E' giusto mettere in relazione il risultato delle elezioni amministrative - una faticosa tenuta - e quello referendario - una sconfitta sociale con un risultato importante: gli 11milioni. I due risultati, infatti, fotografano gli attuali rapporti di forza tra le classi e segnalano le due priorità di questa fase: il rapporto tra i movimenti e la politica e quello del radicamento sociale. Nel primo caso, il problema non è il numero dei voti presi dai movimenti, non quantificabile nel breve periodo (e che comunque riguarda anche come il partito è realmente) quanto la ricostituzione di una prospettiva generale che non è definibile a breve. Nel secondo, occorre interrogarsi e lavorare a fondo sul nodo della sconfitta sociale, dei rapporti di forza sfavorevoli che rappresentano la nostra vera urgenza. Non esistono scorciatorie "politiciste": né quella del rapporto con il centrosinistra, né quella, analoga, che propone un confronto programmatico con le forze referendarie per aumentare il peso contrattuale nei confronti dell'Ulivo. Bisogna invece "elaborare il lutto" della difficoltà sociale per porvi rimedio, attrezzare il partito, fare proposte efficaci al movimento.
E ripartire dall'opposizione sociale. E' qui che possiamo proporre un rapporto unitario al centrosinistra, non sulla prospettiva di governo che non condivido, sapendo che comunque non sarà facile. Al di là dell'esito referendario, dove i DS si sono schierati con Confindustria, si guardi, ad esempio, alle dichiarazioni di Fassino in tema di immigrazione: posizioni sostanzialmente analoghe a quelle del centrodestra. Il tema centrale è quindi quello della precarietà. Dobbiamo far convergere il Tavolo contro la precarietà e i Comitati per il sì creando nuovi "comitati di scopo" contro la precarietà, legando già da questo autunno, il tema diritti con pensioni e salario sociale. Un nostro progetto di lavoro interessante potrebbe essere svolto sull'esempio di Job with Justice, organizzazione Usa che compie regolarmente vertenze territoriali contro il lavoro precario in collaborazione con il sindacato statunitense Afl-Cio.
Sono convinto anch'io che il tema dell'innovazione debba essere declinato meglio e più compiutamente. Per questo la “radiografia” fatta dal compagno Ciccio Ferrara nell'ultima riunione della Direzione mi pare una bussola da cui ripartire. In questo senso credo che in Toscana la recente tornata amministrativa abbia evidenziato proprio il deficit dell'innovazione causato sia da un vizio elettoralistico, sia dalla troppa litigiosità dei gruppi dirigenti. Su questo tutti, e sottolineo tutti, dobbiamo fare autocritica per cercare il superamento di una fase che può finire per incancrenirsi. Il rischio è che, a partire dalle posizioni assunte nella fase della definizione delle liste e delle candidature, si continui a far derivare un bilancio del voto acritico rispetto alle scelte fatte e che non mette a verifica i percorsi alla luce dei risultati ottenuti. Dobbiamo dircelo senza ambiguità: i dati di Pisa, Massa e Viareggio non rappresentano una tenuta, ma un risultato negativo per il Prc. Dobbiamo lavorare sull'idea della “mappa delle innovazioni”. Questo significa, innanzitutto, un lavoro in due direzioni: da una parte uno stimolo dall'alto e, dall'altra, il recepimento delle necessità e delle esigenze territoriali. Un lavoro “di frontiera”, come ha ricordato qualcuna, che veda una dinamicità fra il nostro “dentro” e il “fuori”, in una ricerca che sappia andare oltre le modalità e la strutturazione classica della forma-partito. Da questo punto di vista le sollecitazioni e riflessioni del Forum delle Donne a livello nazionale e dei Giovani Comunisti/e toscani dentro il movimento dei Disobbedienti ci possono aiutare in questa ricerca: da Prato a Grosseto a Firenze, senza tralasciare l'esperienza del neonato laboratorio pisano delle disobbedienze Rebeldìa.
Dovevamo prendere, come partito, una forte iniziativa contro le misure restrittive nei confronti di Cuba ma non aderire a una manifestazione come quella di oggi, costruita su icone identitarie e riferimenti ideologici legati alla tradizione dei socialismi reali e dell’assoluzione degli errori e orrori dello stato socialista in nome del fine che giustifica i mezzi. Dobbiamo fare ancora molta strada per arrivare a una grammatica politica comune, a riempire di contenuti condivisi le parole che usiamo. E’ il caso della parola “innovazione” su cui si addensa tutto e il contrario di tutto. Dobbiamo anche fare un salto di qualità nella strumentazione e nel metodo dell’analisi politica: troppo ancora oscilliamo in una banda che ci porta di volta in volta a una sorta di autonomia del sociale, oppure dei movimenti oppure della politica istituzionale, talvolta del “politico”. Abbiamo affrontato più volte il tema del movimento dei movimenti, espression straordinaria in questi anni dei nuovi processi di soggettivazione critica che hanno messo in crisi il pensiero unico e rese visibili le contraddizioni della globalizzazione. Il movimento ha ridisegnato l’agenda delle priorità, ha aperto contraddizioni, avviato interlucuzioni. Ma non ha risolto - né poteva - i grandi problemi sociali, del lavoro, dei diritti. Perché c’è un gap strutturale ee persistente - di fase - tra il movimento e la situazione dei rapporti di classe duramente segnati dalla sconfitta storica del Novecento. Le cose stanno insieme e insieme agiscono e il segno - sul piano sociale ma anche dei risultati politici che toccano i rapporti di forza - è alla fine negativo. Basti pensare al movimento per la pace. I risultati del referendum vanno letti sotto questa duplice luce, nell’incrocio tra queste due dimensioni della realtà. Essi registrano lo stato dei rapporti sociali da un lato, la spinta a riprendere parole e spazio pubblico dall’altra. Quel 24 per cento ha dentro di sé le due facce. Poteva andare diversamente? Io penso di no ma il referendum è stata, una scelta che andava fatta perché ha consentito, nonostante tutto, di veicolare largamente una grande questione sociale, politica, civile.
