L'esito del referendum sull'art. 18 rappresenta una sconfitta netta, tanto più in relazione alla percentuale dei votanti, mai così bassa. Le cause di questa sconfitta non sono univoche, tuttavia l'ovvietà del posizionamento dei media non poteva sfuggire fin dall'inizio. Nello stesso tempo appariva altrettanto ovvio che i partiti del centrosinistra non si sarebbero schierati a favore del Sì, soprattutto in considerazione del fatto che la politica dell'Ulivo e dei Ds non è un "errore" di percorso, ma una scelta strategica e ormai consolidata di rappresentanza del capitale. Va tuttavia tenuto conto che oltre 10 milioni di cittadini, contro le indicazioni dei propri partiti e nonostante la certezza della sconfitta, hanno votato a favore dei quesiti referendari. Dare una prospettiva a questi milioni di sì, che non sia solo la presa d'atto di aver perso, sia per evitare l'effetto inevitabile di passivizzazione e rassegnazione, sia per cogliere l'opportunità di costruire un'alternativa finalmente credibile e concreta, mi pare necessario, imperativo. Al di là delle illusioni passate e presenti sul "movimento", la riproposizione, fatta dal segretario e dal gruppo dirigente del partito, di una futura alleanza politico-programmatica con l'Ulivo appare incomprensibile. Non per ragioni teoriche e ideologiche, ma perché non si tiene conto della trasformazione radicale dei Ds, né del ruolo che essi hanno svolto e svolgono attualmente, né si tiene conto del fatto che la cosiddetta "contaminazione" del centrosinistra, come è stato del resto in passato, è una pia illusione (la nostra debolezza è aggravata dal risultato amministrativo). La contraddizione tra le battaglie sostenute dal partito e le scelte compiute poi a livello politico, richiede un chiarimento ineludibile al nostro interno, un congresso straordinario, pena il continuo ripetersi di sconfitte ogni volta apparentemente incomprensibili e la costante e progressiva erosione di voti e di militanza.
La sconfitta referendaria e la tenuta del partito alle elezioni amministrative rappresentano un campanello d'allarme per il futuro del nostro stesso partito. In primo luogo: grossissime sono state le responsabilità di quelle forze politiche che non hanno sostenuto il referendum. Bisogna allora domandarsi il perché Ds e Pdci, che a differenza di noi non sono stati avanguardia dei movimenti, aumentano il loro consenso mentre il Prc registra solamente una propria tenuta. In secondo luogo: lo stato del partito. E' evidente che questa sconfitta pesa su tutti noi, sui compagni, ma soprattutto sui lavoratori. Dire semplicemente che bisogna ripartire dagli 10 milioni dei Sì, mi sembra riduttivo. Il calo del tesseramento, la mancanza dei circoli di lavoro indicano come il partito sia poco radicato sul territorio. Vanno mantenuti i rapporti con i comitati per il Sì, va rafforzato il radicamento territoriale ripartendo proprio dai nostri circoli. Solamente se le iniziative politiche vengono proposte da essi e quindi dalla base riusciremo a raggiungere un buon risultato alle prossime elezioni, costruendo così una vera sinistra alternativa. Infine, mi domando cosa si intende ogni volta che si parla di deficit di innovazione; quando in quasi tutte le realtà permangono volutamente gli scontri congressuali ( mi riferisco al Piemonte e in particolare a Torino che è la realtà in cui vivo) che paralizzano l'attività del partito e allontanano i nostri militanti. Credo allora che il punto di riflessione debba essere quale innovazione intendiamo. Capire se l'innovazione tanto invocata durante e dopo il congresso sia un'innovazione mirata alla crescita del nostro partito o all'emarginazione di una parte di esso.
C'è uno stallo dei movimenti conseguenza di molti fattori: la vittoria americana in Iraq, la mancanza di risultati sul terreno sindacale, il fatto che due anni di mobilitazioni non sono riusciti a cambiare in modo decisivo i rapporti di forza nella società. È questo sfondo che spiega i risultati delle elezioni e del referendum.
Preparare una controffensiva oggi non significa solo proporre scadenze di mobilitazione, dobbiamo innanzitutto entrare in sintonia con quei larghi settori che hanno partecipato alle mobilitazioni di massa, ma che oggi si interrogano sul loro esito e su quali possono essere le alternative di fronte all'evidente fallimento dei metodi e dei programmi fin qui adottati dai gruppi dirigenti maggioritari nei movimenti. L'esperienza del referendum ci dimostra che questo problema non si risolve "aggirandolo" con scorciatoie sul terreno istituzionale o elettorale, la battaglia sistematica per l'egemonia nei movimenti e nelle organizzazioni di massa non ha alternative.
