Il II° congresso regionale lombardo del Partito della Rifondazione Comunista
assume la relazione del Segretario uscente , le conclusioni della compagna della
segreteria nazionale e l’articolazione del dibattito.
Questo nostro congresso si svolge in una fase sociale e politica assai contraddittoria
, espressione di una crisi ormai evidentissima della globalizzazione neoliberista,
attuale fase del sistema capitalista e patriarcale.Siamo in presenza di un sistema
economico regressivo che fa regredire( ciò che non è mai avvenuto
nella storia dell’umanità) le condizioni di vita e di lavoro delle
lavoratrici e dei lavoratori e della maggioranza del popolo.
Da una parte, preoccupano gli sviluppi della guerra in Iraq, e il perdurare
della presenza dei “nostri” contingenti che devono essere immediatamente
ritirati, con le impressionanti immagine dell’utilizzo delle armi chimiche
da parte dell’esercito americano ( le stesse armi chimiche che si voleva
eliminare con la guerra e che invece la guerra “importa”!) e inquietano
le risposte “militari” del governo francese alle rivolte delle banlieus
francesi frutto di esclusione sociale, negazione di diritti , distruzione di
tessuto sociale, ingredienti avvelenati delle ricette del sistema neocapitalista.
Così come , al contrario, aprono, per es., prospettive di possibile cambiamento
la bocciatura del trattato costituzionale europeo grazie al no al referendum
della Francia e dell’Olanda o il fallimento, grazie al lavoro comune di
Argentina, Brasile e Venezuela, del vertice sudamericano per la costruzione
di un accordo di mercato totalmente succube al diktat statunitense. Un continente,
quello latino americano, segnato anche dalla presenza di Cuba che, nonostante
l’embargo (di cui chiediamo la fine) e le aggressioni subite, costituisce
un elemento importante per una prospettiva di liberazione.
Contraddizioni che segnano anche la situazione del nostro Paese caratterizzata
da una negativa situazione economica e sociale, con il suo drammatico portato
di crisi aziendali, difficoltà occupazionali, riduzione del potere d’acquisto
dei salari e delle pensioni, decostruzione dei sistemi pubblici di protezione
sociale, aumento delle povertà ( per la prima volta l’indagine
Istat introduce la categoria degli working poors (lavoro impoverito) cioè
di quelle persone che pur in possesso di un reddito o un salario non riescono
ad arrivare a fine mese), e affermazione della precarietà , del lavoro
e della vita, come condizione comune e diffusa. Tende a consolidarsi un pensiero
forte, retrogrado ed escludente, con forti connotazioni razziste e sessiste,
condizionato negativamente dall’ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche,
dai progetti di devolution e di stravolgimento della Costituzione, e di modifica
dell’ordinamento giudiziario.
Contemporaneamente le proteste popolari contro l’alta velocità
in val Susa, l’occupazione delle università, il prossimo sciopero
metalmeccanico o quello contro la finanziaria ci dicono che esistono gli spazi
per produrre una più diffusa e convergente conflittualità sociale,
l’unica in grado di prefigurare una qualche possibilità di reale
cambiamento. A partire, ovviamente, dalla cacciata del governo Berlusconi come
precondizione politica alla possibilità di trasformazione dell’esistente.
Dentro questo scenario generale , la regione Lombardia oggi si configura come
un territorio fortemente segnato da insicurezza e precarietà determinate
dall’intreccio fra l’applicazione delle ricette neoliberiste ( la
precarizzazione dei diritti,la privatizzazione dei servizi) e l’ ”ideologia”
integralista e patriarcale formigoniana , nonché ciellina, fondata sul
primato fondamentalista dell’individuo sulla collettività (cioè
del privato sul pubblico) con la riduzione ad una delle soggettività
sociali:la famiglia, quindi il capo famiglia, come misura della società
intera.
Un territorio oggi fortemente investito dall’attuale deriva neoliberista
e patriarcale ( contro la quale è ancora troppo debole l’azione
delle amministrazioni del centro sinistra): militarizzazione del territorio,
precarizzazione del lavoro, privatizzazione dei servizi.
La spesa militare italiana continua a crescere, il mercato bellico si espande: l’Italia è il secondo paese al mondo nella produzione di armi leggere e la Lombardia produce l’80% di queste armi. Gli insediamenti militari di Ghedi (dove sembra confermata l’ipotesi della presenza di ordigni nucleari) e di Solbiate Olona, per citarne alcuni, producono vera e propria insicurezza sociale e se ne deve chiedere la chiusura sviluppando azioni comuni con tutte le realtà della società civile.
