Referendum elettorali 2011

Mattarellum e Porcellum pari sono.

Contro la retorica del maggioritario e della transizione infinita.

L’estate ci porta di nuovo al dibattito sulla transizione non compiuta del sistema politico italiano. E lo fa, ancora una volta, con un referendum elettorale che si autodefinisce contro il Porcellum. Iniziativa lodevole, verrebbe da dire, se non fosse che ripropone il ritorno al Mattarellum. Insomma, dal maggioritario, dal presidenzialismo mascherato e dal sogno di un mitico modello Westminster non si esce. Così come non è possibile uscire dalla convinzione che la transizione italiana non sia ancora terminata dopo vent’anni. Ebbene, vogliamo subito dire che la transizione italiana ebbe compimento nel 1994, all’indomani della stagione referendaria e con la vittoria delle destre e del berlusconismo. Il maggioritario venne adottato come risposta alla crisi della democrazia italiana. Avrebbe dovuto portare al bipartitismo perfetto, a una maggiore vicinanza tra i cittadini e la politica aumentando la partecipazione, a governi stabili ed efficienti, nonché ad una battaglia politica incentrata sulle singole issue post-ideologiche ad uso di un elettorato maggiormente informato e colto e non più disposto a seguire le fedeltà di partito. Nessuna di queste condizioni si è avverata, e non crediamo sia corretto nascondere questa realtà affermando che la transizione italiana sia ancora incompiuta.

In realtà, l’enfasi posta dalla sinistra, cioè dal Pds di Occhetto, nei primi anni Novanta del secolo scorso sul cambiamento del sistema elettorale portò a un salto nel vuoto, che consegnò la politica italiana nelle mani delle destre e di Berlusconi. Ancora nel 1992, i grandi partiti che avevano fondato la Repubblica antifascista potevano riformare il sistema politico proponendo un nuovo parlamentarismo sulla falsariga di quello tedesco. Così non fu, Occhetto vagheggiò un nuovo partito radicale di massa che a quel punto non intendeva riformare il sistema con forze che riteneva moralmente delegittimate. Finiva con Occhetto la tradizionale visione togliattiana di una democrazia organizzata dai partiti, in cui il Parlamento fosse il luogo della mediazione politica e sociale, in quanto fedele specchio del Paese. Prevalse l’avventurismo moralista e radicaleggiante che aprì il paese alle destre, nel momento in cui la globalizzazione neoliberista avrebbe richiesto più stato, più mediazione partitica e una visione generale per incastonare l’Italia nel nuovo scenario post-Guerra fredda.

Non poteva certo essere il maggioritario col suo bipolarismo incentrato su schieramenti disomogenei, tenuti assieme dalla figura del leader e dalla semplice avversione per la parte opposta, a costruire un sistema politico in cui le forze in campo potessero essere quei soggetti della mediazione in grado di approntare un progetto per l’Italia adeguato alle nuove sfide della globalizzazione. Oggi il maggioritario bipolare e le varie forme di presidenzialismo ad ogni livello, dai sindaci alle regioni fino al mostro istituzionale di un Presidente del consiglio che si vorrebbe eletto direttamente dai cittadini, con tanto di nome sulla scheda elettorale, all’interno di un sistema parlamentare puro, mostra tutta la sua crisi. Il paese non è governato da anni e le maggioranze politiche sono instabili, così come le culture politiche degli schieramenti contrapposti sono assolutamente inadeguate all’azione di governo, tra rifugio nelle autonomie territoriali con annesso mito dell’impresa da una parte, e antiberlusconismo, moralismo e retorica della società civile o del riformismo moderato dall’altra.