L'abbraccio che oggi si propone con l'Ulivo rischia per noi di essere mortale, concordo in questo con Ferrando. Non concordo invece con l'alternativa che ci propone, il "polo autonomo di classe" a partire dai 10 milioni di SI. In quei voti c'è un ampio spettro di motivazioni, c'è anche un voto fortemente critico, e i risultati delle elezioni dimostrano che anche i tanti lavoratori elettori Ds che hanno votato Si non sono sull'orlo di una rottura con il loro partito, anche a causa dei nostri errori. Non sarebbe quindi né un "polo" (poiché non vedo forze significativo oltre Al Prc che oggi percorrerebbero questa via), né "di classe", perché la classe non vi si riconoscerebbe. Per articolare meglio su questo e altri temi presento, assieme al compagno Giardiello, una proposta alternativa di documento conclusivo, anche perché credo che in una fase così delicata del dibattito debba prevalere la massima trasparenza e chiarezza di tutte le posizioni, cosa purtroppo che non registro in molti interventi in questo Cpn.
La fase politica che stiamo vivendo è, a mio avviso, la più drammatica degli ultimi anni sia dal punto di vista internazionale dove si è di fatto affermato lo strapotere dell'imperialismo Usa, sia dal punto di vista della politica nazionale dove, se siamo riusciti a porre delle questioni politiche, a rompere in qualche modo il muro del pensiero unico neo-liberista ad oltranza, dall'altro lato non siamo però riusciti ad affermarci sul fronte elettorale, né alle amministrative né con la grandiosa battaglia del referendum. Oltre a guardare con rabbia l'ostruzionismo che alcune parti del centrosinistra hanno condotto nei nostri confronti dobbiamo anche essere capaci di ripensare molte delle scelte strategiche che abbiamo fatto negli ultimi due anni e che evidentemente non sono state recepite positivamente. Dobbiamo ripartire dal lavoro con il movimento e dal dialogo che si è instaurato con alcune parti della sinistra moderata ma dobbiamo anche ammettere che l'impostazione che abbiamo seguito ci ha portato ad essere protagonisti nelle piazze e condurre battaglie giustissime ma senza incidere con progetti politici di ampio respiro né ad essere credibili per quanto riguarda le amministrazioni locali. In sostanza mi pare che siamo stati recepiti più come compagni ribelli che come una forza in grado di costruire un'alternativa reale. Indubbiamente buona responsabilità è data dal sistema elettorale e dalla pessima informazione; tuttavia l'aver puntato quasi esclusivamente sulle pratiche movimentiste e aver abbandonato l'impostazione classica di partito ci ha fatto perdere contatto con la nostra base e con le esigenze dell'elettorato, che infatti non ci ha seguito. Per esempio il fatto che rappresentanti dei Giovani comunisti spesso si sono firmati come Disobbedienti non ha fatto che confondere i confini tra partito e movimento per la nostra gente e porre problemi di democraticità anche al nostro interno: laddove non in ogni luogo è possibile costruire movimento e soprattutto non si fa la scelta di aderire ai disobbedienti. Mi pare chiaro dunque che dobbiamo riconquistare metodi che riescano a far rinascere i circoli e le federazioni, accorciando le distanze che si sono interposte tra la base e le dirigenze a vari livelli: sembra a volte che parliamo lingue diverse..
Come si capirà perché i compagni emendatari, che si erano astenuti in direzione per divergenze sulle prospettive politiche, oggi votano a favore? Siamo al solito trasformismo. Le divergenze permangono sul movimento e, al fondo, anche sul referendum. Se non abbiamo raggiunto il quorum è pur vero che il referendum ci ha permesso risultati importanti: 10,5 milioni di sì; uno schieramento che va fino alla Cgil; la lotta fra Cgil/Fiom e Ds sulla questione lavoro; il blocco del tentativo cofferatiano di liquidare Prc; l'aver evidenziato chi è di sinistra (il sì) da chi è di centro (Ds ecc.) Scusate se è poco. Il problema è come continuare. Le difficoltà incontrate nel referendum devono essere i punti di maggior lavoro politico poiché è nella precarizzazione totale, con gli inevitabili effetti anche sulla politica, che nascono tutti i mali:
Che fare?
Ritengo la scelta dei referendum, oltre che giusta, obbligata. Scioperi e manifestazioni non avevano sortito nessun risultato e la proposta di legge di iniziativa popolare non ha - con gli attuali numeri del parlamento - nessuna possibilità di passare, quindi l'estensione dell'articolo 18 avrebbe costituito anche un fermo alla sua graduale cancellazione. Il referendum ha riportato prepotentemente al centro del dibattito politico e dell'opinione pubblica i lavoratori e i loro diritti, 11 milioni hanno risposto e a loro e alla classe di cui siamo espressione dobbiamo risposte alte e ferme. E risposte anche a quel popolo di sinistra che richiede unità a ogni costo per cacciare Berlusconi. Condivido perciò le indicazioni del segretario di un impegno sul salario e sulle pensioni contro le privatizzazioni e la precarietà e l'insicurezza del lavoro. Sono queste scelte di classe che dobbiamo porre con forza nel confronto con il centrosinistra contrapponendole all'ipotesi di un frontismo di basso profilo, tutto interno alla cultura del maggioritario purtroppo diffusa e che dobbiamo combattere.