Oltre 3 milioni e mezzo sono le/i lavoratori dipendenti, il 60% occupate/i
nel settore dei servizi, il 40% nell’industria ( con una diminuita presenza
dei grandi complessi industriali ed una frammentazione in piccole o piccolissime
fabbriche) .Il tasso di occupazione è pari al 65,5% ( quarto posto fra
le regioni italiane) con una tendenza costante alla diminuzione, anche se lieve.
Ben il 63% delle nuove assunzioni riguardano contratti di lavoro precari (a
progetto, a tempo determinato, intermittenti, a chiamata, part-time…)
tanto che realisticamente possiamo parlare di oltre un milione di lavoratrici
e lavoratori precari (soprattutto donne e immigrati)
Nel primo trimestre 2005, dati dell’osservatorio regionale sul mercato
del lavoro, segnalano che sono state attivate il 53.8% in più , rispetto
allo stesso periodo del 2004, di pratiche di Cassa Integrazione Guadagni Straordinari
(CIGS) . Inoltre, nel 2004 oltre 20.000 lavoratrici e lavoratori sono state/i
iscritte/i alle liste di mobilità.. Queste ultime osservazioni indicano
che la precarietà non può più essere considerato un fenomeno
relativo alle nuove generazioni che entrano nel mondo del lavoro ma riguarda
anche lavoratori, ma soprattutto lavoratrici, considerati sinora “garantiti”.
Va ricordato ,ancora, la grande diffusione del lavoro di badante ( cioè
l’accudimento presso le famiglie di anziani e bambini) che riguarda soprattutto
le donne immigrate Un lavoro non normato da regole certe che rende fortemente
precaria la situazione, non solo occupazionale, delle donne coinvolte.
Due sono gli elementi generali che anche i dati regionali consentono di sottolineare:
Proprio per questo, crediamo che sia necessario oggi più che mai intrecciare e far convergere il protagonismo delle e dei lavoratori precari con quelli “garantiti” anch’essi investiti dai processi di precarizzazione. La prospettiva dovrebbe essere quella di superare la frammentazione per ridefinire la classe e la sua composizione, costruire forme di conflitto in grado di rompere davvero la gabbia concertativi, promuovere una reale democrazia sindacale, risignificare il valore del lavoro, rimettere al centro i diritti di tutte/i le/i lavoratori e non le necessità dell’impresa.Occorre ribadire l’importanza della partecipazione delle e dei lavoratori alla definizione dei processi produttivi e della vita aziendale Le lotte dei decenni scorsi hanno consentito la conquista di nuovi diritti nel campo sociale e della democrazia politica, ma nessun passo avanti è stato compiuto nel campo della democrazia economica ed aziendale. Da questo punto di vista le/i lavoratori non contano nulla! A questo fine è più che mai evidente che il problema che le/i lavoratori hanno di fronte oltre a quello dei salari degli stipendi, delle pensioni insieme alla necessaria cancellazione della legge 30 è quello di battersi per ottenere nuove e più avanzate forme di partecipazione a cominciare dalle aziende pubbliche, per es.con l’introduzione conferenze di produzione. E’ evidente che, a questo livello, si pone il problema della “rappresentanza sociale di classe”, se possiamo usare un termine antico ma per noi ancora denso di significato, cioè come ricostruire una soggettività sindacale in grado di produrre conflittualità sociale e rimettere al centro i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. In questa direzione si muovono, per es., gli emendamenti al documento congressuale della Cgil ,di cui è primo firmatario Gianni Rinaldini.
Dieci anni di politiche neoliberiste formigoniane hanno ormai completamente distrutto il sistema sanitario pubblico (ospedali, presidi territoriali, consultori) attraverso i processi di aziendalizzazione , di pareggiamento della natura e delle funzioni dei soggetti pubblici e privati e di precarizzazione della condizione delle e dei lavoratori del settore. Oggi lo stesso processo sta per essere utilizzato, con il contributo della legge finanziaria, per cancellare il sistema pubblico sociale, cioè tutti i servizi alla persona gestiti in larga misura dai comuni (asili nido, mense scolastiche, servizi per disabili), con l’obiettivo, da una parte, di sottrarre autonomia agli enti locali e consegnare alle associazioni famigliari e confessionali gran parte della gestione di questi servizi finanziandola con denaro pubblico e dall’altra riportare all’interno delle famiglie, sostanzialmente aumentando il lavoro di cura gratuito svolto soprattutto dalle donne, molti di quei lavori di riproduzione sociale che si è tentato faticosamente di socializzare.
