negli anni di governo, e avesse accettato di dare continuità a quella
convergenza realizzata sulla guerra, anche la battaglia referendaria avrebbe
beneficiato dell'effetto di traino prodotto dall'unità di forze tanto diverse,
un fattore determinante nel conferire credibilità alle battaglie. Ma forse,
quel centrosinistra non sarebbe... l'attuale centrosinistra.
Unità e radicalità sono senza dubbio la coppia vincente, almeno così ci ha
mostrato il movimento. Ma devono sempre stare insieme: non si può elidere
la radicalità per impugnare la bandiera dell'unità, come propongono i Ds,
e l'Ulivo in generale, che in questo referendum hanno ribadito la loro collocazione
sociale schierandosi dalla parte di Confindustria. Da questo punto di vista
il referendum ha mostrato con nettezza una demarcazione tra lo schieramento
di classe da una parte e gli schieramenti politici dall'altra. Tra i due non
c'è identificazione e questo dato rappresenta il maggior elemento di squilibrio
e di incertezza della politica italiana. Uno dei compiti futuri sarà proprio
quello di rimediare a questa distorsione e di ricostruire una sintonia tra
i bisogni di classe e i soggetti politici disposti a farsene carico.
Dall'ultima considerazione emergono le principali indicazioni di prospettiva politica. Innanzitutto quella di ristabilire una connessione tra questione sociale e dimensione politica. Una delle responsabilità più gravi dell'Ulivo e dei Ds non è tanto quella di essersi dichiarati contro il referendum, ma di aver incitato alla non partecipazione, privilegiando l'autonomia del politico rispetto a un contenuto sociale. E invece, la forza del referendum era proprio quella di trasferire nella politica, provando a incidervi, la questione sociale. Per questo era potenzialmente lo sbocco migliore di tre anni di movimento: utilizzando uno strumento ad alto contenuto partecipativo, il movimento della partecipazione democratica poteva cambiare concretamente le condizioni di vita di milioni di lavoratori e cittadini.
Questa connessione si stabilisce innanzitutto con la dovuta priorità all'opposizione sociale nel paese in funzione di un'incidenza su quei rapporti di forza sfavorevoli. Da oggi i Comitati per il Sì e le strutture esistenti di movimenti dovrebbero lavorare a una piattaforma comune contro il governo. In questa piattaforma emergono almeno tre questioni centrali: l'opposizione alla legge 30 e alla riforma del mercato del lavoro in nome di una inflessibile rigidità dei diritti contro l'assoluta precarizzazione chiesta dai padroni e concessa dal governo; la difesa dello stato sociale, qui e ora, raccogliendo l'analoga spinta europea; una battaglia per la difesa e l'estensione dei diritti democratici, in primo luogo dei migranti come metro di misura di una società in cui la legge e le regole siano uguali, ma davvero, per tutti e tutte.
La piattaforma però non basta, occorrono anche strumenti adeguati. I comitati
per il sì, il tavolo contro la precarietà del Fse, hanno rappresentato possibili
luoghi in cui diverse soggettività, sociali, sindacali, politiche, hanno unito
le proprie forze in una lotta comune contro la precarietà. La precarietà è
oggi una cifra identificativa dello scontro di classe, è il progetto principe
del padronato, italiano e internazionale, che guadagnata la pace salariale
tenta di riprendersi anche i diritti fondamentali. Per questo abbiamo parlato
di "precario-massa", per indicare una condizione non riducibile a una particolare
figura sociale, ma generalizzabile ed estesa a tutto il mondo del (non)lavoro.
Se esiste un nuovo proletariato, un nuovo movimento operaio, la sua lotta
fondativa è quella contro la precarizzazione della propria esistenza. Per
questo è indispensabile il sindacato, ma il sindacato non basta: occorre intervenire
dentro e fuori la produzione, sul piano delle lotte come su quello normativo,
unendo figure diversissime tra loro. La forma può essere quella della Rete
in cui far convergere esperienze diverse con obiettivi comuni: il metodo del
referendum non può essere abbandonato, va invece ripreso e rilanciato.
La questione sociale, l'azione sui rapporti di forza tra le classi, divengono
quindi la vera priorità politica di questa fase. L'opposizione sociale è lo
strumento con cui misurare la capacità di parlare al paese, di dare una prospettiva
immediata a quegli undici milioni di votanti e di permettere loro di agganciarsi
a quelli che non hanno votato ma che sono permeabili da una battaglia per
i diritti. Se questa è la priorità, il rapporto con le forze del centrosinistra
non può che essere subordinato alla capacità di costruire un percorso di lotta,
sul quale misurare divergenze e convergenze.
Non abbiamo dubbi sulla natura del centrosinistra, la cui direzione è prioritariamente
legata al riconoscimento del padronato, italiano e internazionale (da Confindustria
al Fmi). Allo stesso tempo sappiamo riconoscere il bisogno di unità che muove
da ampissimi settori popolari ansiosi di battere Berlusconi. Questa domanda
chiede però unità e radicalità: l'unico modo per farla vivere concretamente,
fuori dalle segrete stanze delle alchimie politiche, è l'opposizione sociale,
un percorso credibile di lotte, sociali, sindacali e politiche. E' questa
la sfida che oggi va posta al centrosinistra, ai movimenti, ai sindacati,
alle forze antagoniste: realizzare l'unità delle lotte attorno a piattaforme
condivise.
Solo lo sviluppo di questo percorso, e quindi l'adesione ai bisogni popolari
e di classe, può indicare le forme dell'alleanza che dovrà battere Berlusconi.
Il resto rischia di essere una fuga "politicista" funzionale a risolvere il
problema della manovra politica, ma poco utile a rafforzare il movimento e
una prospettiva di alternativa. Per questo non si può dire che la direzione
di marcia è "l'accordo programmatico di governo con il centrosinistra": perché
così facendo si fa ombra sulla reale natura dell'Ulivo, si invertono le priorità
e si rischia di frenare una lotta sociale invischiandola sul terreno della
tattica della politica istituzionale.
Per dare gambe, sostanza ed efficacia all'opposizione politica e sociale al
governo delle destre, invece, si deve puntare al rafforzamento della convergenza
con le diverse forze dello schieramento referendario, coinvolgendole assieme
ai movimenti in un confronto sui temi della declinazione sociale dell'opposizione
alla guerra e al liberismo, senza rischiare di "abbandonarle" velocemente,
dopo la sconfitta, per rivolgere le nostre attenzioni al centro-sinistra.
Ma dal referendum emerge anche un'altra indicazione. La scissione tra sociale
e politico che ha schiacciato una battaglia giusta nel cono d'ombra dello
specialismo sindacale - e che caratterizza, sotto altre forme, le vicende
di questi anni di movimento - va ricomposta con una più ambiziosa capacità
progettuale. La debolezza, o piuttosto la deriva moderata, delle principali
strutture del movimento operaio, partiti e sindacati, fa si che le lotte siano
più frammentate e disperse, ma anche che facciano più fatica a sedimentarsi
"politicamente", làddove per politico si intende la comprensione della natura
dello scontro di classe. E quindi si fa strada il doppio rischio del risucchio
istituzionale, in cui l'unico approdo possibile è divenire sinistra del centrosinistra
e dell'estremismo movimentista che fa della pratica dell'obiettivo l'unico
elemento identitario, scavalcando così il problema del consenso.
Questa difficoltà rimanda all'esistenza di un partito di classe che sia allo
stesso tempo riferimento politico, ma anche costruttore di lotte, di radicamento
sociale, di una nuova vitalità sociale, oggi rarefatta. E quindi rimanda alle
difficoltà e alla debolezza di Rifondazione comunista. Lo strumento oggi necessario
per affrontare il problema deve prevedere una commistione tra il politico,
il sociale e il sindacale che gli strumenti del movimento operaio novecentesco
hanno mantenuto separati. E' possibile che dall'esperienza referendaria e
dalla vicenda del movimento degli ultimi anni, emerga una soggettività siffatta
che possa fungere da elemento di resistenza politica e di ricomposizione sociale?
Il nodo della sinistra alternativa ruota attorno a questo quesito. Rifondazione
comunista può mettere a disposizione la propria forza e il proprio contributo
di idee e di organizzazione per dare vita a una soggettività politica più
ampia, che raccolga la disponibilità manifestata da quegli undici milioni
di Sì e che abbia la forza adeguata per cimentarsi nel duro scontro di classe
che attraversa l'Italia e l'Europa?