Il bipolarismo è una camicia di forza che ha distrutto le classi dirigenti precedenti e ha fatto nascere un personale politico incapace di esercitare un’azione di rappresentazione sociale e di mediazione. Soprattutto la sinistra soffre di questa mancanza, dal momento che le destre possono sempre aggrapparsi al territorio come rifugio e riserva di identità. Alla sinistra non resta che competere con un mix tra esaltazione dell’individualismo informato – consapevole di sé e dei propri diritti, colto e civile che può mettere in campo gli strumenti espressivi della nuova socialità informatica – e fiducia nel leader che sappia condurre l’Italia fuori dalle secche della vecchia politica e della volgarità della destra. La cosiddetta Italia migliore sarà sempre perdente se non sarà in grado di costruire un partito a base di massa, radicato nel lavoro e sul territorio, in grado di costruire una vera classe dirigente, capace di approntare un progetto complessivo di compenetrazione tra ragioni del territorio e politiche del lavoro, nonché la valorizzazione delle forze sociali, produttive e culturali del Paese.

A fronte di tutto questo, pare che la risposta alla crisi del sistema politico italiano – che è crisi di governo tout court, come la gestione dell’emergenza finanziaria sta a dimostrare – non possa essere altro che la riproposizione tramite referendum del Mattarellum, cioè del sistema elettorale maggioritario precedente a quello attuale. Ancora e sempre maggioritario, ancora e sempre appello alle virtù salvifiche della società civile e del popolo sovrano, che non fanno altro che accentuare l’ondata di antipolitica e di populismo leaderista, contro la cultura della mediazione, vista come sentina di tutti i mali e di tutti i vizi della cosiddetta partitocrazia.

Tutti i partiti del centrosinistra – ad eccezione del Pd – fanno parte del comitato promotore del referendum. Saggiamente, la segreteria Bersani si è chiamata fuori dall’ammucchiata, proprio per affermare il primato dei partiti e del Parlamento, e della loro responsabilità di fronte al Paese. Il segretario del Pd sa che è molto pericoloso per la tenuta democratica dell’Italia appellarsi continuamente alla democrazia diretta, e allo stesso tempo è giustamente convinto che dopo quindici anni di fallimento del bipolarismo maggioritario sia venuto il momento di lavorare per un proporzionale moderato, possibilmente alla tedesca. Nell’impostazione bersaniana rivive la migliore tradizione della sinistra di ascendenza comunista italiana (gramsciano-togliattiana) che ritiene che nei momenti di crisi e mutamento siano possibili convergenze anche tra forze politiche molto diverse tra loro, affinché prevalga sempre il principio di una democrazia organizzata su base parlamentare, che possa garantire l’entrata delle masse nello Stato o comunque garantirle nei confronti dei poteri forti. Bersani è convinto che senza l’azione dei partiti non sarà possibile sconfiggere il liberismo né tantomeno rappresentare la complessità sociale del Paese al fine di prospettare un vero e proprio progetto per il futuro dell’Italia.

Ovviamente, dentro al Pd non tutti concordano col segretario; sono schierati contro la sua politica – nonché i firmatari del referendum – Veltroni, Fioroni, Prodi e Parisi che, per l’occasione, hanno rispolverato il vecchio simbolo dell’Asinello, quello de “i Democratici”, che ora campeggia fra le sigle dei promotori del referendum anti Porcellum e pro Mattarellum. Si tratta di quella linea interna al Pd che punta ancora al bipartitismo e alla fine del sistema dei partiti, in nome di un direttismo che si appelli magicamente al popolo sovrano – facendo leva sul risentimento moralistico – per una democrazia depurata dal peso dei partiti e delle loro mediazioni, viste sempre come giochi di potere e complotti di palazzo. Insomma, a parole si vuole la sconfitta di Berlusconi, nei fatti delle scelte politiche si conferma la propensione per un sistema incentrato sul leader mediatico, capo solitario di una coalizione destrutturata nei riferimenti sociali e nella cultura politica che, in quanto tale, non sarà in grado di governare il Paese.