La devastazione ambientale e i livelli di inquinamento rendono la nostra Regione una delle regioni più a rischio sotto il profilo della salute e della vivibilità territoriale. Il modello energetico dominante è centrato sulla depauperamento delle fonti e non , come sarebbe più intelligente, sulla rinnovabilità. La privatizzazione dei beni comuni, a partire dall’acqua, una mobilità centrata su strade e autostrade con , una rete ferroviaria più interessata all’alta velocità che alle esigenze delle e degli utenti quotidiani (sono esempi di queste politiche scellerete Malpensa, la BREBEMI, la Pedemontana, la TAV, laCremona/Mantova,..) citiamo solo per fare alcuni esempi sono ulteriori esempi di cattiva gestione del territorio e di scarso rispetto per le persone che sul territorio vivono.
La regione Lombardia, inoltre, non ha attuato adeguate politiche per garantire i diritti delle persone immigrate che vivono sul territorio regionale. Al contrario ha affrontato la questione considerandolo problema di ordine pubblico mantenendo vergognosamente sul proprio territorio un Centro di Permanenza Temporanea, quello di via Corelli a Milano (di cui si è chiesta da tempo la chiusura insieme alla cancellazione della legge Bossi Fini ) e campi nomadi invivibili ,in particolare a Milano e Brescia.
Una situazione sociale così critica non ha però narcotizzato
del tutto il protagonismo sociale e politico di chi vuole provare a cambiare
l’esistente.
Le lotte delle/gli autoferrotranvieri, quelle delle/dei metalmeccanici, la costruzioni
di reti per il disarmo, contro la precarietà, per la scuola e la sanità
pubbliche , per la difesadell’ambiente e dell’acqua come beni comune,
le forme di autorganizzazione delle e dei migranti esprimono non solo il diffuso
malessere per i risultati delle politiche neoliberiste lombarde ma alludono
ad una possibile e praticabile alternativa di società. Anche l’esperienza
di Altralombardia, una rete nata in occasione delle scorse elezioni regionali
che vuole continuare la propria azione radicandosi nei territori locali ci dice
di una concreta possibilità di costruire dal basso alternativa.
Sul versante politico va positivamente registrato il buon accordo di programma
raggiunto con le forze dell’Unione durante le ultime elezioni regionali
(che hanno confermato il lento ma significativo ridimensionamento del centro
destra). Molto c’è ancora da fare, a questo livello, sia per uscire
dai ristretti ambiti di accordi fra segreterie di partito, sia per sconfiggere
le tentazioni neocentriste che caratterizzano alcune forze politiche dell’Unione
e che si sono viste all’opera anche durante la recente crisi della maggioranza
regionale di centro destra.
Il compito di un partito comunista deve sapersi misurare con i processi materiali
della realtà sociale e politica in cui si opera. Il mutare delle fasi
storiche, dei contesti sociali e politici costringe a ridefinire e rideterminare
gli strumenti e le pratiche attraverso cui pensiamo di raggiungere i nostri
obiettivi. Strumenti e pratiche sulla cui adeguatezza ed efficacia sono legittimi
, spesso utile se ben gestita, una sana dialettica interna e un confronto anche
acceso che possono determinare, in particolare nelle fasi congressuali,maggioranze
e minoranze. Al contrario sul fare concreto nella quotidianità del nostro
impegno e della nostra militanza deve prevalere la capacità di mettere
a frutto competenze e capacità differenti in grado di rendere più
efficace, perché condivisa, la nostra azione.
Crediamo che questa modalità di lavoro debba continuare ad essere agita
dal livello regionale del partito anche e soprattutto ora che si rendono più
visibili elementi di articolazione, quando non di frammentazione, interni alla
maggioranza stessa.
Un clima relazionale interno al partito orientato al dialogo, al confronto,
al superamento dell’endemica malattia del settarismo e della faziosità
insieme a modalità di risoluzione dei conflitti che non neghino i conflitti
stessi ma evitino di determinare “vinti o vincitori”, perché
orientate alla costruzione di convergenze operative nel riconoscimento delle
differenze, aumenterebbe non di poco la qualità della vita interna al
partito in tutte le sue articolazioni.