Le elezioni di maggio hanno fatto registrare per il Prc una sostanziale tenuta in quasi tutte le realtà; subiamo una flessione là dove manchiamo di insediamento sociale e di capacità progettuale (propongo una conferenza nazionale sul tema della “questione meridionale” in autunno). Ritengo importante sottolineare il dato negativo del centro(destra, che deve rinunciare, almeno nell’immediato, al suo progetto di “sfondamento”. Occorre, inoltre, mettere in evidenza come soprattutto Forza Italia non riesca a conquistare sul piano locale gli stessi voti ottenuti nazionalmente dimostrando di essere un partito ben diverso dalla Dc, che raccoglieva percentuali di consensi sostanzialmente omogenei nelle amministrative e nelle politiche. Il referendum ha rappresentato una battaglia fondamentale, che ci spinge ad una riflessione strategica sullo strumento referendario (rifuggire dalla “testimonianza” e dalla visione indistinta del “sistema dei partiti”) perché il dato dell’astensionismo dimostra che esiste ancora un legame significativo tra i partiti e le masse. Seppure i risultati delle elezioni e del referendum non siano del tutto positivi non vanno comunque sviliti, evitando che il dibattito prenda una piega disfattista, che avrebbe effetti deleteri per la vita e l’esistenza stessa del Prc. Il rapporto col centrosinistra deve avviare un processo che guardi all’alternativa come sbocco irrinunciabile di uno schieramento ampio, emerso in questi mesi grazie anche alle nostre battaglie, che si ponga l’obiettivo della cacciata del governo Berlusconi per impedire il massacro sociale che il centrodestra sta attuando. Per fare ciò occorre partire dai contenuti programmatici, lavorando per una politica di unità “qualitativamente alta”, che non mortifichi l’identità del Prc.
L’alternanza come quadro instabile e l’efficacia della nostra iniziativa nel riproporre la questione di una trasformazione possibile sono i “fondamentali” del riorientamento della nostra ricerca. Questa bussola di orientamento ci consente di valutare le prospettive aperte dal voto amministrativo in relazione ai processi di cambiamento che concretamente riusciamo ad attivare. Nel quadro del federalismo la sfida dell’innovazione del partito si gioca sulla costruzione di percorsi e sedi di confronto che consentano di tirare le fila del lavoro che svolgiamo nei diversi ambiti e livelli di intervento. Dotandoci di questi strumenti eviteremo il rischio di disconoscimento reciproco o di incomunicabilità dei gruppi dirigenti che il Compagno Ferrara segnalava come limite del partito. Sul Welfare, dobbiamo misurarci con la frantumazione del blocco di interessi che lo aveva costruito e i limiti che lo hanno caratterizzato. La critica femminista ha decostruito il carattere inclusivo/omologante di un processo di estensione alle donne di una cittadinanza costruita senza contemplarle come soggetto. Il popolo migrante ci pone la questione di una cittadinanza non più confinata nello Stato – nazione. L’opposizione del centro sinistra alla dimensione autoritaria, repressiva ed etica che le destre danno alla statualità, abbattendo nello stesso tempo il principio solidaristico fondato sulla fiscalità generale progressiva, è inadeguata e contraddittoria. Il rinnovato protagonismo di soggetti e soggettività che si battono contro la precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, dalle nuove soggettività del lavoro, al popolo migrante, ai movimenti femministi e giovanili, mette in discussione la persistenza di concezioni patriarcali e paternaliste della statualità che ancora attraversano il partito. Il compagno Pecorini ha sottolineato la dimensione antropologico - culturale dei processi di precarizzazione della vita quotidiana, citando la presentazione della Sars come virus imbattibile in quanto“nuovo”, quando tutte le epidemie sono, per definizione, “nuove”, in quanto per i virus conosciuti sono conosciuti anche i vaccini. Aggiungo alcuni elementi alla sua analisi, che a mio giudizio suggerisce un punto alto alla capacità di elaborazione del partito. Da un lato, la battaglia antiproibizionista e per la riduzione del danno sulle droghe. E’ patrimonio condiviso? D’altro lato la lotta alla precarizzazione della salute. Negli Usa sono diffuse malattie virali sconfitte da tempo, come la polio, non per la “novità” del virus ma per la banale ragione che non c’é un sistema sanitario pubblico a carattere universale. Che giudizio politico esprimiamo su leggi regionali che accettano la cancellazione della gratuità delle prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie croniche, mentali e delle disabilità gravi, aprendo le porte ai padroni della sanità privata,, alle disuguaglianze nell’accesso al bene collettivo della salute e chiamando le donne a farsi carico più di prima del lavoro di riproduzione e di cura, nel quadro di una flessibilità del lavoro funzionale alle strategie dell’impresa?