L'innovazione delle forme e delle iniziative del partito deve avere, io credo, lo stesso segno della proposta politica, un segno di classe. Porre maggiore attenzione quindi ai luoghi di lavoro e al reclutamento di lavoratori. Non credo poi che si debba cominciare ad innovare dalla base, da quei circoli che hanno reso possibile la campagna referendaria che spesso costruiscono lotte e iniziative coinvolgendo forze sociali diverse che varrebbe la pena di conoscere e socializzare. Non tutti certo, anzi solo quelli che hanno la forza, quantitativa e qualitativa, per farlo. A molti altri viene troppo spesso a mancare il supporto della federazione e del nazionale. Da questo rinnovato rapporto penso che possa e debba cominciare la nostra autoriforma.
Dobbiamo continuare ad impegnarci e lottare per dare speranza ai lavoratori che non hanno mai avuto tutele ed a quelli che le stanno perdendo. La grande forza del referendum, che non dobbiamo disperdere, è stata quella di unificare: il mondo del lavoro e del non lavoro, le diverse generazioni, il nord con il sud del Paese, lavoratori migranti e precari con lavoratori stabili, tutti dietro il forte bisogno soggettivo e collettivo allo stesso tempo, di difendere ed estendere un diritto universale. E’ necessario allora che l’esperienza dei comitati referendari, nazionale e locali, continui a vivere ed anzi si rafforzi. Abbiamo creduto, sbagliando, che la Cgil non fosse capace di cogliere e rappresentare quella grande istanza di libertà, democrazia e diritti che si levava da gran parte della società. Nessuno credeva che la Cgil cambiasse rotta. Abbiamo creduto, sbagliando, che le nuove forme di precarietà del lavoro mutassero in qualche modo il rapporto capitale/lavoro e con esso la condizione dei lavoratori, generando così un “ nuovo movimento operaio”. Scopriamo invece che i modi e le forme dello sfruttamento dei lavoratori non mutano solo con il mutare del contesto socio- economico. Si muore nei cantieri e nelle fabbriche come dieci anni fa e le vittime sono proprio i lavoratori più precari e privi di tutele e diritti. Con la battaglia referendaria non siamo riusciti a trasformare in consenso, politico prima ed elettorale poi, l’impegno condiviso con la Cgil, l’Arci, la Fiom e con i lavoratori in generale. Abbiamo creduto, sbagliando, che fosse sufficiente declinare temi come diritti e tutele, perché questo si trasformasse immediatamente ed automaticamente in consenso. La sfida che ci attende sta proprio in questo. Il partito possiede una importante risorsa, un valore aggiunto, che troppo spesso dimentica di avere. Sono i compagni a vario titolo impegnati nel sindacato, nei luoghi di lavoro o negli organi di direzione. Essi possono rappresentare quell’anello di congiunzione oggi mancate tra il partito ed il mondo del lavoro. Uno strumento di decodifica, un vocabolario, che sappia contribuire a tradurre le istanze dei lavoratori in progetto politico.
La indicazione di una stagione di lotte sociali è positiva e attenua le preoccupazioni di un confronto con il centrosinistra di sapore verticistico. Decisivo è il coinvolgimento del popolo delle piazze (Roma, Firenze, Genova) e di quello del Sì, sinora ritratto prevalentemente al voto per il centrosinistra. L’alternativa auspicata dal congresso non è suffragata dalle elezioni del 25/5, poiché è cresciuto il distacco tra Ds e Rc, con un rapporto sino a 5/1. Resta la seconda preoccupazione: quella dello stato del partito non tanto chiuso, quanto “squilibrato”. Assente nell’associazionismo (al congresso Arci di Genova i Ds si presentano controllando il 90% dei presidenti dei 237 circoli rispetto al 2% di Rc); disperso e poco influente nelle case sindacali; in crisi di militanza nei circoli e nei gruppi dirigenti provinciali e regionali. Un partito assai presente nelle istituzioni elettive. questo dato soddisfacente è limitato, contraddetto dal rischio della soggezione alle agende, ai temi delle istituzioni, del palazzo, spesso distanti dai bisogni popolari. Per di più il fenomeno crescente del cumulo di incarichi politici e istituzionali affidati agli stessi pochi compagni, riduce tempi e qualità di interessamento per il partito. Autolesionista appare in questo contesto l’esclusione, l’emarginazione di compagni, capaci di portare contributi, ma esclusi da pratiche correntizie. La stagione di lotte può essere vincente se si basa su un partito normale, equilibrato, strettamente collegato col mondo del lavoro.
