Referendum sulla procreazione assistita

Referendum, Costituzione e fondamentalismi

Quando ci viene chiesto di astenerci da un diritto forse è il caso di approfondire

Ritengo utile affrontare il tema referendario - dopo un dibattito molto ricco e articolato che non credo utile riprendere - con una particolare angolazione - che non mi è particolarmente affine dal punto di vista della mia cultura politica - ma che mi è apparsa finora trascurata. E che dovrebbe far riflettere chi oggi sembra tanto attento alle modifiche costituzionali esplicite.

L'analisi della campagna elettorale sul referendum sulla procreazione assistita, a questo punto da parte del fronte cattolico astensionista, fa presagire che il pericolo, paventato da molti, di un successivo passaggio all'assalto della legge sull'aborto sia pienamente giustificato. In realtà, l'intera vicenda legata alla legge 40 è nata, si è sviluppata e si svolge all'insegna di una vera e propria regressione istituzionale, e ha davvero assunto i caratteri di una inequivocabile, anche se indiretta, messa in discussione della stessa Costituzione.

Potrebbe sembrare di no, se consideriamo i richiami che proprio i sostenitori Schede referendariedell'astensione fanno alla Costituzione, sottolineando che assicura tutela al concepito, e alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, sottolineando che il suo articolo 2 riconosce il diritto alla vita. Ma proprio il modo in cui sono stati fatti questi richiami mostra come il quadro costituzionale sia profondamente e pericolosamente distorto.

Il riferimento alla tutela del concepito, da parte del fronte astensionista (oggi arricchito dal Presidente della Margherita Rutelli), è tratto dalla sentenza con la quale, nel 1975, la Corte Costituzionale dichiarò parzialmente illegittimo l'articolo del codice penale che puniva chi interrompeva la gravidanza di una donna consenziente, avviando così quella depenalizzazione dell'aborto che avrebbe poi trovato pieno riconoscimento nella legge 194/1978.

Come nota Stefano Rodotà (Repubblica - 28 Maggio 2005) cosa dice davvero quella sentenza? Parla sì di un fondamento costituzionale per la tutela del concepito, ma immediatamente dopo aggiunge "questa premessa va accompagnata dall'ulteriore considerazione che l'interesse costituzionalmente protetto relativo al concepito, può venir in collisione con altri beni che godano pur essi di tutela costituzionale e che, di conseguenza, la legge non può dare al primo una prevalenza totale ed assoluta, negando ai secondi adeguata protezione". E, con assoluta chiarezza, conclude così "Non esiste equivalenza fra il diritto, non solo alla vita ma anche alla salute propria di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell'embrione che persona deve ancora diventare".

Letta nella sua interezza, quella decisione va dunque nella direzione opposta rispetto a quella verso la quale i sostenitori della legge vorrebbero deviarla. È inammissibile, allora, per quel che riguarda la legge 40, quella sorta di "dittatura dell'embrione" che pare ispirarla, perché all'interesse del concepito non può darsi tutela assoluta che travolga ogni altro interesse in gioco, e perché l'embrione non può considerarsi una persona. Interessante nei giorni scorsi un dibattito svoltosi sul Corriere della sera tra esponenti del Clero e il filosofo Severino, proprio sul tema del "prima" e del "dopo".

Il discorso della Corte appare, inoltre, tanto più forte in quanto, pur usando termini come concepito ed embrione, in realtà si riferisce al feto, dunque ad uno stadio molto più avanzato e formato nel corpo materno. A maggior ragione, quindi, esso vale per embrioni nei loro stadi iniziali e non ancora impiantati.

Caduto questo maldestro tentativo di dare fondamento costituzionale al modo in cui la legge sulla procreazione assistita definisce lo statuto dell'embrione, risaltano allora con maggiore evidenza le forzature che essa contiene: vere e proprie cancellazioni di principi e valori che stanno alla base della prima parte della Costituzione, dove si disciplinano libertà e diritti fondamentali.