Penso che sia giusto partire dalla presa d’atto della sconfitta referendaria. Non mi convincono alcuni interventi consolatori che, secondo me, sottovalutano la portata negativa degli effetti sociali dell’esito del referendum. Non si tratta “solo” del fatto che l’art. 18 non sarà esteso ai milioni di lavoratori che ne sono esclusi, nei prossimi mesi, e già i segnali ci sono, dovremo prepararci a contrastare la controffensiva dei padroni e del governo contro i diritti e le tutele di tutti i lavoratori. I quasi 11 milioni di voti dati al Sì sono un punto di partenza importante per contrastare le politiche del governo, ma sarebbe un grave errore se li considerassimo acquisiti alla nostra battaglia, si tratta di una potenzialità che, anche se hanno votato Sì disobbedendo, in molti casi, alle indicazioni di alcuni partiti del centro sinistra, va raccolta e orientata attorno ad un progetto di rinascita democratica e sociale dell’Italia. Anche per queste ragioni penso che sia giusto, finalmente, rompere gli indugi, abbandonare teorie astratte e porre al centro della nostra linea politica le questioni del lavoro (salari e tutele) dei diritti sociali, del costo della vita, della difesa delle pensioni e dell’art. 11 della Costituzione. Su questa base aprire un confronto sia con le forze sociali, sindacali, ambientali, i movimenti e le forze politiche che con noi hanno costituito i comitati per il Sì, sia con i partiti del centro sinistra che hanno, sbagliando e danneggiando i lavoratori, boicottato o contrastato i referendum. Sull’innovazione del Partito così tanto invocata senza che, peraltro, nessuno riesca ad indicare un percorso, vorrei solo dire che riterrei già una grande innovazione se le realtà territoriali (circoli e federazioni) fossero coinvolte (attraverso consultazioni) sulla linea politica prima dei mezzi di informazione e non a cose fatte. Sarebbe davvero innovativo se i nostri circoli e le nostre federazioni fossero oggetto di maggiore coinvolgimento e attenzione e se la smettessimo di dipingere il nostro Partito come “respingente”, “inadeguato”, ecc., tutte cose, queste, anche in parte vere e giuste, però penso che sarebbe più utile cominciare ad interrogarsi sui limiti e le tendenze conservative della direzione centrale prima di criticare le nostre strutture periferiche.
La profonda e concreta riflessione sullo stato del partito e i suoi rapporti interni, al centro dei lavori di questo Cpn e della recente riunione della Direzione nazionale, va incontro alle attese di tutta la nostra organizzazione, dei militanti, dei simpatizzanti e dei nostri elettori che da troppo tempo sentivano che qualcosa non andava per il verso giusto e si aspettavano le necessarie correzioni. Enorme è, infatti, lo sconcerto dei compagni e dell’opinione a noi vicina nel constatare lo scarto tra le potenzialità di crescita del Prc (presenza nelle lotte e nei movimenti, iniziative largamente condivise nella società, etc.) e la sua incapacità a raccoglierne il consenso in termini di adesioni al partito ed anche di incrementi elettorali. Sono evidenti le difficoltà di insediamento e di radicamento del partito nella società, nelle organizzazioni di massa (in particolare nel sindacato) ed il rinsecchimento della partecipazione e della vita democratica stessa in tutte le sue strutture. Indagare su questo fenomeno è doveroso per il gruppo dirigente nazionale così come è doveroso coinvolgere tutte le federazioni e i circoli in un grande lavoro di “inchiesta” per individuare rimedi e soluzioni per superare le difficoltà ed invertire la tendenza. Occorre, a mio parere, consolidare, irrobustire e rilanciare l’unico strumento “certo” che abbiamo a disposizione, il partito. Da qui, poi, tutte le innovazioni e le sperimentazioni che si sentono utili e necessarie, e condivise, vedranno tutti al lavoro per il loro successo.
La nuova svolta del Prc verso un accordo di governo con l’Ulivo è in clamorosa contraddizione sia con l’esperienza di due anni di movimenti, sia con la stessa nostra battaglia referendaria. Il valore prezioso della battaglia referendaria è stato quello di fare da spartiacque delle classi e delle loro rappresentanze politiche: da un lato le forze, certo diverse, che tengono una radice di rappresentanza del mondo del lavoro e dei movimenti di massa; dall’altro le forze, certo tra loro conflittuali, che lottano per la rappresentanza di governo del capitalismo italiano. Dovremmo investire a fondo in questa contraddizione di classe per approfondirla.