Non vi possono essere dubbi sull’opportunità di ricollocare il partito in una posizione di apertura verso le altre forze di opposizione. Le forme della battaglia politica vanno stabilite alla luce delle condizioni concrete, non in base ad assunti ideologici generali. Oggi la consapevolezza della pericolosità del governo è patrimonio comune della sinistra e delle forze democratiche e ciò riapre spazi per un’azione comune delle opposizioni. Si tratta di rispondere a una potente domanda che sale dal “popolo della sinistra”: ieri dai tre milioni del Circo Massimo, dall’imponente manifestazione contro l’imperialismo e la guerra a conclusione del Social Forum europeo, dai girotondi; oggi dall’elettorato, che nelle amministrative ha premiato l’unità delle forze di opposizione e punito la loro divisione. Ma la consapevolezza dell’importanza di vaste intese non cancella il fatto che rilevanti divergenze permangono su terreni cruciali: le politiche del lavoro e la flessibilità; le privatizzazioni; le politiche dell’immigrazione; il giudizio su Maastricht; le riforme istituzionali; la guerra e le condizioni di possibili interventi militari del nostro paese. Quello che si apre è dunque un percorso complicato, un processo che richiede al tempo stesso elasticità e rigore. Si dovranno seguire due principi: il rispetto reciproco di tutte le forze coinvolte in questo confronto; e la difesa intransigente delle rispettive priorità strategiche, che per Rifondazione sono: il salario, i diritti del lavoro, la ricostruzione del welfare, il rifiuto del presidenzialismo e del federalismo, il no alla guerra “senza se e senza ma”. In una battuta, la nostra bussola deve restare il binomio “unità e autonomia”. In questo quadro, è indiscutibile che tra le forze sociali e politiche che hanno condiviso le lotte contro il neoliberismo e la battaglia dei referendum vi siano molte più cose in comune di quante non leghino questo insieme di forze alle componenti moderate del centrosinistra. Occorre valorizzare tali affinità, per imporre un confronto tra le opposizioni su contenuti politici avanzati. Il merito dei problemi deve comunque contare di più della scelta degli interlocutori. Il vero politicismo consisterebbe nel concepire l’accordo tra le opposizioni come un dialogo tra i loro stati maggiori.
Ho apprezzato l’inversione delle priorità contenuta nella relazione introduttiva rispetto alla direzione nazionale. Se l’approccio fosse rimasto quello il mio giudizio sarebbe negativo. Tre sono le priorità: crescita del movimento, efficacia dell’opposizione, produzione di un’alternativa. 1. Dobbiamo sgombrare il campo dall’ipotesi della crisi del movimento che è cosa diversa dai suoi gruppi dirigenti. Qualsiasi paragone con movimenti precedenti non regge, perché quelli avevano inscritta davanti a sé una prospettiva storica di cambiamento, questo deve faticosamente cercarsela da solo. Certo, il referendum ne ha mostrato il limite di radicamento sociale e di assunzione della questione sociale. Qui occorre intervenire a cominciare dalla precarietà, con esperienze esemplari da costruire, ma anche, dopo il risultato importante degli 11milioni di sì, con una prospettiva politica. Penso che bisogna ripartire dal fronte referendario per costruire un soggetto antiliberista che superi la tradizionale distinzione tra politico, sociale e sindacale. Servirebbe un processo come quello che agli inizi degli anni 80 diede vita al Pt di Lula. Da subito, però, si potrebbe fare un’assemblea del fronte referendario. 2. L’opposizione è efficace se fa perno sul binomio unità/radicalità. L’unità è necessaria, ma la radicalità è condizione essenziale dell’efficacia. Per questo l’agenda dell’opposizione deve scaturire dall’iniziativa del movimento. La centralità dell’autunno sarà data dall’attacco alle pensioni, la lotta alla precarietà, i diritti dei migranti. Propongo che il partito metta a disposizione del movimento la manifestazione di fine settembre per farne un appuntamento unitario di un ampio fronte antiliberista. 3. Al centrosinistra credo sia giusto proporre una sfida unitaria. Consapevoli però della collocazione di classe (a fianco di Confindustria) del gruppo dirigente del centrosinistra ed evitando di traslare il dibattito sulla questione degli accordi di governo. Una simile prospettiva, che mi troverebbe contrario, avrebbe nell’immediato l’effetto di deprimere il movimento stesso. 4. Infine sul partito. Sono totalmente d’accordo sulla necessità dell’innovazione. Dobbiamo lavorare perché nascano nuove “istituzioni” del moderno proletariato: case del popolo, della cultura, “società di mutuo soccorso”, nuovi giornali, cooperative. E dobbiamo imparare a misurare l’innovazione dal livello di inserimento dei giovani e, soprattutto, delle giovani.