A questo punto dobbiamo chiederci se sorprende trovare fra i promotori del referendum anche Sinistra Ecologia Libertà. Probabilmente non deve essere una sorpresa. In fondo, sappiamo che lo stesso Nichi Vendola si appella continuamente al direttismo, alla società civile contro i partiti e alle virtù salvifiche del leader puro e senza macchia che sa attraversare indenne il potere, dal momento che il potere non è per tutti, ma solo per il capo puro sostenuto da un popolo fatto di individui, che considera il mondo attuale come il migliore possibile per esprimere il proprio talento fra le mille possibilità della società 2.0. Si tratta di quella cosiddetta Italia migliore che delega volentieri la politica a leader onesti che provano orrore per la mediazione, in virtù di un moralismo che, nonostante faccia appello al Paese, è sostanzialmente elitario e antitaliano. Per l’Italia migliore, il senso dell’esistenza non sta nella politica, nella difficile ricomposizione della mediazione, nel principio tipicamente socialista per il quale la mia libertà inizia assieme a quella degli altri, ma nel privato, nell’impolitico ambito dell’espressione creativa e delle relazioni primarie, familiari e amicali. Quello vendoliano è un populismo più impolitico che antipolitico, che affida al capo e alla sua cerchia l’amministrazione della politica – considerata comunque un valore e una dimensione che va contaminata con la vita – e lascia al popolo il godimento di quello che sarebbe il migliore dei mondi possibili se solo non fosse in preda alla corruzione e ai privilegi della cosiddetta casta. È una politica senza cultura, non prevede la partecipazione – nonostante i proclami e la retorica delle primarie, che in realtà non sono altro che un passaggio sotto un gazebo –, dal momento che il senso della vita sta nel privato, e l’idea del socialismo – quella per cui nell’azione collettiva si dà valore e significato all’esistenza e le cose del mondo divengono familiari e modificabili – è definitivamente abbandonata, obsoleta. È una politica quindi che non ha bisogno di partiti, sapere condiviso, visioni del mondo, classi dirigenti, ma solo di scena mediatica per il capo carismatico. Ecco, non sorprende allora che in un caldo giorno di luglio – quasi in segreto e senza alcuna previa discussione negli organismi dirigenti – Nichi Vendola abbia proposto alla segreteria di Sel di aderire al referendum come forza politica promotrice. La stessa modalità di adesione, con un comunicato stampa e una lettera del capo ai militanti, dopo qualche giorno, per esortarli a raccogliere le firme, segnala che non è intenzione di Vendola quella di costruire un vero grande partito della sinistra, radicato, di massa e democratico. Sel dovrà essere solo un contenitore di militanti da esortare a raccogliere firme o a organizzare eventi – flash mob, guerilla gardening, campagne nel mondo virtuale 2.0 – a sostegno del leader nella sua corsa per le primarie.

Già, le primarie del centrosinistra pesano anche nella vicenda del referendum elettorale. Infatti, l’ammucchiata referendaria delle forze del centrosinistra può essere interpretata come una sorta di Santa alleanza contro Bersani e il suo gruppo dirigente, la loro idea di uscita dalla crisi e la loro cultura politica. Ora si cerca di scalzare il segretario del Pd dalla posizione di forza che gli è derivata dal risultato della tornata referendaria ed elettorale di primavera e dall’avere spostato a sinistra l’asse del partito, a fianco della CGIL in questo momento di grave crisi finanziaria. I suoi avversari non mancano inoltre di strumentalizzare la vicenda Penati, provando a utilizzare il combinato disposto di proposta referendaria – con tanto di retorica antipolitica e antipartitica – e scandalo giudiziario. Così si cerca di eliminare un’idea di uscita dalla crisi per il nostro Paese e un concorrente sicuramente vincente alle eventuali primarie del centrosinistra.

Il tutto senza pensare alle reali condizioni dell’Italia e dei suoi ceti più deboli. E la chiamano Italia migliore…

Claudio Bazzocchi
Internet, 6 settembre 2011
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