Viceversa la segreteria del Prc persegue una strada esattamente opposta: avanza una proposta negoziale di governo con quel centro liberale dell’Ulivo che si è schierato contro il referendum a fianco di Berlusconi e Confindustria. Non potrebbe esservi contraddizione più profonda tra battaglia di massa e linea politica. Non ho sentito un solo argomento credibile per sostenere questa svolta. Si dice che “l’Ulivo è cambiato” grazie ai movimenti: ma il centro liberale dell’Ulivo si è contrapposto a tutte le ragioni dei movimenti, sostienee le missioni coloniali in Iraq e Afghanistan, chiede l’esercito europeo e l’espansione del bilancio militare, sostiene il piano Morchio sulla Fiat in contrapposizione ai lavoratori e alla Fiom. Dov’è il cambiamento? Si dice che nell’Ulivo “vi sono le contraddizioni”. E’ vero. Ma invece di entrarvi da un’angolazione di classe in nome della rottura col centro liberale, proponiamo un negoziato di governo col liberalismo borghese (da Rutelli a D’Alema): con una nomenclatura politica che è espressione di quei poteri forti (in particolare grandi banche, capitale finanziario, settori di grande impresa) che vogliono sì rimpiazzare Berlusconi, ma dal versante dei propri interessi contro i lavoratori e contro i movimenti. Portare i movimenti all’incontro di governo con quelle forze, significa aiutare quelle forze a subordinare e sconfiggere i movimenti. E infatti oggi tutto il centro liberale offre futuri ministri al Prc per usarlo come ammortizzatore del conflitto per tutta la prossima legislatura. La verità è che la dissoluzione del Prc come forza d’opposizione sarebbe un fatto enorme che distruggerebbe le stesse ragioni sociali e politiche del nostro Partito e priverebbe i movimenti di un riferimento essenziale. Per questo è necessario un congresso straordinario del Prc, libero e sovrano, che dia la parola a tutti i militanti del Partito. Che hanno il diritto di discutere e decidere del futuro politico del Prc.
Con la relazione introduttiva del segretario nazionale si è definitivamente completata una svolta di linea. Emblematico l’obiettivo indicato di costruire un programma per un’alternativa di governo e la necessità di un rapporto fra movimenti e leadership dell’Ulivo. Alla “svolta” siamo arrivati attraverso il susseguirsi di continui e sostanziali aggiustamenti, fino alla sottoscrizione nei fatti, nelle ultime elezioni amministrative, di un accordo politico nazionale con il centro-sinistra. Se non si riconoscesse di aver operato una vera e propria correzione di indirizzo politico e di analisi si nasconderebbe semplicemente la realtà. E’ evidente la rottura con la linea del Congresso, di cui, non casualmente, ancora oggi, non sono mai state stampate le tesi approvate. Va anche detto, avendo da tempo sostenuto la necessità di questa inversione di linea, che dalla strada che stiamo imboccando non si potrà tornare indietro. Ce lo impediranno in primo luogo i movimenti con le loro spinte a far fronte comune contro le destre, così come lo stesso nostro elettorato. La battaglia è ora per conquistare un programma condivisibile e di alto profilo. A questo appuntamento arriviamo indeboliti. Arretriamo nelle elezioni amministrative. Una tendenza ormai costante. Il dato è stato è stato attenuato dalla scelta unitaria, ma siamo arretrati. Dove ci siamo presentati da soli assistiamo a flessioni assai consistenti. Il voto amministrativo indica più di ogni altro la stato del partito, il livello del suo radicamento nel territorio. Anche il referendum ci ha indeboliti. Non basta dire “abbiamo perso”, va anche detto che “abbiamo sbagliato”. La sconfitta è stato il frutto di un’impostazione minoritaria che non ha puntato alla costruzione in partenza di uno schieramento largo e adeguato. E’ stato il frutto di un gruppo dirigente che non ha voluto ascoltare le critiche che fin da subito si erano manifestate al nostro interno e si è mosso avventuristicamente al buio.
La linea che proponiamo in questo Cpn si basa su 4 punti: ripartire dai 10 milioni di Sì per rilanciare il movimento, costruire una campagna di opposizione efficace a partire da pensioni e precarizzazione del lavoro, costruire una alternativa programmatica al governo. Dobbiamo fare molta attenzione perché le semplificazioni giornalistiche di queste settimane deformano questo progetto trasformandolo in un riavvicinamento politicista tra Rifondazione e Ulivo. E’ necessario correggere quest’immagine deformata che disorienta i compagni nel senso indicato da Bertinotti nella relazione, per sviluppare il nostro progetto di alternativa a partire dalla costruzione della campagna di opposizione in autunno. A tal fine è bene chiarirci anche all’interno del partito. La posizione che ritengo più distante è quella che vede nell’aver indetto il referendum un nostro errore politico. Dire che il referendum era sbagliato perché ha perso equivale condannarci all’impotenza e alla subalternità all’Ulivo. Nonostante la sconfitta il referendum ha prodotto un risultato enorme: è riuscito a portare tutto il fronte sociale del 2002 (dalla CGIL all’ARCI) da un terreno difensivo ad uno offensivo; dalla lotta per la difesa dell’articolo 18 alla battaglia per la sua estensione, contro la precarizzazione e per ricostruire l’unità di classe. Il referendum – come fu lo sciopero dichiarato dalla Fiom alla Fiat nella primavera 1962 – è stato il primo passo – fallito ma necessario – per l’uscita dalla fase difensiva e l’apertura di un nuovo ciclo di lotte. Anche quello fu duramente attaccato da destra perché era fallito, ma questo non toglie che fosse giusto e che segnò un punto di svolta. Nel ragionamento di Ferrando, al contrario, vi è la sottovalutazione della forza crescente del bipolarismo e del fatto che i 10 milioni di Si, sono certo d’accordo con noi sui contenuti, ma non hanno per questo espresso una collocazione politica complessiva esterna al bipolarismo. La proposta del confronto programmatico tra tutte le opposizioni (che non può essere in due tempi come propone Burgio), serve proprio a valorizzare quei 10 milioni di Si, a farli pesare, anche agendo sulle contraddizioni del centro sinistra. Serve a mantenere aperta la strada dell’alternativa pur nelle strette di un bipolarismo più forte.