Giustamente è complesso e non banale il dibattito, che si è sviluppato al Cpn sul nodo della sconfitta referendaria e sulle prospettive non solo nostre, ma del conflitto sociale in Italia. Due approcci sono a mio parere irricevibili come metodologia del confronto al nostro interno. Il primo è quello che dice: “Ve l’avevamo detto che finiva così”. In realtà nessuno nel Partito ha mai espresso un dissenso compiuto e organico sul referendum, sui suoi contenuti, sulla fragilità espansiva dello schieramento promotore. I dubbi e le perplessità che ricordo inerivano al numero dei referendum e al peso che il Partito avrebbe dovuto assumersi nella raccolta di firme. Una volta superato il punto critico di quella fase, tutto il Partito sembrava convinto e impegnato il quella battaglia. L’altro ragionamento da contestare alla radice e è quello che afferma “abbiamo perso, quindi abbiamo sbagliato”. Pensiamo a che cosa si ridurrebbe sarebbe la storia del movimento operaio e comunista a partire dalla Comune di Parigi se lo assumessimo come paradigma interpretativo valido, a anche a cosa diventeremmo noi, un partito che non osa le sfide vere, non quelle a costo zero che si muovono solo nella sfera delle alleanze politiche e quindi dentro l’alternanza, ma quelle che mordono i rapporti di forza delle classi, come è stato il referendum sull’articolo 18. Ma a questo punto penso che il dissenso sia sulla misura della sconfitta e da che punto di vista ci si collochi in questo giudizio. Io penso che se non avessimo fatto il referendum la gabbia del maggioritario, della governabilità della americanizzazione avrebbero stretto lotte e movimenti. Invece noi abbiamo prodotto una incrinatura di questa barriera. Anche lo schieramento avversario padronale e confindustriale è preoccupato di questa falla che i dieci milioni di voti rappresentano e d a cui si deve partire, con la consegna di non deluderli, sapendo che quel voto indica disponibilità alla radicalità, senso degli interessi di classe, capacità di autonomia.
Il risultato delle elezioni amministrative per Rifondazione comunista in cui crescono le forze di sinistra moderata (Ds e Pdci) è abbastanza deludente, visto l’impegno che il nostro partito ha svolto da Genova in poi, investendo tutto sul movimento dei movimenti; il referendum sull’art. 18 è stato per noi e per i lavoratori una sconfitta netta, se promuovi un referendum è perché pensi di vincerlo. Un conto è non raggiungere il quorum con una percentuale che va dal 40% in su, altra cosa è raggiungere il 25%. Ora cosa succederà all’interno delle fabbriche dopo questa ennesima sconfitta da parte dei lavoratori? Il nostro partito deve mettere al centro della sua iniziativa politica la perdita del potere d’acquisto dei salari, siamo in una fase in cui i lavoratori e pensionati con ciò che guadagnano non arrivano più a fine mese, bisogna partire magari con una proposta di legge che prevede l’aumento dei salari e delle pensioni in maniera automatica all’aumento dei prezzi e tariffe. Sui rapporti con il centrosinistra dobbiamo cercare prima di tutto convergenze per mandare a casa il governo Berlusconi. Sono perplesso su un eventuale accordo di programma con le forze dell’Ulivo visto che su temi importanti (guerra, privatizzazioni, flessibilità del lavoro) non ci sono stati dei cambiamenti da parte di queste forze; diverso sarebbe un accordo per non far vincere Berlusconi alle prossime elezioni politiche. Sul partito il quadro che è preoccupante, diminuzione del tesseramento, circoli che vengono portati avanti grazie alla generosità di pochi compagni, nel mezzogiorno in alcune realtà siamo ad una presenza solamente virtuale. Il problema è che abbiamo costruito dopo la scissione del 1998 un partito d’opinione senza radicarci in maniera decisa nei luoghi del conflitto come le fabbriche.
