L'impegno straordinario con il quale migliaia di militanti politici e sindacali hanno sostenuto la battaglia referendaria merita una riflessione sui suoi esiti.
In questi giorni siamo percorsi da opposti sentimenti. Da un lato il dolore della sconfitta, dall'altro l'intenzione rabbiosa di non mollare. In questi casi non servono né analisi consolatorie, né archiviazioni del tipo: "voltiamo pagina e andiamo avanti". Se si vuole continuare bisogna anche capire. Provo allora schematicamente a riassumere alcuni insegnamenti di questa lotta.
Abbiamo mobilitato una forza enorme. Dieci milioni e mezzo di persone a favore della piena estensione a tutti dell'articolo 18 corrispondono alla somma di tutti gli iscritti ai sindacati confederali in Italia. Mai si era registrato un consenso così vasto a una proposta che fino a poco tempo fa era solo di minoranze, non solo politiche ma anche sindacali. Tuttavia questa forza è stata sconfitta. Non, come per il referendum sulla scala mobile del 1985, dal No, ma dall'astensione. Credo che questa differenza non solo dia ragione a chi sin dall'inizio, promuovendo il referendum, ne sottolineava la differenza rispetto a quello sul decreto di San Valentino. Ma che essa chiarisca anche la novità dei conflitti politici nella fase attuale. La scelta dell'astensione contro il Sì non è solo il segno della debolezza politica del No. Che avrebbe perso, dati alla mano, in un confronto nelle urne. Essa rappresenta qualcosa di più. Indica la nuova tattica con la quale le forze del potere rispondono ai movimenti quando questi possono sembrare vincenti.
C'è una continuità, ben più profonda di quanto appaia, tra l'oscuramento mediatico e l'astensione come risposta al referendum. Essa è una sorta di strategia della desertificazione. Le forze dominanti, quando temono che i movimenti possano incrinarne consenso e potere, fanno il vuoto attorno ad essi. Sperando che nel deserto e nell'isolamento essi si abbandonino allo sconforto e si disperdano. E' così anche e ancor di più per il contratto dei metalmeccanici. Su di esso e sulle lotte che tuttora sono in corso il silenzio è totale, da parte di tutta la stampa d'informazione, sia quella berlusconiana, sia quella antiberlusconiana, esclusi i tre giornali della sinistra.
Tutto questo aggrava le responsabilità del centrosinistra che ha scelto l'astensione. Non è vero che l'astensione sia meno grave del No. E' vero esattamente il contrario. Si è fatto ricorso ad una sorta di arma di distruzione di massa sul terreno politico che, provocando il vuoto intorno ai sostenitori del Sì, li ha battuti. Ma che, al tempo stesso, ha messo ulteriormente in crisi la partecipazione democratica e quindi dato una mano alla strategia del deserto del potere liberista.
Quanto avvenuto per il nostro referendum a me pare la rappresentazione più chiara di quanto accade a tutti i movimenti. In questo senso è davvero strumentale e miope la posizione di chi contrappone una fase unitaria ed egemone dei movimenti, quale quella sfociata nella manifestazione del 23 marzo, ad un arretramento settario causato dalle forze referendarie. Potremmo rispondere semplicemente che i dieci milioni e mezzo di Sì sono la moltiplicazione per tre delle forze che hanno partecipato alla manifestazione della Cgil, ne rappresentano il consolidamento e l'estensione. In realtà l'isolamento dei Sì e quello dei manifestanti di un anno fa è lo stesso. La grande forza del 23 marzo non è riuscita a trasformarsi in un conflitto sociale vasto e articolato, tale da conseguire risultati sul piano dei rapporti di forza con le controparti imprenditoriali e con il governo. Così come la grande forza del Sì non è riuscita a sfondare ulteriormente verso tanti settori della popolazione colpiti dal liberismo e dalla precarizzazione, ma rassegnati ad essi.
Siamo tutti nella stessa barca, verrebbe da dire, e per questo suonano ancora più fastidiose le polemiche di chi attribuisce ad altri quella che è una difficoltà di tutti.
Bisogna allora riflettere con maggiore profondità sulla fase attuale e sulla forza dei movimenti. Non si tratta di dare i voti o di trovare giustificazioni a qualche burocratismo del tipo: "io l'avevo detto". Senza i movimenti di questi ultimi tre quattro anni noi non avremmo di che discutere, di che fare. Ma detto questo bisogna abbandonare un eccesso di ottimismo e qualche sacralizzazione di troppo, che poi rischiano improvvisamente di trasformarsi nel loro opposto.
I movimenti non sono puramente difensivi. Per la prima volta infatti siamo di fronte al riemergere di una critica di sistema al liberismo e per questa via anche al capitalismo. I movimenti mobilitano nuove forze, giovanili ed intellettuali. Essi danno nuova linfa alle forze più aperte del movimento sindacale e della politica. Essi consentono la positiva contaminazione di culture e valori differenti. Ma essi sono di fronte ad un avversario che ha capito come fronteggiarli. Lasciandoli avanzare nel vuoto delle risposte e poi scatenando le più brutali delle controffensive alla prima occasione valida. Siamo di fronte a due processi di segno opposto. La crescita del dissenso verso il liberismo, ma anche il rafforzamento brutale di quest'ultimo. Questo ci dice la vittoria degli Usa in Iraq, la cui portata nel potere mondiale è, a mio parere, sottovalutata. Questo ci dice il fatto che le politiche economico-sociali liberiste, chiaramente in difficoltà sul piano dei risultati, non solo non vengono abbandonate, ma vengono accentuate da chi le ha praticate sinora, e persino adottate da chi, come il governo tedesco, le aveva rifiutate.
E' questa durezza della controffensiva liberista che provoca in tutti i movimenti la difficoltà fondamentale: la crisi dei risultati. Andiamo in una fabbrica, in una scuola, tra un gruppo di lavoratori precari, nel mondo della cultura e dell'impegno pacifista. E sentiamo ovunque la stessa frustrazione. Ci siamo mobilitati, abbiamo fatto tanto e gli altri sono passati. Dalla guerra alla legge 30, all'accordo separato alla controriforma Moratti al lodo Maccanico e così via. Da qui allora il rischio di riflussi moderati. La speranza salvifica verso l'antiberlusconismo di turno, chiunque egli sia e qualunque proposta faccia. E così, in realtà, si aggravano le difficoltà. Perché si trasformano i movimenti in mobilitazioni sempre più generali e generiche, mentre ne si limita il radicamento nella società.
Bisogna dunque non stancarsi di tenere assieme questione democratica e questione sociale. L'oscuramento del referendum e dei metalmeccanici, fatto equanimamente, sia dalla stampa berlusconiana che da quella di centrosinistra, rappresenta plasticamente questa rottura. Noi non possiamo rassegnarci ad essa. Non solo perché se essa permane il rischio è quello di una cancellazione delle istanze sociali più avanzate e di una alternanza liberista al liberismo di Berlusconi. Ma anche perché è probabile che una battaglia contro Berlusconi, fatta anche sulla base dei motivi che hanno portato il centrosinistra a boicottare il referendum, finisca per essere sconfitta alle elezioni. Anch'essa potrebbe trovarsi di fronte improvvisamente alla strategia del deserto e dell'aggiramento.
Uno dei compiti di Rifondazione comunista e di tutte le forze coerentemente antiliberiste in questa fase è quella di provare ad imporre un'agenda sociale all'opposizione. Non è detto che riesca. Il sentiero è davvero in salita. Se penso all'ultima proposta dell'ex ministro Treu di abbassare la contribuzione pensionistica per tutti i lavoratori o al rifiuto di gran parte del centrosinistra di affrontare il tema della democrazia sindacale, non vedo possibilità di intesa. Tuttavia sappiamo perfettamente che oggi è impossibile sottrarsi al confronto con le forze moderate. Si vedrà dunque se saremo capaci di costruire "vertenze" in grado di far pesare il consenso del Sì e di farlo diventare programma. Ma questo sarà possibile solo se sapremo accompagnare l'iniziativa generale al radicamento e all'articolazione. E' il problema che ha la Fiom, che ha Rifondazione, che hanno tutti i movimenti. Solo con appuntamenti generali non ce la facciamo. Senza rinunciare ad essi dobbiamo costruire una nostra "strategia della lumaca" che ci permetta di consolidarci, di realizzare risultati parziali, di trovare soluzioni programmatiche sulla base dell'esperienza del movimento reale. Insomma bisogna imparare a sopravvivere nel deserto. Il che vuole dire non disperdere le forze e anche essere capaci di discutere seriamente di noi stessi senza sbranarci. Obiettivo ambizioso.