Tre dati inequivocabilmente segnano la nostra analisi: la sconfitta del referendum; il non certo lusinghiero risultato alle elezioni amministrative; il calo degli iscritti. Tre dati che indicano una crisi del nostro partito e che risultano ancora più allarmanti se si considera che giungono dopo una lunga e ricca stagione di movimento - da cui paradossalmente sembrano trarre maggior giovamento i Ds e il Pdci - nella quale il nostro partito ha investito molte delle sue energie e risorse. Tre dati che hanno alla base la poca credibilità del nostro partito, la natura estemporanea, volubile e per certi versi schizofrenica della nostra linea politica. In tutti questi anni si è esaltata l'idea del partito del «saper fare», dominato da un eclettismo ideologico e da un immediatismo pratico, che portava a considerare il momento dell’approfondimento teorico come un inutile e «vecchio» orpello. Così abbiamo navigato a vista, andando al traino delle diverse posizioni del movimento o assumendo acriticamente le teorie più bizzarre elaborate nei suoi ambienti intellettuali dai diversi ingegneri delle nuove utopie sociali. Il risultato è la totale assenza di una linea politica nella quale le singole battaglie avessero un legame tra loro e quindi con una strategia legata ad un fine. Anche la battaglia per l’estensione dell’articolo 18 non si è inserita in un quadro di azione politico organico e sistematico incentrato sul lavoro, ma ha finito per essere una delle tante campagne che annualmente il partito decide di assumere. Lo stesso vale poi per la politica delle alleanze, dove il livello di schizofrenia raggiunge livelli senza pari, contribuendo a tracciare una linea politica a zigzag che disorienta e risulta incomprensibile allo stesso corpo militante del partito. Come stupirci del risultato alle elezioni se un giorno assumiamo il socialfascismo come orizzonte – affermando che non c’è graduazione di differenza tra centrodestra e centro sinistra - e il giorno dopo diciamo che l’Ulivo è improvvisamente cambiato e siamo pronti ad un accordo di governo? Come stupirci del calo degli scritti se un giorno si e l'altro pure diciamo che il partito è uno strumento oramai inutile e sorpassato, che i circoli sono oramai musei polverosi di un modo «novecentesco» di fare politica? Come stupirci del fatto che la battaglia per l’articolo 18 non sia stata considerata credibile, se fino a non molto tempo fa innalzavamo «altari sacri» a intellettuali come Marco Revelli, dicendo che il conflitto tra capitale e lavoro non era più centrale, che le forme di valorizzazione del capitale andavano oltre la produzione?
Il risultato del referendum ha bisogno di una riflessione di tutto il partito, in quanto l’esito è stato al di sotto di ogni previsione. Forse non siamo riusciti a far capire lo stretto collegamento tra la difesa e l’estensione dell’art. 18 e l’attacco feroce alla condizione delle classi sociali più deboli che passa attraverso la riduzione dei salari reali a causa dell’aumento dei prezzi, la legge 30, l’attacco alle pensioni e allo stato sociale, la messa in discussione del contratto nazionale di lavoro. Così come il risultato delle elezioni amministrative deve far riflettere: andiamo bene dove facciamo le alleanze, ma non aumentano i nostri voti anzi, vengono premiati Ds e Pdci. Perché non ci votano? La nostra politica è chiara? Riusciamo a intercettare i bisogni delle classi più deboli, dei lavoratori, dei pensionati, dei disoccupati? Oppure è passato un sentire comune che siamo il partito dei no global? Io penso che tra la gente ci sia questa idea, per questo credo giusto ripartire dai 10 milioni di Sì per rimettere al centro una piattaforma politica chiara, a partire da una battaglia per tutelare salari, stipendi e pensioni dall’inflazione reale con uno strumento (tipo ex scala mobile). Così come una battaglia contro la deindustrializzazione (vedi la Fiat), contro le privatizzazioni e riprendendo la nostra proposta di legge per lerRappresentanze sindacali. Questo potrebbe essere un forte aiuto ai compagni e ai lavoratori della Fiom insieme a un concreto sostegno alle Casse di resistenza che rappresenta non solo un aiuto economico ma anche un messaggio forte di cultura solidale. Non possiamo rimandare il problema del rapporto sindacato-partito: ad esempio nella Cgil va fatto un investimento di compagne/i perché una nostra presenza massiccia fa avanzare una linea sindacale di classe e permette anche un forte radicamento del partito fra i lavoratori. E’ necessario mantenere un rapporto costante con le forze promotrici del referendum e aprire una dialettica con l’Ulivo che abbia al centro una battaglia comune contro il governo Berlusconi, lavorando per creare le condizioni per una possibile alleanza di programma con il centrosinistra. Sul partito: l’innovazione va bene se passa attraverso un radicamento profondo nella società, nel mondo del lavoro, nei paesi e nei quartieri.
La relazione è stata molto ricca. Non va dimenticato lo spunto sul declino industriale del nostro paese. Può essere la base per un convegno, su cui impegnare “Transform Italia” e certamente sarà argomento di discussione in occasione del prossimo Dpef del governo su cui pesa il ricatto dell’accordo recentemente fatto con le parti sociali. Il referendum è stato una sconfitta fertile. Abbiamo posto al centro il tema del lavoro, congiunto con quello dell’ambiente, ma non siamo riusciti a fare egemonia partendo da qui. Per questo rilanciamo la battaglia sulla precarietà, intesa come precarietà della persona e non sol, o del lavoratore. In questo senso includiamo la questione delle pensioni, l’incertezza di averle, e su questo giustamente caratterizziamo la nostra battaglia autunnale autunnale a livello italiano e europeo. Questo, unitamente ostruzionismo e alla lotta sociale contro la cancellazione per tutti dell’articolo 18, riusciamo a valorizzare quei dieci milioni e mezzo di Sì, che hanno per la prima volta dimostrato l’esistenza di una base di massa per una possibile e necessaria sinistra d’alternativa. Ho sentito dire che il confronto in vista di un accordo politico elettorale andrebbe fatto in due tempi. Prima con la sinistra dell’Ulivo e poi con il centrosinistra nel suo complesso. Non sono d’accordo, sarebbe un errore micidiale. In primo luogo, verremmo in questo modo inevitabilmente attirati dentro il centrosinistra. Dobbiamo ribadire, pur nel confronto, la nostra diversità, nello stesso tempo dobbiamo rendere protagonisti di questo confronto i movimenti. In secondo luogo, non possiamo confondere il compito della costruzione della sinistra di alternativa con quello di un’alleanza elettorale per costruire un’alternativa al governo delle destre. La prima passa oggi attraverso la seconda, ma va ben al di là della stessa.
I militanti della Federazione di Ancona hanno svolto un lavoro massacrante, durissimo per tutta la campagna referendaria. Si sono sacrificati: ci hanno messo il cuore, le ferie, persino i loro soldi. In questo Cpn che a volte pare la Sorbona e nel quale riecheggiano solo i nomi dei grandi filosofi voglio che per una volta riecheggino i nomi dei compagni più semplici e sconosciuti, quelli che davvero fanno e sono il Partito, quel Partito profondo con il quale troppo spesso i gruppi dirigenti hanno un rapporto aristocratico, freddo, lontano. Ringraziando tutti i militanti e non potendo citarli tutti, cito per tutti, per la lotta condotta e per i risultati ottenuti, i compagni Nello Polverini e Luciano Nobili di Ancona: Giorgio Bendelari di Serra De’ Conti; Peppe Foroni e Guido Tantucci di Moie; Sergio Ruggieri di Jesi; Guido Lombardi di Senigallia; Marina Melappioni di Chiaravalle; Renzo Amagliani di Falconara; Otello Toppi di Polverigi. La centralità del Partito è la questione più grande emersa nella campagna referendaria, fatta senza una lira, solo con l’impegno strenuo dei compagni. Quando si parla di innovazione, dunque, occorre tenere presente che ogni innovazione vera è quella tendente a rafforzare l’organizzazione e il radicamento. Rafforzamento delle relazioni esterne - allora -ma anche organizzazione nei luoghi di lavoro; formazione quadri; tesseramento e recupero del turn-over; investimento economico e politico sui Circoli e le Federazioni. Quale che sia la linea, senza Partito nessuna linea si concretizza. Anche la nuova linea, volta al confronto con l’Ulivo, senza un Partito in grado di accumulare forza sul campo attraverso l’organizzazione del conflitto sociale necessario a spingere a sinistra lo stesso l’Ulivo, rischierebbe di portarci su posizioni arrendevoli e subordinate. Ed è solo attraverso un Partito radicato e combattivo che sarà possibile accumulare quel polo di forze di sinistra anticapitalista in grado di condizionare a sinistra il rapporto Ulivo-Prc. Per ultimo alcune parole direttamente al compagno Bertinotti: costruisci il Partito, la sua unità interna, questo Partito ascoltalo e stagli più vicino; legati a tutti e non solo a qualcuno, poiché sono queste le basi per l’alternativa, per evitare l’alternanza.
Di fronte agli insuccessi nel referendum e alle elezioni amministrative la cosa che più preoccupa è la ricerca insistita di giustificazioni “oggettive”. Si registra una sconfitta ma non c’è un serio bilancio della stessa. Nel momento più alto della mobilitazione sociale, quando più efficace poteva essere un’azione tesa a conquistare posizioni nel movimento operaio abbiamo scelto il terreno più avverso e insidioso, quello istituzionale e referendario. Non solo non abbiamo lavorato nel corpo vivo delle mobilitazioni per spingerle oltre i limiti concertativi del cofferatismo ma al contrario abbiamo sospeso ancora una volta la critica al gruppo dirigente della Cgil. Questo non per limiti organizzativi (che pure esistono) ma per una “furia iconoclasta” contro tutto ciò che è in odore di novecento e dunque di lotta per l’egemonia, di conquista della maggioranza dei lavoratori, di fronte unico. Il vizio di fondo è che non partiamo dalla classe per quello che realmente è ma fantastichiamo su un “nuovo movimento operaio” e nuove forme di lotta e organizzazione. L’esperienza degli ultimi anni, anche sul piano internazionale, dimostra una volta di più che i lavoratori si muovono invece su linee classiche e attraverso le proprie organizzazioni tradizionali (in Italia la Cgil). Per questo è sempre più urgente e necessaria una svolta verso i luoghi di lavoro e nel sindacato dove per unanime riconoscimento siamo al punto più basso della nostra storia. L’innovazione proposta va nella direzione opposta e vuole generalizzare nel corpo del partito quella cultura movimentista che si è fatta strada negli ultimi anni e che assume contorni sempre più estremi (se non sei un disobbediente non sei un giovane, se non sei nel forum non sei una donna, ecc). Il frutto di una linea che se non corretta, produrrà inevitabilmente una crisi politica e organizzativa che sommandosi alle scelte sbagliate di nuove alleanze con l’Ulivo mette a repentaglio l’autonomia e l’esistenza stessa del nostro partito.
Il nodo centrale è la “nuova” prospettiva di negoziazione programmatica con il centrosinistra già messa in atto dal partito. Questa svolta va contrastata proprio alla luce del risultato referendario. Esso ha rappresentato un discrimine di classe che ha determinato il posizionamento non scontato di più di dieci milioni di elettori, un “popolo della sinistra” che ha preso nettamente le distanze dal fronte astensionista costituito da governo, Confindustria, Centro liberale dell’Ulivo, Cisl e Uil, andando anche al di là del quesito referendario. Invece di capitalizzare questo risultato e proseguire nelle esperienze dei vari comitati rilanciando una battaglia che veda al centro una vertenza generale del mondo del lavoro, la questione dei salari, l’abolizione delle leggi sul precariato, le pensioni, come assi di una ricomposizione di classe che dal versante delle lotte e del conflitto, punti alla cacciata del governo Berlusconi e alla rottura con il centro liberale dell’Ulivo, il partito dice a questi dieci milioni di persone che “abbiamo perso” e che investirà la loro forza potenziale in una “ricerca” programmatica proprio con quel centrosinistra che ha osteggiato il referendum ed il contenuto di classe che esso portava con sé. Si tratta di un vero e proprio tradimento delle istanze dei movimenti e delle organizzazioni che a questo referendum hanno lavorato. Si tenta di giustificare questa svolta dicendo che l’Ulivo è cambiato, ma proprio il posizionamento del suo centro liberale rispetto al referendum a fianco di Confindustria, e la generale competizione sullo stesso terreno del governo, cioè la difesa degli interessi della borghesia italiana, dimostrano la sua totale irriformabilità. Di fronte alle contraddizioni interne all’Ulivo dovremmo proporre chiaramente alla sua base sociale ed ai movimenti, la rottura con l’apparato liberale Ds e con il centro borghese (Margherita) e farci carico della costruzione di un polo autonomo di classe alternativo al centrodestra ed al centrosinistra. Esattamente l’opposto di quanto previsto con le commissioni di programma con Treu e Mastella e incompatibile con qualsiasi ipotesi di partecipazione con ministri del Prc ad un prossimo governo.
Bisogna evitare che un’idea della politica separata ed autonoma prevalga anche nel rapporto tra opposizioni e movimenti. Bisogna evitare, insomma, che il sistema dell’alternanza incorpori un meccanismo contrattualistico tra aree di movimento e la politica, sancendo per questa via una sorta di reciproca ed incomunicabile autonomia. L’alternativa vive, se, come è successo per il referendum, pur nella sconfitta, si toglie il velo di invisibilità a soggetti sociali finiti da decenni in un cono d’ombra e si ricostruisce una soggettività allontanando lo spettro del politicismo. Con questo spirito bisogna avviare ora il confronto tra le opposizioni. Sarebbe sbagliato, infatti, rinviarlo a poco prima del voto perché allora saremmo chiusi nella morsa del prendere o lasciare sotto una spinta esterna a contenuti e soggettività che ci può travolgere e rendere meno comprensibile la nostra strategia. Oggi bisogna rilanciare la sfida nella precarietà di rapporto tra tempo di lavoro e di vita, di salario e pensioni, di rapporti di lavoro vera cifra della globalizzazione capitalistica. Un rilancio che avviene contestualmente con i soggetti che, con noi, hanno promosso il referendum, i movimenti e le opposizioni. E’ una partita complessa e difficile che investe l’opposizione oggi e che parla di un’idea di trasformazione sociale. Vedo distintamente due alternative per noi: o la riproposizione statica di un’identità che ti mette a priori al riparo da ogni iniziativa disinvolta sul terreno istituzionale; o al contrario, una verifica sociale della tua identità, premessa di ogni ipotesi di trasformazione. Non era quest’ultima la sfida della rifondazione?