E’ fur di dubbio la necessità di un dibattito ampio e limpido. Un dibattito finalizzato però al nostro agire quotidiano per praticare quella apertura e quella innovazione sulla cui carenza, sembra, conveniamo tutti e tutte. Il nostro dibattito deve servire alla ricerca di connessione con forze, associazioni, espressioni sindacali, singole personalità con cui abbiamo fatto e facciamo una parte di cammino. Ma il nostro dibattito deve essere meno congelato e legato ad assunti che si vanno ripetendo, oramai da troppo tempo, in maniera statica e acritica. Se si pensa infatti, che il peccato originale a cui ricondurre tutti i problemi sia in congresso, non si fa molta strada. Sì dunque alla critica, sia a quella reale che anche a quella “virtuale”, anche la più radicale, che rappresenta un elemento di ricchezza e di accrescimento, ma senza dimenticare che qualcosa nel frattempo è accaduto. Che il mondo, i processi sociali e politici non sono rimasti fermi. Ogni volta che si perde si sbaglia? Se accettiamo questo assunto il rischio di ripiegamento del partito su se stesso è scontato. Proviamo allora a rendere il dibattito non volontaristico ma capace di individuare opzioni su cui costruire l’iniziativa del partito. Sulle elezioni amministrative, ad esempio, serve una discussione che sia reale, analitica, dettagliata, direi scientifica, che scomponga i dati, ne colga le diversità sia in relazione alla condizione dell’alleanza con il centro-sinistra sia in relazione alle singole realtà territoriali. Non servono a nulla, e a nessuno, posizioni che producano la dinamica attacco –difesa. Altro esempio il tesseramento. Dal 1994 al 2002 sono “circolati” nel partito oltre 110 mila tra compagne e compagni. Questo dato ci parla di un potenziale altissimo, di una capacità attrattiva enorme. Come si fa a ricondurre tutto, anche le difficoltà del tesseramento, all’ultimo congresso? La realtà è molto più complicata e va indagata senza pigrizia nella sua complessità. Al contrario nell’ultimo anno sono aumentate le controversie interne a danno della dialettica. La struttura correntizia sta facilitando un processo disgregativo e non certo innovativo. Serve, invece, utilizzare e valorizzare il “lavoro buono”, da un lato, e costruire strutture organizzative nuove nei territori, dall’altro. O facciamo questo o un'altra occasione sarà stata perduta. Non abbiamo molto tempo.
Condivido la proposta centrale avanzata al Cpn: un percorso di ricerca di una alleanza programmatica con il centro sinistra sorretta dalle lotte sociali e da un processo interno di innovazione. La proposta diventa credibile se scattano due condizioni: la prima risiede nel recupero della abbandonata centralità del lavoro sulla quale le sinistre tutte hanno perso egemonia; la seconda risiede nel riconoscimento del limite dell’investimento effettuato dal Partito su una sola parte del movimento (e non sulla ricchezza di tutta la sua articolazione) che, oltretutto, non ha dato quel ritorno elettorale che, invece, i DS hanno incassato. Il Partito oggi si propone per un passo in avanti prendendo slancio dai due passi indietro – voto amministrativo ed esito referendario – recuperando il positivo dal negativo della sconfitta: l’indispensabilità di Rifondazione per battere le destre, quei 10 milioni e passa di SI che indicano la strada per quel passo in avanti verso una vera sinistra di alternativa. Ma una sinistra di alternativa che è un insieme di soggetti, vuole una alternativa di sinistra che è un progetto. E’ il progetto che va al confronto col centro sinistra con la spinta dei soggetti. Il progetto non può che partire dal lavoro. Con le risposte dell’immediato: salari, pensioni, contratti da difendere, Legge 30 da abbattere. Ma con idee forti della prospettiva, “i cunei nel neoliberismo”: recuperare la programmazione (è la mancanza di programmazione energetica che oggi porta ai black out), inserire elementi di economia mista, partendo magari dal settore dell’auto, riprendere il valore della piena occupazione del lavoro certo, abbozzare un nuovo tessuto economico che strappi l’Italia al destino della competizione di prezzo e delle nano-imprese che legittimano, insieme, i libri bianchi, la devolution e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro. Sarà possibile convergere con il centro sinistra su questo impianto? Abbiamo tre anni per provarci, abbiamo quel patrimonio di SI per fare pressione. Ma questo Partito, infine, è solvibile per il progetto e per il percorso? Lo diventa solo se risolve la contraddizione che sta nell’evoluzione dinamica della sua proposta politica del V Congresso e nella impermeabilità di gruppi dirigenti declinati rigidamente su tesi che i fatti stanno riscrivendo. La pratica dell’obiettivo posto in questo Cpn deve comportare l’avvio del superamento della “conventio ad excludendum” nei confronti di chi l’obiettivo se lo era già posto ieri.
E' stato corretto proporre il referendum: era l'unico strumento politico per provare a ribaltare i rapporti di forza nel Paese. Abbiamo perso, e ha fatto bene Bertinotti ad ammetterlo immediatamente. Ma dobbiamo anche analizzare il contesto in cui è maturata questa sconfitta: la data del referendum, l'oscuramento degli organi d'informazione, la mistificazione sull'importanza del voto referendario, uno spot informativo ingannevole hanno favorito l'astensione. Inoltre non è un caso che i decreti attuativi della legge 30 sono stati emanati alla vigilia del voto e sponsorizzati dalla televisione: a voler contrapporre alla nostra proposta di rigidità del mercato del lavoro una ulteriore flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro, proposta che aveva come destinatario soprattutto i giovani.
