Referendum sull'estensione dell'articolo 18

Opporsi alla politica neoliberista iniziando dalla questione lavoro

Una riflessione sull'esito referendario a Milano e provincia

Il referendum è stato sconfitto, questa è una realtà che non va oscurata, né serve elaborare tesi giustificazioniste. E soprattutto un tale approccio sposterebbe la ricerca e la discussione dal dato che ritengo assai rilevante da approfondire: chi sono gli oltre dieci milioni di cittadine e cittadine che hanno votato Sì il 15 e 16 giugno. Nella mia valutazione parto dalla realtà di Milano e Provincia da cui emergono dei dati che ci devono far riflettere.

Il primo riguarda la composizione sociale del voto: la partecipazione al voto nei seggi dei quartieri popolari della città e dei comuni dell'hinterland a consistente insediamento operaio e di lavoro dipendente vedono una partecipazione al voto che supera, in alcuni casi fino al venti per cento, e comunque mai inferiore al dieci per cento, quella dei seggi di diversa composizione sociale. Nel centro storico di Milano abbiamo percentuali di voto del 12/14 per cento, nelle vaste aree limitrofe al centro percentuali attorno al 20 per cento, nei quartieri delle periferie percentuali del 30/34 per cento. Questa composizione della partecipazione al voto ha portato Milano città ad attestarsi al 21,9 per cento.

E' del tutto evidente che in questo risultato pesa la forte trasformazione della composizione sociale della popolazione milanese. Nei principali comuni dell'hinterland dove permane un più vasto tessuto popolare, le percentuali di partecipazione al voto si attestano oltre il trenta per cento: Sesto San Giovanni 31.67 per cento, Cinisello 32.55 per cento, Cologno Monzese 31.22 per cento, Cormano 34.60 per cento, Vimodrone 33.39 per cento, Paterno D. 30.42 per cento, Cernusco S/N 30.35 per cento. Se si analizzano i dati di questi comuni anche li registriamo un differenziale nei seggi di maggior concentrazione popolare da quelli di insediamento più residenziale ma essendo più vasta la composizione sociale popolare della popolazione residente la percentuale media si attesta sui dieci punti in più rispetto a Milano.

Il secondo dato riguarda invece una sostanziale omogeneità delle percentuali raggiunte dal Sì in tutti i seggi. Certo abbiamo punte del novanta per cento dei Si che si attesta comunque sempre sopra l'ottanta per cento.

Il terzo dato che ha invece un carattere negativo è che, senza poter fare una valutazione statistica, tutte le compagne e i compagni presenti ai seggi ci hanno confermato la scarsissima affluenza al voto dei giovani. Da questi dati si possono trarre alcune valutazioni: i settori popolari e del lavoro dipendente hanno partecipato più fortemente alla battaglia referendaria riconoscendo nel referendum sull'art.18 uno strumento coerente di lotta per la difesa e l'estensione dei diritti dei lavoratori contro la precarizzazione del lavoro. Nella realtà milanese nelle ultime elezioni politiche il centro destra aveva avuto in questi settori un vasto consenso elettorale che oggi entra in forte contraddizione con la propria condizione materiale.

Una larga parte dell'elettorato del centro/sinistra è andata a votare ed ha votato Si, assumendo i diritti del lavoro come una discriminante per una idea di società alternativa a quella delle destre. Non si è ancora affermato nei giovani che pur sono stati protagonisti dello sviluppo del movimento di lotta alla globalizzazione neoliberista e del movimento della pace il nesso profondo tra quelle lotte ed i diritti e le tutele del lavoro.

Se quindi è giusto affermare con nettezza che abbiamo subito una sconfitta, che cioè il referendum non è diventato nella consapevolezza di massa lo strumento per affermare non solo dei diritti ma un'altra idea di società, dobbiamo anche cogliere le potenzialità ed i mutamenti che ha introdotto nel quadro politico del Paese.

Le scelte della Cgil e dell'Arci ne erano state un elemento anticipatore che ha però trovato una conferma nel dato referendario. Lo sviluppo dei movimenti, la battaglia referendaria ed i soggetti che in essa ne sono stati protagonisti, sono oggi un elemento di dinamicità nei rapporti politici a sinistra, e che vede forze che pur non avendo maturato una scelta alternativa al centro sinistra, non possono essere giudicate come passivamente subalterne alle scelte politiche del centrosinistra stesso.

Sta anche a noi in rapporto ai movimenti ed a queste nuove soggettività lanciare la sfida al centro sinistra per la costruzione di una battaglia programmatica di opposizione alle politiche del Governo Berlusconi a partire dalle leggi sul mercato del lavoro ed al 848bis ed in grado di verificare le condizioni per la costruzione di un programma di governo alternativo alle politiche neoliberiste.

Augusto Rocchi (segretario Prc federazione di Milano)
Milano, 21 giugno 2003
da "Liberazione"