Trovo paradossale il riferimento ai 10 milioni e mezzo di votanti per il Sì al referendum come nostro referente sociale e la contemporanea apertura di un processo di alleanza strategica di governo con il centro liberale dell’Ulivo che proprio nell’esperienza referendaria ha ancora una volta evidenziato il suo carattere di rappresentanza politica della borghesia. Il movimento ieri evocato in funzione della “rottura col centro liberale” viene oggi utilizzato in funzione dell’alleanza organica con lo stesso. In realtà stiamo apprestandoci a trovare non una possibile soluzione tecnica per battere elettoralmente Berlusconi, ma a ripetere in forma aggravata (inserimento nel governo) l’esperienza del governo Prodi. Si può naturalmente giocare con le parole, come già in passato. Così, quando nel ’96 votammo la Finanziaria “lacrime e sangue” da 100mila miliardi di tagli, essa divenne per “Liberazione” «una finanziaria popolare ». Così, quando votammo il famigerato Pacchetto Treu con le flessibilità e il lavoro interinale, “Liberazione” titolò «Il lavoro interinale è stato messo fuori gioco» e si affermò che si era sviluppato un attacco positivo alla linea delle flessibilità. Vedremo certamente nel futuro argomenti simili: l’accettazione delle peggiori esigenze della borghesia portate avanti da un centro-sinistra in cui saremo più organicamente inseriti. Sono purtoppo certo che si troveranno - come in tante passate esperienze negative della storia del movimento operaio - molti aderenti al nostro partito che saranno pronti a rispondere al “contrordine compagni” e a capovolgere, in obbedienza al vertice, le posizioni di ieri. Ma sono ugualmente convinto che tante compagne e compagni avranno la dignità politica e morale di non adeguarsi e di difendere l’autonomia del partito e della classe. In ogni caso mi pare ineliminabile il diritto di tutti e tutte di confrontarsi liberamente sulla “svolta” in un necessario congresso straordinario.
Preliminarmente mi sento di spezzare una lancia a favore dei segretari delle federazioni che nelle ultime amministrative hanno capeggiato liste autonome. Non sempre è facile realizzare un accordo con il centro sinistra, ancor più difficile lo è stato negli ultimi anni, quando l’alleantismo era una categoria negativa. E, comunque, la figura di un segretario (circolo, federale o regionale) rappresenta un patrimonio del Partito da salvaguardare. Il binomio unità-radicalità da sempre è stato un metodo necessario a dispiegare l’azione del Partito nel rapporto col movimento, con l’iniziativa istituzionale, con l’azione di governo laddove si è al governo delle autonomie locali. E’ funzionale al maggioritario perché pur nello sforzo unitario di coalizione affida sempre e comunque al Partito la centralità di elaborazione, di progettazione e di autonomia dell’agire politico. L’egemonia si costruisce attraverso questo strumento, che ritengo indispensabile per avviare la costruzione della sinistra alternativa. E’ fondamentale partire dal voto referendario, dai soggetti del comitato per il Si, per allargare a tutte le anime del vecchio centrosinistra l’idea di una nuova coalizione che abbia l’obiettivo dell’alternativa. Ma rimangono centrali il Partito e il progetto; senza di essi non si può esercitare iniziativa unitaria, né rimarcare radicalità o autonomia. Dobbiamo, però, superare una fase delicata, che in questi ultimi due anni, si è trasformata in un male oscuro che rischia di distruggerci. Dobbiamo superare lo spirito di balcanizzazione che è subentrato nell’animo dei gruppi dirigenti ad ogni livello del Partito: l’idea, cioè, che il successo di uno è ottenuto solo con la distruzione degli altri. La balcanizzazione non è solo la frammentazione di una idea comune, ma determina lo sfaldamento della stessa cornice d’insieme che è il Partito, perché la categoria del prevalente non è sufficiente a garantire la sua tenuta. Gruppi dirigenti a qualsiasi livello, eletti, intellettuali, singole personalità sono patrimonio collettivo di cui non possiamo assolutamente privarci. La costruzione del progetto passa preliminarmente da essi per poi dispiegarsi nei movimenti di quest’ultimi due anni. Costruzione unitaria nel rispetto delle differenze e nella riscoperta degli elementi (e sono tanti) comuni. Ciò significa una cosa fondamentale, di cui so la contrarietà del Segretario nazionale, ma che per coerenza con la mia modesta storia comunista voglio ancora una volta riproporre: il ricorso alla sintesi come strumento di unità e di rafforzamento del Partito. Senza la sintesi è difficile applicare il metodo della unità-radicalità, sia verso i movimenti che verso il costruendo nuovo centrosinistra, o nell’interazione con la società dei bisogni. Se ciò è valido per il mondo esterno perché non deve esserlo per il nostro Partito?