Ma il dato più allarmante è che ormai il sistema maggioritario è penetrato nell'immaginario collettivo del Paese. Si votava per un referendum che poneva la questione dell'estensione dei diritti, che riconnetteva il tema dell'unità della classe, una nuova battaglia di unità dei lavoratori, eppure una delle contestazioni più ripetute affermava: «questo referendum divide la sinistra». E' stato sussunto, dall'elettorato, lo schema maggioritario anche quando si vota non utilizzando il sistema maggioritario. Malgrado tali difficoltà il tema referendario è penetrato in larghe fasce dell'elettorato del centrosinistra. Come mai? A mio avviso è innegabile il ruolo svolto dal movimento dei movimenti, i cui temi, tra cui l'estensione dei diritti, hanno pervaso la base e l'elettorato dei partiti del centro-sinistra. Non può essere un caso che la Cgil, per la prima volta, sceglie una strada difforme da quella indicata dal gruppo dirigente dei Ds. Perché? Perché le camere del lavoro, intere categorie riconnettendosi, dopo Forum Sociale Europeo di Firenze, alle istanze del movimento hanno costretto il comitato direttivo della Cgil ad esprimersi favorevolmente. Il movimento ha contagiato la più grande organizzazione sociale della sinistra. Con la stessa chiave di lettura vanno letti i risultati elettorali delle ultime elezioni amministrative: dove è arrivato il movimento, nelle grandi aree metropolitane e nei quartieri centrali delle grandi città dove il voto è più libero da ricatti e condizionamenti, il nostro partito ha avuto un buon risultato.
Proprio in queste ultime settimane il gruppo dirigente del Prc ha riconfermato la linea fallimentare che è uscita dagli ultimi congressi, linea che oltre a prevedere di ripercorrere sciagurate alleanze con l'Ulivo, stabilisce da una parte definitivamente il movimento come bussola della nostra azione politica, e, dall'altra e per l'ennesima volta, anche la costruzione di una sinistra di alternativa. Evidentemente, lo stato di crisi in cui versa quello che è stato definito il "movimento dei movimenti", e il rapido esaurirsi della spinta del movimento pacifista sull'onda della guerra in Iraq, non costituiscono elementi sufficienti di riflessione per questo gruppo dirigente, per ammettere che il movimento non può essere la nostra bussola. Noi abbiamo investito negli ultimi due anni energie smisurate all'interno di questi movimenti, svuotando i nostri circoli e indirizzando i nostri giovani ai centri sociali, allontanandoli dal partito. Abbiamo destrutturato la nostra organizzazione a vantaggio di chi dall'esterno ci chiedeva di cambiare pelle, di rinunciare alle nostre radici, alla nostra forma partito. Il tutto a vantaggio di un movimento che vanta tra le proprie caratteristiche dominanti il fatto di non avere nessun collante ideologico e nessuna reale connotazione di classe. Nel frattempo, abbiamo allungato ulteriormente le distanze dalla nostra classe di riferimento, la classe dei lavoratori e, contemporaneamente, non abbiamo avuto alcun ritorno dal nostro impegno all'interno di questi movimenti. Infatti, i no-global non ci hanno votato in passato, non ci hanno votato nelle recenti amministrative e il movimento per la pace ha scelto di votare per l'Ulivo e sul referendum ha seguito l'indicazione di non andare a votare dell'Ulivo. Noi da sempre abbiamo detto che bisogna stare nei movimenti, però bisogna starci con la propria identità, creando aggregazione sul proprio progetto, trasmettendo i propri valori.
Il risultato elettorale non entusiasmante, la sconfitta del referendum, lo stato di difficoltà in cui versa l'organizzazione del partito. Questo il quadro in cui si colloca la proposta del nostro Segretario di «aprire un confronto tra tutte le opposizioni» e «avviare un processo che porti alla costruzione di una piattaforma programmatica delle opposizioni» con l’obiettivo della sconfitta del governo Berlusconi. Ciò necessita di «un partito che sappia innovarsi coniugando con pari dignità forme nuove e classiche di organizzazione » e «sviluppi ogni sforzo per la sua unità interna». Perché ciò non appaia come appello moralistico, è necessario che al più presto si arrivi a risolvere politicmente i molti conflitti e contenziosi aperti nelle più importanti federazioni, che si stanzino mezzi per favorire l’attività di circoli e federazioni, che si individuino forme di innovazione organizzativa, concordate con le federazioni interessate, da sperimentare e verificare. Una capillare presenza del Partito sul territorio è l’ossatura indispensabile sulla quale lo schieramento che è entrato in campo nella battaglia per il Sì all’estensione dell’articolo 18, diventi la base su cui costruire un ampio schieramento di forze di sinistra e di opposizione in tutto il paese.