È ignorato il principio di dignità, nel momento in cui la donna è ridotta a Manifesto del PRCpuro contenitore. È negata l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, attraverso una serie di irragionevoli divieti all'accesso delle donne, e conseguentemente alle coppie, alle tecniche procreative. Si comprime il diritto alla salute, il cui carattere "fondamentale" è affermato dalla Costituzione e ripetutamente ribadito dalla Corte Costituzionale. Siamo di fronte ad una operazione analoga a quella realizzata con la riforma, attraverso la quale si cerca di alterare principi ed equilibri, della seconda parte della Costituzione.

Emerge, nello stesso modo, la volontà di distaccarsi anche dai valori contenuti nella prima parte, sostituendoli con riferimenti che cancellano principi condivisi (dignità, eguaglianza, salute) e che propongono, in modo autoritario, un'idea di natura astratta da cultura, storia, scienza. Questo tentativo è ancor più pericoloso di quello perseguito con la riforma costituzionale, perché questa volta si toccano le libertà ed i diritti fondamentali.

La ragione dell'asprezza dello scontro in atto, sta proprio qui. L'attuale legge sulla procreazione assistita è ormai percepita come il primo atto di una contesa, che ha come posta l'occupazione dello spazio costituzionale da parte di diversi fondamentalismi. Si può dire che, su questo terreno, i nostrani teocon (i consiglieri di Bush che applicano conservatorismo e teologia, ndr) stanno facendo con impegno le loro prove.

Avanza un'altra idea di Stato e di società, ed emerge, con caratteri inediti, la Chiesa Cattolica come vero soggetto politico, con il beneplacito di una parte importante del Centrosinistra (col quale, detto per inciso e per non dimenticare che ci muoviamo all'interno di un contesto politico avviato in termini programmatici e di scelta, il nostro Partito ha deciso di unirsi per il grande appuntamento del 2006...). Si apre così un conflitto destinato a proiettarsi nel futuro. E questo accade perché è stato abolito il filtro costruito pazientemente intorno alla Stato Costituzionale (seppur borghese) dei diritti, anche come strumento di coesione sociale e di reciproco riconoscimento tra persone e gruppi.

Oggi ci troviamo su di un crinale molto sottile, in bilico tra Stato democratico e Stato morale. Tra tensione laica ed impulso integralista. Per uscire da questa difficile situazione non ci si può più affidare alla sola libertà di coscienza dei parlamentari. Tutt'altro: trincerandosi dietro a questo argomento, infatti, non ci si accorge che, quando si interviene sulla vita, si rischia di negare la libertà di coscienza degli altri, di tutti i cittadini. Con l'ulteriore effetto di rimanere chiusi in una idea di legislazione, di produzione delle norme, ignara della necessità di una paziente costruzione di consenso sociale quando si tratta di passare dall'etica al diritto.

Altrimenti la legge, che dovrebbe chiudere il conflitto, lo incentiva esponendosi al rifiuto dei cittadini, all'aggiramento ma solo da parte di chi ha risorse culturali ed economiche per farlo!!! Così le leggi falliscono e il loro autore, il Parlamento, viene delegittimato, o, addirittura, cade in discredito.

Forse, nell'occasione, sarebbe necessario riflettere meglio sulle sagge sentenze ricordate all'inizio, che non negano tutela giuridica all'embrione, ma indicano come la via corretta per farlo non sia quella dell'orgoglio ideologico, ma della sobrietà democratica. La sobrietà democratica non impone impossibili equiparazioni, ma si impegna nel distinguere e nell'offrire discipline differenziate, permettendo pure quel confronto continuo che, solo, può consentire, in un'ottica di condivisione, la nascita di posizioni partecipate, in una dimensione del tutto diversa da quella proposta dall'improvvido intervento legislativo di cui ci stiamo occupando.

È troppo tardi per tornare su questa strada? È troppo tardi per fermare la decostituzionalizzazione ideologica dell'intera Costituzione? Speriamo che questa discussione sul referendum abbia aperto gli occhi di molti, e si possa tornare a rivendicare le ragioni di una politica colta ed appassionata.

Patrizia Turchi
Savona, 4 Giugno 2005
PRC - Savona