L’esperienza compiuta dal Comitato politico regionale e dagli organismi
esecutivi in questi ultimi tre anni ha messo in luce capacità, fragilità,
potenzialità che consentono, oggi, un primo bilancio.
Il Comitato regionale ha operato per mantenere il radicamento territoriale del
nostro partito, attraverso le federazioni e i circoli, a conferma della volontà
di rifiutare la logica di un partito “leggero” centrato in modo
squilibrato sui gruppi consigliari o sugli apparati.
Vanno anche registrate le importanti e consolidate interlocuzioni con differenti
soggettività sociali, sindacali, di movimento, politiche che esprimono
apertura e disponibilità al confronto e producono pratiche e iniziative
condivise e includenti a partire dalla positiva esperienza della costruzione
di reti tematiche.
E’ da apprezzare, inoltre, il lavoro dei dipartimenti regionali che hanno
saputo produrre, in modo competente, contenuti, proposte e iniziative grazie
ai quali è stato possibile costruire il programma regionale del nostro
partito, presentato nelle scorse elezioni. Un programma ricco, articolato, condiviso
che consideriamo riferimento operativo nell’azione sociale e politica
del nostro partito.
Va sostenuto, infine, il consolidamento del periodico “Liberamente”,
attraverso un Comitato di redazione, come efficace strumento informativo interno
ed esterno. Così come la costruzione del sito regionale e i nascenti
strumenti informatici.
Insieme agli aspetti positivi vanno segnalati, però, anche i problemi
.
Le difficoltà, per esempio, che incontrano le federazioni e i circoli
nella loro quotidiana attività a partire dalla constatazione che la maggior
parte delle e dei compagni, dirigenti o militanti che siano, svolgono un lavoro
volontario che si aggiunge ai loro impegni lavorativi e personali con notevoli
livelli di fatica, precarietà, frammentarietà a fronte della complessità
oggi richiesta dal lavoro politico di base.
Così come non va sottaciuta la difficoltà a far emergere, al di
là delle pur importanti interlocuzioni e pratiche condivise con altri
soggetti, un organico progetto di alternativa di società e un livello
di conflittualità sociale minimamente adeguata agli attuali rapporti
di forza sociali e politici.
E come va ancora sottolineata la fragilità della struttura dipartimentale
forse poco consona alla dimensione regionale.
Va detto, inoltre, che all’interno del partito regionale troppo scarsa
è la presenza attiva e organizzata delle compagne sia negli organismi
dirigenti delle federazioni che in quelle regionali, se si esclude l’impegno
su alcune questioni del Forum delle donne. Non crediamo che il problema debba
riguardare solo la soggettività femminile, anche se ovviamente la interroga
fortemente, al contrario riteniamo che un partito gestito sostanzialmente da
un genere, quello maschile, è un partito monco con ridotte possibilità
di vera trasformazione : il problema, cioè, va assunto da tutte e soprattutto
da tutti i compagni.
Questi differenti aspetti rimandano al nodo vero del problema e cioè
quale deve essere il ruolo della struttura regionale del partito.
Crediamo, prima di tutto, che la struttura regionale debba promuovere:
Siamo per la promozione di un’ attività formativa a più
livelli: una formazione politica in senso lato e un supporto formativo/informativo
soprattutto nel campo di pertinenza degli enti locali.
Così come sarebbe opportuno costruire le condizioni per produrre campagne
regionali su temi specifici , in sinergia con i differenti territori locali
con l’ambizione di produrre risultati concreti.
Poiché siamo consapevoli che su questi temi sarà necessario continuare
il confronto e la discussione, dopo le elezioni politiche e amministrative del
2006 che ci vedranno collettivamente impegnate/i ad ottenere come partito, il
miglior risultato possibile, si conviene di promuovere una Conferenza regionale
di organizzazione attraverso la quale verificare, tra l’altro, gli organismi
esecutivi del partito a livello regionale. Impegnandoci per garantirne una ricomposizione
la più ampia possibile.
Sul piano sociale sarà necessario lavorare per:
Per quanto riguarda i nostri rapporti con la nascente Unione , sarà necessario caratterizzarli a partire dal riconoscimento reciproco della collegialità, dell’autonomia e della pari dignità . Convinti dell’importanza di costruire rapporti unitari con le forze politiche del centro-sinistra per promuovere una situazione più favorevole al cambiamento ma consapevoli, altresì, della nostra specificità e della nostra autonomia nella costruzione, per noi irrinunciabile, di quell’alternativa di società necessaria superamento del sistema capitalista .