Non vi è alcun dubbio sul fatto che sull'esito negativo ha pesato l'oscuramento operato dai media, il vasto schieramento astensionistico e la data del voto. Ma ciò non è sufficiente a comprendere la dura sconfitta subita, se non ci si interroga sulle trasformazioni sociali intervenute nel paese e, soprattutto, sulla devastazione culturale prodotta da venti anni di sconfitte del mondo del lavoro e di vittoria del neoliberismo, oggi in crisi, e dal conseguente affermarsi, nel senso comune del corpo sociale di un "prevalente" che non ritiene più rilevanti i diritti e le garanzie del mondo del lavoro. Risiede anche in questo la difficoltà a trasformare questa giusta battaglia, in una battaglia i cui protagonisti fossero la maggioranza della popolazione italiana. In Calabria non era scontato il risultato ottenuto. Anche da noi riemergono le vecchie classi dirigenti e gli strumenti classici della costruzione del consenso, accrescendo enormemente la devastazione nel rapporto tra politica e bisogni sociali, soprattutto nei ceti popolari, per l'assenza di significativi elementi di conflitto e di movimenti, che inevitabilmente ci rimanda all'insufficienza del nostro insediamento sociale. Di conseguenza, il referendum è stato inteso o come distante dalla propria condizione di disoccupato o come un pericolo per il posto di lavoro, anche se precario o in nero. In alcune realtà abbiamo assistito ad una vera e propria condizione permanente di paura e di ricatto. Anche il referendum sull'elettrodotto coattivo, ha subito una sconfitta in una regione dove il modello di sviluppo che viene proposto è quello della rapina del territorio, delle grandi opere, della devastazione ambientale e la messa in discussione della salute, con la costruzione di un mega elettrodotto che attraverserà la Calabria e di nuove centrali elettriche. Le motivazioni sono le stesse, quelle che fanno leva sui bisogni, in questo caso di lavoro.
E' fondamentale, in questo contesto, non disperdere l'esperienza realizzata con i Comitati per i Sì. Il rapporto con i centrosinistra non può prescinderne.
Sento il peso della battaglia persa - referendum - non la sindrome da sconfitta che porta alla resa. C'è nel paese uno scontro di classe acuto. Governo e Confindustria sono determinati nell'opera di privatizzazione, smantellamento dei diritti e delle tutele, dello stato sociale, "sordi" alle istanze delle lotte e dei movimenti in atto. Oggi, la scelta del partito deve essere l'apertura di un confronto con l'opposizione parlamentare e quella sociale presente nel paese, per definire una piattaforma, avente come obiettivi:
Va accelerato il processo costitutivo della sinistra d'alternativa, di cui il partito è parte riconosciuta al pari di altri, contestualmente al confronto con la sinistra moderata, le forze del centro sinistra, allo sforzo per l'unità d'azione dei movimenti.
Ho letto e sentito che dovremmo aprire un confronto programmatico con l'Ulivo per le prossime elezioni (2006). Non sono d'accordo che questa sia oggi la scelta né su un'impostazione che modifichi la priorità: non più i programmi, ma l'unità fine a sé stessa (decisivo resta per che cosa). Ho espresso in direzione quali considero le ragioni dell'attuale stato del partito, desolante e preoccupante: non si tratta di deficit d'innovazione, ma quale, come. Urge il recupero del ruolo centrale del circolo, della partecipazione e del protagonismo degli/lle iscritti/e, dell'errore commesso nel non aver prestato la giusta attenzione nel costruire i necessari "collateralismi" (la presenza nostra nelle organizzazioni di massa, associazioni, sindacato, ecc.). Il partito, intellettuale collettivo, il "fare organizzazione" decisivo per la battaglia politica. Una politica per gli enti locali, coordinata e complementare a quella nazionale, è quanto mai necessaria, così come di quella per il mondo del lavoro. Basta con il falso dilemma: partito o movimento. Un partito comunista di massa per esistere e corrispondere al proprio ruolo ha bisogno di movimenti come questi necessitano di un partito, garanzia per la loro esistenza e autonomia, per le loro istanze.
Il segretario ci propone una svolta fondata, mi pare, su tre punti di analisi sotto i nostri occhi già da molto tempo, e che hanno trovato ennesima conferma con l'ultima tornata elettorale: a) il fatto che gran parte del popolo della sinistra abbia introiettato lo schema bipolare; b) l'incapacità del Prc di "capitalizzare" in termini elettorali il lavoro nei movimenti, i quali invece premiano la sinistra moderata; c) una fortissima tensione unitaria anche del nostro mondo enfatizzata dalla pericolosità di Berlusconi. Da qui la proposta di costruire col centrosinistra, coinvolgendo movimenti, associazioni, organizzazioni sindacali e politiche che hanno contribuito alla battaglia sull'art. 18, una "alternativa politico-programmatica a Berlusconi". Questa impostazione è condivisibile ma deve marciare su due presupposti senza i quali rischiamo una sostanziale subalternità: